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sabato 9 gennaio 2016

Pensiero del giorno: Plasmare la materia (Fraternity)

Il portale della Fratellanza


L’aspirante sul sentiero del perfezionamento spirituale è alle prese con la manipolazione della materia. Deve imparare a renderla duttile per poter meglio manifestare lo Spirito Divino che la anima. L’impresa non è facile poiché deve iniziare dai corpi della propria personalità che sono fatti, per l’appunto, di materia grezza in gran parte disarmonica.

Ci sono due modi per gestire la materia; il primo è dall’alto e compete alla Magia bianca; il secondo è dal basso e compete alla magia nera.

Diciamo subito che il secondo è molto più utilizzato del primo, poiché è più facile da perseguire, anche se produce risultati effimeri ed illusori.

È senz’altro più facile plasmare la materia dal basso, ossia, reimpastando una forma o spezzettandola e ricucendola per farle cambiare aspetto. È il metodo, ad esempio, utilizzato dalla chirurgia che ripara gli organi del corpo umano come un meccanico ripara un’automobile. È la modalità del mago nero che, non allineandosi alla Volontà di Dio, per sua scelta, forza la forma a servire il proprio potere personale, invece che porla al servizio dell’Umanità.

Ben altra cosa è riplasmare la materia dall’alto, cioè, ricollegandosi al Codice Originario Divino e con esso ristabilire il giusto aspetto che la forma deve avere per manifestare coerentemente il significato evolutivo che ha il compito di mostrare. È come se il chirurgo accedesse al codice del DNA e da lì riprogrammasse l’organo malato restituendogli l’originaria funzione, così guarendolo.

Per ristabilire l’ordine armonico occorre, quindi, collegarsi a quell’aspetto superiore dell’essere umano che conosce il Codice e il Progetto originale. L’Anima è il vero conoscitore che, sintonizzato sul Proposito Divino, allinea il proprio intento personale a quella Volontà superiore, tanto da poter “guarire” le forme con un atto di vera Magia. L’Anima è il vero e unico mago che può trasmutare ogni forma, da pallido e oscuro riflesso in splendente testimonianza del Vero, del Bene e del Bello.




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venerdì 6 febbraio 2015

Il perdono divino

 



Un giorno morì un grande mistico chiamato Abu. Qualche tempo dopo la sua morte, comparve in sogno ad un suo carissimo amico. Appena l'amico lo vide venirgli in sogno, gli chiese se nei Cieli l'avessero trattato bene e se fosse salvo. Abu gli rispose che il Signore l'aveva perdonato. Gli raccontò che, dopo la morte, si era trovato al cospetto del Signore, e Dio gli aveva chiesto: "Ti perdono. Ma tu, Abu, lo sai perché lo faccio?"

Abu gli aveva risposto: "Signore, immagino che sia stato per le buone azioni che ho fatto." Ma Dio aveva detto: "No, non è stato per questo." Allora Abu aveva detto: "Credo che sia stato merito della mia devozione." Ma Dio aveva detto: "No. Non è per questo." Allora Abu aveva detto: "Signore, è stato forse per i pellegrinaggi, per le elemosine, per i digiuni oppure per le preghiere?"

Dio aveva detto: "Non è per questo." Abu aveva detto: "Sarà per i miei viaggi presso gli uomini devoti, oppure per avere avuto nel cuore un grande amore per la conoscenza." Il Signore aveva detto: "No! Non è stato per tutte queste cose." Allora Abu aveva ammesso: "Signore, allora non capisco proprio perché mi hai perdonato. Ho fatto quello che ho detto perché credevo di trovare la salvezza. Ho osservando i precetti con devozione."

Il Signore disse: "Abu, ti ricordi una notte in cui camminavi per i vicoli della città? Una notte molto fredda in cui nevicava? Quella notte hai visto un gattino bagnato e affamato. Il gattino strisciava lungo i muri per ripararsi dalla neve. Cercava un posto caldo in cui trovare riparo. Tu l'hai visto e hai provato compassione. L'hai raccolto, l'hai riparato nel calduccio della tua pelliccia e l'hai portato a casa."

Abu disse: "Certo che ricordo! Il gattino sarebbe morto se non l'avessi portato a casa mia. L'ho raccolto e nutrito." Dio gli sorrise e gli disse: "Ecco, adesso conosci il motivo per cui ti ho perdonato. Ti ho perdonato perché hai avuto compassione di un povero gatto abbandonato. Questo è stato sufficiente. Tu hai avuto pietà di lui, e Io ho avuto pietà di te."


FONTE:  http://lacompagniadeglierranti.blogspot.it/2015/02/il-perdono-divino.html


martedì 15 gennaio 2013

Il Portatore di Luce (di Paul Ferrini)



"L'umano deve morire in modo che il divino possa nascere. Non perché non vada bene, ma perché è il guscio che contiene lo spirito, è il bozzolo che trattiene le ali della farfalla.

Tuttavia, non devi attendere fino al momento della tua morte fisica per vedere morire l'umano. Esso può morire nel divino proprio adesso, se sei disposto a smettere di fare la vittima, di resistere, di difenderti, di nasconderti e di proiettare i sensi di colpa.

Non potrai volare finché non sarai disposto a rivendicare le tue ali. Quando lo farai, non potrai rimanere nelle oscure ombre della tua paura. La scelta è tua. Come farai a scegliere? Cosa vorrai diventare: vittima o angelo? Tra i due non c'è nulla! Ciò che sembra esistere è solo la carcassa umana: è l'essere che non ha ancora scelto, è il bruco che sogna le sue ali.

Solo quando saprai di essere il portatore di luce, allora l'oscurità potrà svanire. Ma prima di poter diventare il portatore di luce devi attraversare i tuoi luoghi oscuri: il portatore di luce non nega il buio, lo attraversa.

Nel momento in cui non esiste una cosa, in te stesso o negli altri, che temi di guardare, il buio non avrà più avere la sua presa su di te. Allora potrai attraversare il buio e potrai giungere fino alla luce. Fingere di essere un portatore di luce prima di avere affrontato le proprie paure significa essere un impostore, essere un guaritore malato, essere un ipocrita.

Tutti i guaritori non guariti, alla fine, devono scendere dal loro falso piedistallo. Dove la luce è una finzione, è solo il buio a prevalere. Per essere la luce devi saper accogliere il buio a braccia aperte. Il tuo buio e quello di ogni altro. Devi venire a patti con la mente ego e saperne vedere l'assoluta futilità.

Devi imparare a guardare la paura con l'amore nel cuore: devi saper guardare la tua paura, quella di tua sorella, quella dello stupratore o quella dell'assassino. Devi capire che tutte le paure sono uguali, perché tutte le paure sono prodotte solo dalla mancanza d'amore. L'amore è la sola risposta al tuo profondo senso di separazione. Non l'amore di qualcun altro, ma il tuo stesso amore.

Nel prendere in mano la fiaccola della verità e nel portare amore alle parti ferite della tua mente, ti riprendi il tuo potere. Rinuncia a essere una vittima. Non puoi più essere trattato ingiustamente, perché tu sei la fonte dell'amore, dell'accettazione e del perdono.

Da dove viene l'amore? Viene da te. Tu sei la via, la verità e la vita, come lo sono stato io. Non devi più cercare il divino là fuori. Nel benedire te stesso, tutti sono perdonati. Quando giungerà sulla terra il Regno dei cieli? Non appena aprirai il tuo cuore e quando attraverserai le tue paure.

Quando verrà il Messia? Non in un futuro, ma adesso! Adesso finisce la separazione, finisce la proiezione, adesso risuona la campana a morto per la paura. Adesso! Non mettere la salvezza nel futuro o la salvezza non verrà mai. Chiedila ora. Accettala ora. Il Regno di Dio si manifesta solo in questo istante.

Quando verrà il Regno dei cieli? Quando questo momento ti basterà. Quando questo posto ti basterà. Quando questo amico ti basterà. Quando questi eventi e circostanze saranno accettabili. Quando non smanierai per qualcosa di diverso da quello che hai davanti.

Tu, amico mio, sei il Cristo, il Messia, sei colui che porta la salvezza. Sei colui che porta l'amore che hai domandato agli altri, sei colui che porta la liberazione dalla violazione del sé e dalle relazioni violente. Sei il solo che sia in grado di entrare a pieno nella tua esperienza, di possederla e di sollevarla. Tu sei il portatore della luce."

(Paul Ferrini)


Fonte: http://lacompagniadeglierranti.blogspot.com  


martedì 10 aprile 2012

Gayatri Mantra

GAYAT_SA


GAYATRI3

Questo mantra è stato trovato dal Rishi Vishwamitra nei Veda (1500-800 a.c. - Rg Veda III 62.10).
Gayatri è la Madre dei sacri testi vedici di cui è considerata l’essenza.
L’inno, indirizzato all’energia del Sole (che simboleggia la Luce della Verità), alla Divinità Immanente e Trascendente, è considerato il più importante di tutti i mantra. Può essere cantano in qualsiasi momento e in ogni posto, ma l’alba e il tramonto sono i momenti migliori. Per avere efficacia deve essere ripetuto almeno tre volte; alcuni lo ripetono 108 o anche 1008 volte.
Il termine "Gayatri" proviene da “GAYAntam TRIyate iti”, che significa: "Ciò che preserva colui che lo recita". GAYA vuol dire Essere e insegna la Verità, il principio della vita. Gayatri ha 3 nomi: Gayatri, Savitri e Saraswathi. Gayatri è la madre dei sensi, Savitri è la madre del prana e significa Verità, Saraswathi presiede la Parola divina. Tutte e tre rappresentano la purezza del Pensiero, della Parola e del-l’Azione. E’ stato dato come Terzo Occhio (Ajna Chakra) per rivelare la visione interiore. Sviluppando questa visione si può realizzare il Brahman.
La Gayatri è lode, meditazione, preghiera (per la liberazione). Sotto lo stesso nome della Gayatri ci sono devozione, conoscenza e distacco.
In ogni cuore esiste lo stampo della Gayatri, che ha cinque facce: bhûr-bhuvah-svah, sono le tre dimensioni che stanno unite insieme per formare un solo volto; è la lode, l’adorazione. Tat è la seconda faccia; savitur-varenyam è la terza; bhargo-devasya-dhîmahi è la quarta (riguardano la meditazione); dhiyo-yo-nah-prachodayât è la quinta (la preghiera).
La Gayatri può essere tradotta in vari modi, perché molteplici sono i suoi significati spirituali.
Ecco due versioni: la più sintetica e la più lunga.

Meditiamo sul Fulgore Supremo dei tre universi.
Possa Esso illuminare la nostra coscienza.


Supremo Divino,
Tu sei il Creatore di quest’universo,
della terra, dello spazio e del cielo.
Noi adoriamo Saviturh,
quel raggiante splendore,
la Tua pura forma,
l'Origine di tutta la creazione.
Noi meditiamo sulla Tua Divina radiosità.
Noi Ti contempliamo.
Ispira i nostri pensieri,
guida il nostro spirito,
apri il nostro occhio interno,
l'occhio della Saggezza
.
 

Svelaci il volto del vero Sole Spirituale,
nascosto da un disco di luce dorata,
affinché possiamo conoscere la verità
e fare tutto il nostro dovere,
mentre ci incamminiamo verso i tuoi Sacri Piedi.


A. A. Bailey, Raggi e Iniziazioni, pag. 395


Traduzione letterale
Om
Para Brahman, Suono primordiale


Bhur
Terra
Materia
Corpo, piano fisico
Bhuvah
Cielo
Vita
Vibrazione
Svah
Cosmo, Universo
Coscienza
Irradiazione, Saggezza
Tat
Paramatma, Dio o Brahman
Savitur
Quella Sorgente dalla Quale tutto è nato.

Varenyam
Degna di essere venerata


Bhargo
Radianza


Devasya
Realtà Divina


Dhimahi
Meditiamo


Dhiyo
Buddhi, Intelletto, Piano intuitivo


Yo
Il Quale, La Quale


Nah
Nostro


Prachodayat
Intelletto


 
Linkhttp://www.alberosacro.org/gayatri-mantra.htm
http://www.youtube.com/watch?v=zGVzOGP5Kng
-
 
 










lunedì 9 aprile 2012

Il Risveglio in sé (2) Dal Decondizionamento alla Liberazione (Le Passeur)


Publié le 11 mai 2011 par Le Passeur (Il Traghettatore)
Dal decondizionamento alla liberazione.
Istruzioni per l’uso.
La Guarigione
Guarire è prendere la via della vacuità
Per cominciare, prendi coscienza che la confusione regna nella tua mente. Quante volte non pensi? Cerca un po’. Siamo d’accordo, non spesso, ma quando succede  (sii certo che per molte persone non succede mai) noterai che capita sempre quando sei consapevole nel momento presente. La chiave risiede lì: essere nel momento presente. Se non sei consapevole dell’assurdità della confusione nella tua mente, osserva per un istante di cosa sono fatti i tuoi pensieri, e ti accorgerai che si collocano sempre nel passato o nel futuro. Mai nel presente. E’ come se nella tua mente il presente non esistesse, quando è effettivamente l’unica vera realtà del mondo che percepisci. 
Le tue idee del passato o del futuro consistono a progettare un’energia in un luogo che non esiste. Perché secondo la tua rappresentazione lineare del tempo, che è la tua in questa dimensione, pensi alle cose che non sono più, o pensi alle cose che non sono ancora arrivate e che forse non arriveranno mai. Tuttavia, non sei mai nel momento presente, che è l’unico veramente percettibile da tutto ciò che sei.
Ecco una delle chiavi essenziali della liberazione. Cerca il più spesso possibile la percezione del momento presente nel tuo quotidiano, imparerai così a tranquillizzare la tua mente, ad addomesticare quest’animale selvaggio che ha fatto finora soltanto ciò che ha voluto di te.
Quando sarai peraltro consapevole che ognuno dei tuoi pensieri è un’energia non controllata, se buttata troppo rapidamente nell’universo, se ne va sempre da qualche parte calamitando la sua risonanza. Ti lascio immaginare il grado di inquinamento che un unico essere umano può produrre in una vita. Del resto è una delle cose sui cui sarebbe bene che cominciassimo tutti a lavorare.

Un esercizio semplice per essere nel momento presente è di sederti nella natura, di chiudere gli occhi e di provare pienamente la sua presenza attraverso i tuoi altri sensi, il vento negli alberi, sulla tua pelle, il canto degli uccelli, il volo degli insetti, il calore del sole. Se non ti trovi vicino alla natura, prova nella tua città, certo è meno nutriente ma prendendo coscienza dell’istante presente, avrai la percezione che esiste ovunque e sempre. La sua grande qualità è che insedierà in te un po’ alla volta il silenzio lucido e onnipotente, la vacuità, per ritrovare la vera casa, là dove riposa la tua padronanza persa che sta aspettando il tuo ritorno.
Guarire è prendere la via dell’essere più leggero
Ognuna delle cellule del tuo corpo immagazzina il peso delle tue memorie, quelle di questa vita certo, ma anche quelle delle tue vite precedenti, e addirittura certe trasmesse dalla tua ascendenza – ciò che si chiama le “memorie cellulari”. Immagina un po’ la quantità di emozioni diverse, tra cui certe particolarmente pesanti, che hanno potuto accumularsi durante tutto il tuo percorso nell’incarnazione! 
Il mal-essere, le paure, la malattia, sono le conseguenze dell’energia non armoniosa accumulata in te, che finisce sempre per esprimersi attraverso una o più delle tue zone di ombra, il più delle volte quelle che sono nate dai più grandi dolori, là dove sei più vulnerabile.
Quando avrai individuato le tue zone di ombra e che sarai in grado di identificare le ferite dell’ego che ne sono la causa, avrai sciolto i nodi dei bagagli emozionali che li alimentano. Da lì, i bagagli essendo aperti, ne farai ciò che vuoi a seconda del tuo libero-arbitro, e forse niente se hai deciso di non alleggerirti. Ma nel caso contrario, se hai la volontà di uscire dal gioco e di guarire, la via che ti invito a seguire è quella del perdono e della compassione. Per te come per altri.

È nel perdono sincero e profondo verso le ferite date e le ferite ricevute che potrai allora guarire veramente, così come la compassione per chi ha recitato la parte del carnefice e che è soltanto la vittima delle sue ferite, anche se talvolta sei stato tu questo carnefice.
Non dimenticare che nel lungo percorso delle tue vite su questa Terra, hai qualche volta posto la testa sul ceppo, e qualche volta hai tenuto l’ascia. E’ stata la via per ognuno di noi senza eccezione, Abbiamo dovuto sperimentare pienamente le due polarità della dualità, e abbiamo quindi assegnato le parti fino lì col nostro pieno consenso nel rispetto dell’equilibrio delle energie opposte, in altro modo detto le leggi del karma.
Cosa sono queste zone di ombra in te?
Sono tutti i tuoi atteggiamenti, i tuoi comportamenti, le tue reazioni che provocano in te e/ o per altri dei dolori, delle malattie e dei sentimenti non voluti, dunque di natura tale da allontanarti un po’ di più dal tuo essere divino.
Non è molto difficile guardarti dentro. Chiediti per esempio perché ti arrabbi in tale situazione o rispetto a tale discussione. Osserva tutte le volte in cui questo è successo e risali al sentimento che ha provocato la tua collera.
Che cosa provavi allora, quale parola o quale situazione ha scatenato la tua reazione?
Che cosa ti ha ricordato, quale immagine ti è venuta?
Pratica così in ogni circostanza e avrai delle eccellenti probabilità di esumare la ferita non guarita che c’è dietro. E se questa non viene alla luce subito, perché risale a più lontano forse un’altra vita di cui non raggiungi il ricordo, fidati della vita affinché ti riveli presto come rimediarci. Che tu lo voglia o no, hai in questo mondo come al di là di questo mondo delle guide che sono lì per te e chiedono soltanto di aiutarti.
Sulla via del risveglio, le cose accadono sempre così, la grande legge della sincronicità si applica a ogni sollecitazione dell’essere sulla strada. Incrocerai sempre la persona, il libro o il film che risponderà a una delle tue domande sincere. E se sai osservare la natura, troverai molto spesso i segni che ti saranno utili.

Cosa fare quando identifichi una delle cause di una delle tue zone di ombra?  Niente di molto difficile: accoglila.
Lascia risalire l’emozione, non bloccarla, accoglila come una particella di te che si libera alla fine, e prova dell’amore per questa piccola parte di te ferita che faceva tanto fatica a esprimere il suo dolore. Semplicemente, abbi compassione per te stesso. Sei stato ferito e hai sofferto, meriti solo amore per questa prova, e soprattutto non del disprezzo, della collera o della vergogna.
Non emettere nessun giudizio, accogli questa emozione che si libera, sia nelle lacrime, nelle grida o nel silenzio che ti sommerge. Vedila come un bambino tuo, parlagli, digli che è tutto finito, che è libero e che niente alimenta più oramai il dolore che l’ha visto nascere. Se ami senza condizione il bambino ferito che si rivela, guarisce all’istante.
Al tuo ritmo, a seconda delle tue forze, senza nessuna pressione, riconoscerai quasi tutti i bambini del tuo dolore e renderai loro la libertà.
In questo mondo di dualità la cui esperienza sta per finire, rimarranno forse alcune ferite non guarite, ma questo non ha una grande importanza. La cosa più importante è di avere preso la strada della comprensione di chi siamo. Quando le problematiche più pesanti sono risolte, i pochi stracci ancora appesi non ti impediranno di andare  dritto a reinvestire l’essere divino che sei. E quel giorno lì, quale ombra pensi potrà opporsi a tanta luce?
L’abbandono
Riassumiamo un’ultima volta.
Hai dunque preso coscienza alla fine, che non sei nato in questo mondo con l’unico scopo di sottometterti alla volontà di altri e di seguirne ciecamente le regole imposte. Hai quindi iniziato a percepire i meccanismi che ti avevano condizionato fino ad adesso, hai scoperto in te la dipendenza da questo condizionamento ciò ti porta a guarirne le ferite, hai guarito l’essenziale… E adesso?
Adesso, sei in grado di ricollegarti per davvero con il tuo spirito superiore. Sei in grado di allinearti con la tua divinità. Sei in grado di essere.
In realtà, col progredire del cammino, avrai già fatto delle incursioni in uno strano mondo, sono i segni del tuo ricollegamento progressivo. Salvo eccezione, tutto non sgorga immediatamente come quando si apre una valvola, le tappe si compenetrano e la progressione si fa la maggior parte del tempo per gradi.
Il lasciare-andare è stato per te una tappa spettacolare. Ovvero, ti ha condotto ad adottare atteggiamenti e comportamenti nuovi.
Quante volte ti sei sorpreso a questo punto a non reagire più come prima, in situazioni che ti avrebbero colpito, e avrebbero scatenato altrettante risposte da parte tua?
Quante volte ti sei detto che non ti riconoscevi?
Che ti sembrava di essere particolarmente zen?
Che non capivi come non ti preoccupavi più per tale o tale problema?
Il lasciare-andare è una tappa che si nota molto nel tuo quotidiano, è spesso destabilizzante per la tua cerchia che fa anche fatica a riconoscerti e che non sa più a che cosa aspettarsi da te.
Non ingannarti, questa tappa rappresenta una separazione più importante con ciò che era la tua vita “prima”. È un bene, poiché stai andando finalmente verso te stesso. Lungo il cammino incrocerai degli esseri che vivono lo stesso risveglio e che ti stimoleranno, ma qualche volta questo ha un prezzo da pagare: l’allontanamento di quelli con chi una volta condividevi la stessa influenza della società basata sull’ego. Capiterà anche che sarai per loro un catalizzatore e certi ti seguiranno, ma altri si allontaneranno irrimediabilmente, è così, non costringere niente e nessuno, rispetta la strada scelta di tutti.

Al livello collettivo è la stessa cosa. Chi non dorme è in grado di osservare in questo periodo la separazione che peggiora tra i due mondi: il vecchio mondo legato alle energie che l’hanno mosso fino lì, e con lui quelli che vi si aggrappano con forza, e il nuovo, che non spunta da nessuna rovina del precedente, ma che manifesta la sua nascita a partire da una consapevolezza del tutto nuova, e come un’arborescenza si sparge in modo esponenziale in proporzione al numero di esseri che si risvegliano.
A questo punto del processo della tua guarigione e del tuo ricollegamento al tuo vero essere, sei già in grado di ritrovare vecchie memorie che risalgono alla superficie come le bolle di metano dal fondo degli oceani. Alcune di queste memorie, riesumate, hanno partecipato alla tua guarigione, altre ti hanno offerto semplicemente delle indicazioni sulle tue vite passate, o, più utili, ti hanno riaperto l’accesso agli archivi di un sapere che ritorna ora naturalmente.
Contemporaneamente, le tue percezioni si allargano a ciò che era fino lì invisibile, certe capacità possono già comparire, come la telepatia (spesso una delle prime a manifestarsi), così come la capacità di guarire altre persone, o ancora visioni inesplicate, delle incursioni in altre dimensioni dove stai recitando un’altra parte… e di altre percezioni ancora.
È la tua eredità, ti appartiene e saprai che cosa farne al momento giusto, nell’interesse di tutti. Non preoccuparti se niente di tutto questo si manifesta ancora, ognuno segue una strada di vita che è la sua e non fa bene confrontarla con quella degli altri, poiché questo paragone non ha alcun senso. Non è così che va misurata la strada compiuta in questo processo dell’ascensione
Questa tentazione del paragone è realmente ingannevole e richiede una grande vigilanza. Prima perché alimenta un’altra faccia dell’ego che si chiama spesso “l’ego spirituale”: diciamo che quando l’ego si rende conto di perdere terreno nel suo elemento materiale, il suo potente istinto di sopravvivenza lo guida verso altre influenze da esercitare. Sarà dunque per lui molto facile girarsi verso l’elemento spirituale, poiché vede la tua coscienza superiore prendere questa direzione senza poter impedirlo.
Vi racconterò un aneddoto.
Una volta in Tebaide, quando i primi monasteri cristiani sono apparsi nel V secolo, i monaci che erano ghiotti di ascesi e altre penitenze, avevano al refettorio la spiacevole tendenza a mangiare sempre meno rispetto al vicino per dimostrare in questo modo la maggior padronanza. Tanto che fu imposto di portare il cappuccio affinché nessuno vedesse il viso del suo vicino e non ne potesse giudicare l’appetito.

Non si conta più oggi il numero degli ”risvegliati » che sono stati intrappolati in questa maniera dal proprio ego. I più carismatici finiscono come guru, i più discreti smarriscono la propria umiltà e non sono più in grado di rimettersi in questione, perdendo così il proprio discernimento, si lasciano ingannare dalle proprie capacità nuove, e trascinano nella loro scia alcuni che sono ancora più vulnerabili.

L’umiltà è una potente luce nell’oscurità. E’ un Sole che vede il “piccolo”” in questo mondo diventare “immenso” nell’altro. Quando tutto sembra diventare complicato e il discernimento viene a mancare, quando i dubbi risalgono e la sete di controllo prosciuga di nuovo il palato, l’umiltà conduce l’essere con dolcezza verso l’altare dell’abbandono, che è la soglia suprema dove investe la pienezza del suo abito di luce.
L’abbandono è la nuca che si offre nuda al divino in sé. È la fede estrema, ed è la pienezza di una gioia serena e profonda.

La Luce
Qualcuno ha detto, molto tempo fa, che ci saranno molti chiamati e pochi eletti. La ragione è che le trappole che ci siamo inventate collettivamente sono molte e variegate. Ma non serve preoccuparsi, qualunque sia il ritmo dei nostri passi, tutti ritroveranno il proprio essere divino presto o tardi, nessuno sarà lasciato mai sul bordo della strada, sii certo di questo.
Non dimenticare fratello mio, sorella mia, che siamo dei nomadi un po’ pazzi, pieni di brio e di gioia. Abbiamo deciso molto tempo fa, contro venti e maree, di vivere quest’ampio palcoscenico che è la Terra, indossando a seconda delle nostre vite tanti tipi di maschere e di scenari, tutti destinati a riempirci di un’esperienza nuova, e ancorare nella materia una luce che non conosceva.
Ora che la rappresentazione sta per concludersi finalmente, e che il sipario sta per cadere, andiamo a fare qualcosa di molto bello con ciò che abbiamo imparato, qui su questa Terra molto amata, il suo vero nome in seno all’universo è “Urantia Gaïa”.
Ti dirò una cosa fratello mio, sorella mia, quello che abbiamo fatto e di cui possiamo rallegrarci. Abbiamo tutti insieme accettato di abbandonare un giorno il nostro mondo dell’etere per investire un po’ alla volta la materia fino a incarnarsi in un corpo, dimenticando volontariamente tutto ciò che eravamo. Ci siamo lasciati manipolare da esseri che hanno fatto di tutto per separarsi sempre più irrimediabilmente dal nostro essere divino. Sono perfettamente riusciti a trasformarci nei loro schiavi ignoranti e creduli, poiché il nostro sentimento di separazione è cresciuto a dismisura.
In quest’oscurità fitta abbiamo dovuto immaginare che esistesse qualcos’altro rispetto al mondo diventato il nostro e che avevamo la capacità di evolvere.
Hai un’idea, fratello mio, sorella mia, di quante vite e sofferenze dell’ego sono state necessarie? 
Ma lì in fondo alla melma più profonda, nel buio assoluto, piedi e mani legati, con giusto l’aria che ci occorreva per alcuni istanti di sopravvivenza nei polmoni, abbiamo saputo riconoscere la fiamma indistruttibile che non ci ha mai abbandonata, e di tutta la volontà di ognuna delle cellule del nostro corpo, ne abbiamo penetrato un po’ alla volta l’incandescenza. Grazie all’immenso potere di libertà che ha distillato in noi, siamo risaliti verso la superficie rompendo una a una le nostre catene fino a trascendere tutti i limiti imposti.
In altri regni, che sono anche la nostra eredità in tutta questa grande storia, legioni di esseri di luce ci hanno aiutato con tutta la forza infinita del loro amore, e si sono rallegrati, con uno stupore crescente, per ogni passo che abbiamo trovato la forza di fare verso di loro, verso di noi.
Non credere fratello mio, sorella mia, quelli che dicono che abbiamo perso il treno, che ci siamo svegliati troppo tardi. Certo avremmo potuto fare meglio e tutta la fine della storia avrebbe potuto svolgersi diversamente. Sii certo tuttavia che ogni cosa è sempre giusta nella scala dell’orologeria cosmica, e che alla partenza, con la perdita della nostra identità, intrappolati in questa dimensione non unificata, separata del cosmo, le nostre probabilità erano veramente minime.

Rallegrati dunque, fratello mio, sorella mia, senza orgoglio ma con la sobria fierezza della strada compiuta. Sei sulla soglia. Stai per ritornare a essere l’essere di luce che sei sempre stato, l’essere divino che va umilmente a vivere l’eredità unica di “Urantia Gaïa”, con la quale cammini cuore a cuore nella tua ascensione.
All’alba dei “Soli” del nuovo mondo che sta per spiegare le sue ali, stai già scoprendo il tuo vero potere creatore… e  tutto si farà ora in coscienza e in gioia, nell’amore trasceso del divino in te.
Fraternamente,
© Il Traghettatore – 11.05.2011 – Tradotto da Angie & Stéphanie - Versione originale francese
> Altri articoli tradotti in italiano
http://www.urantia-gaia.info
> La riproduzione di quest’articolo è autorizzata a condizione di non associarlo a fini commerciali, di rispettare l’integralità del testo e di citare la fonte.




























sabato 7 gennaio 2012

Il Fattore C - La coscienza



Lo yogi realizza che il soggetto della conoscenza, gli strumenti della conoscenza e l'oggetto della conoscenza sono una cosa sola. La coscienza diviene un puro cristallo trasparente che riflette l'essenza delle cose. In questa dimensione il mondo, i significati e i contenuti si fondono e divengono una sola unità conoscibile. Quando la coscienza si riflette in colui che conosce e nell'oggetto conosciuto, appare onnicomprensiva.
Patanjali


[Fonte]
di Stagnaro e Caotino


Cos’è la coscienza? C'è chi dice che non si può definirla o che si può definirla solo in rapporto a qualcos'altro o a qualche grandezza (individuale, particolare, cosmica, universale). C'è chi dice che la coscienza è la base dell'essere, la radice di ogni cosa, tutto ciò che esiste, ciò che ha creato il mondo (lo Spirito, Dio, il Trascendente): in principio c'era solo coscienza. Dio Coscienza creò l’universo contemplandolo; osservandolo esso si creò. E' la Coscienza che ha il potere causale di scegliere la realtà materiale (che può esistere solo al suo interno): essa fa diventare attualità ogni potenzialità o possibilità in maniera discontinua, sincronica, non-locale.. La materia quindi nasce da una forma intrinseca di energia chiamata coscienza, che opera secondo leggi fisico - matematiche. La coscienza esiste sia all’interno che all’esterno della realtà materiale, spazio-temporale. 



Nell’universo c’è Materia ed Energia, ma parallelamente c’è Coscienza. Dietro alla Materia esiste un Disegno, un Progetto Divino perché c’è un regista silenzioso che la governa. Proviamo a comprendere la coscienza o perlomeno ad avvicinarci procedendo lentamente, passo dopo passo, partendo da ciò che ci sta davanti agli occhi: la realtà fenomenica, il mondo che possiamo direttamente osservare.


Continua a leggere [QUI]

martedì 27 dicembre 2011

I racconti di PHAOS AGAPE: "L'ANIMA SI RICONOSCE IN Sè"

[Fonte: I racconti di PHAOS AGAPE: "L'ANIMA SI RICONOSCE IN Sè"]:

I racconti di Phaos Agape

L'Anima si riconosce in 
Oh, Anima Errante, ma tu, ora, al punto in cui ti trovi del tuo Percorso, sei ancora in cerca dell'Anima gemella?
Adesso, forse, credi di averla finalmente trovata.
Ma tutto ciò ti spaventa, stranamente.
Ovviamente proprio sul più bello si presentano le difficoltà più sottili e pungenti per poter stare insieme anche fisicamente... altrimenti sarebbe troppo facile sperimentarsi e ritrovarsi dopo eoni.
Non temere, non continuare ad avere paura. Essa conduce all'attaccamento che a sua volta conduce alla perdita illusoria di ciò che non ti è mai appartenuto e dunque alla sofferenza.
Lo so... temi di divenire quasi schiavo di questo tuo attaccamento, di questo tuo sentimento.
Ma non considerarlo come un sentimento terreno.
L’amore è uno stato d’essere consapevole che non giudica e non pretende e, soprattutto, non si identifica.

Vivila come se fosse l'ultima occasione che quel Dio dentro di te, quel Dio, quale Tu sei, ti ha dato. Non potrà essere eterna questa situazione, perché ognuno deve fare da sé la propria esperienza sulla Terra. L’amore è per sempre ma questo in particolare non farlo diventare un attaccamento perché finirebbe per autodistruggersi all'istante.
La Completezza è dentro di Te, e lo puoi comprendere solo attraverso quest’anima Complementare che adesso hai davanti. Essa rappresenta l'ultimo ostacolo da superare qui sulla Terra per fare il famoso Salto.
Puoi solo sentirlo dentro se questa che ora tu osservi è l'anima gemella/complementare legata a te e che hai scelto tu stesso per fare il balzo quantico.
Lei è una tua proiezione. In lei vedi te stesso.
Inizia a consapevolizzare che tutta questa bellezza, armonia e amore che ora provi e vedi, è dentro di voi e non fate altro che riflettervela a vicenda come due specchi per riconoscervi l’uno nell'altra.



Lo so... ti spaventa perché tutto sembra adesso essere così forte.
Accade perché è DIVINO!
Lei è dentro Te ma con la sensazione illusoria di essere separati in due distinti corpi.

DIO è dentro TE, è uno specchio. Uno specchio e basta.

E’ l'ultima occasione, forse la più bella ed emozionante, per imparare a percepirlo dentro tramite uno specchio a cui non devi attaccarti credendo sia esterno a te.
Il lavoro deve essere fatto da entrambe le parti in maniera consapevole per liberarsi dalle ultime zavorre.
Quando dentro sarai Libero non avrai più bisogno di innamorati FUORI.
Basterai a te stesso. Riconosci ora te stesso nell'anima specchio che hai di fronte.

Metti il limite della consapevolezza come strumento.
Trascendi i sensi anche se fa un male cane a volte.
Ci devi passare anche col dolore se necessario.
Accetta questa condizione. Non è passività o impotenza, ma più lo rifiuti, più non vuoi vedere in questa maniera tale situazione e più soffrirà.
Amala senza la pretesa che possa essere tua.

E’ DIFFICILE!

Ma quando ci sarai riuscito, tutto si sblocca.
Purtroppo il problema, vuoi o non vuoi, dipende da cosa sblocchi TU dentro di TE.
L’anima che hai di fronte, di conseguenza, si sbloccherà anch’essa.

Dove c'è attaccamento c’è sofferenza ma essa è illusoria.

Libera quest’anima dentro di te; non tenerla schiava. E’ come se la volessi tenere attaccata a te per star bene solo tu, ma così la fai scappare.. l'anima lo avverte.
Appena ti liberi dall'attaccamento della tua felicità alla sua presenza liberi anche lei tanto da permetterle di muoversi senza la paura di ritrovarsi di nuovo in prigione.

Ricorda che giudichi o vedi in lei tutto ciò che sei tu... non c'è separazione.

Questo vuol dire essere Dio e creatori della propria realtà.

Il mondo è la tua ombra, tutto dipende solo ed esclusivamente da te.
Il perché di ciò che ti sembra impedire che tutto sia lineare è un blocco presente dentro di te che può essere sia di questa vita che di altre.. abbandònati a questa situazione e vedila come perfetta.

Quella parte (il divino che è in te), quella più pura, la tua vera essenza sa come sbloccarla, ma se tu ti opponi e fai resistenza , persiste come un macigno.

Lascia fluire la vita in te, arrenditi a questo momento come unico e perfetto senza saper nè come nè quando si sbloccherà.

Appena lo fai , ogni cosa ti giunge per risolvere divinamente tutto questo che ora vedi come “sofferenza”. Ti senti soffocare quando impedisci di far arrivare ciò che ti deve arrivare.
Anziché seguire la corrente del fiume, tu non fai altro che andare al contrario, contro corrente cosicchè l'acqua ti sovrasta.
Può darsi che sia proprio questa l’anima gemella/complementare che da eoni aspettavi, ma sta a te poterlo sentire nel cuore.
Sappi prima trovare quell'amore e quella pace dentro di te , senza di lei affinché ora non possa essere contaminata,in questi mesi, dagli attaccamenti.
Arrenditi al fatto che è cosi, e che ogni cosa sarà perfetta in ogni istante per il vostro prossimo futuro/presente.

Vedrai che ogni cosa arriverà come hai sempre sognato, ma non prima di aver trasceso le identificazioni per evitare l'attaccamento e rimanere nella purezza dell’amore incondizionato.

Ricorda: la consapevolezza spezza ogni genere di illusione e condizionamento.


mercoledì 12 ottobre 2011

Amore incondizionato

Riportiamo questo posto perché lo condividiamo totalmente e ci sembra giusto diffonderlo il più possibile.
Grazie alla "Compagnia degli Erranti" di averlo pubblicato.

[Fonte: Il compito essenziale: http://lacompagniadeglierranti.blogspot.com]:


“Se vuoi essere giusto con gli altri, devi accettarli come sono e rinunciare a ogni tentativo di giudicare, analizzare, interpretare o cambiare la loro vita. Nel tentativo di correggere gli altri o di dare consigli li stai violando. Se hai fiducia che gli altri trovino le loro risposte, li tratti come esseri spiritualmente alla pari. Offri loro rispetto e libertà. Hai fiducia che la verità presente in ognuno illuminerà loro la via. Questo è amore in azione. Questo è il tipo di amore incondizionato che vi chiedo di donarvi a vicenda.

Non creare regole per le altre persone. Così facendo ti limiteresti a distogliere la tua attenzione da te stesso. Lascia che gli altri trovino da soli la loro strada, sostienili, incoraggiali, rallegrali, ma non pensare di sapere qual è il loro bene. Non lo sai, ne mai lo saprai. Rimani con la tua vita. Rimani con il tuo cuore. Tutto quello di cui hai bisogno per compiere il tuo destino è dentro di te. Ascolta la tua guida interiore, onorale, seguila, dedicale la tua energia, e si rivelerà.

Quando sei una sola cosa con la tua natura divina, le porte che hai bisogno di varcare si apriranno. Nessuno si incarna con un piatto vuoto. Tutti hanno almeno un avanzo o due da digerire. (Alcuni hanno un pasto di sette portate! Ma non ho intenzione di puntare il dito contro nessuno!) Il tuo compito sta nell’occuparti di quanto hai sul piatto o ti ritroverai con una seconda o terza porzione da trattare.

Rimani distaccato rispetto a quello che gli altri fanno o non fanno. Non avere neppure una opinione al riguardo. Lasciali fare. Non prendere l’esperienza di un altro ed evita di dare la tua a qualcun altro. Dormi nel tuo letto, preparati da mangiare, tieniti pulito. Impara a occuparti di te stesso e lascia che gli altri facciano altrettanto con se stessi. Il tuo compito è solo questo. Non sei qui per fare agli altri quello che dovrebbero fare per se stessi.

Per alcuni di voi è una rivelazione sapere che non siete qui per liberare gli altri dal dolore, ma solo per attraversare il vostro. Nessun altro lo può fare al tuo posto. Il tuo compito essenziale è questo e lo sarà in tutta questa tua incarnazione. Persino quando unisci la tua vita con quella di un’altra persona, il tuo compito rimane lo stesso. E ogni volta che lo perdi di vista o cerchi di scaricarlo su qualcun altro, devi pagarne il prezzo.

Se ciascuno di voi alimentasse la verità che è dentro ogni cuore, insieme dareste vita a un mondo completamente diverso. Sarebbe un mondo di realizzazione, non di sacrificio, un mondo di eguaglianza, non di pregiudizi, un mondo di verità e rispetto, non di inganni e disperazione.”

(Paul Ferrini)

martedì 28 giugno 2011

Insoddisfazione

Evolvendosi, l’uomo acquista maggiore consapevolezza dei propri poteri: forza, intelligenza, abilità tecnica, mentre parallelamente sviluppa un senso oscuro, ma intenso, che vi sono dei poteri più grandi, latenti nell’uomo, che egli deve realizzare (una "divina insoddisfazione").
Roberto Assagioli

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Possono esserci vari tipi di insoddisfazione: fisica, emotiva, mentale, relazionale, spirituale...

  1. A livello fisico, può essere connessa a bisogni non soddisfatti: sessualità, attività fisica, prestanza, appagamento,  gusto di vivere e di muoversi sul pianeta...
  2. A livello emotivo: carenze affettive e relazionali,  mancanza di gioia di vivere...
  3. A livello mentale: dubbi esistenziali, filosofici, ...
  4. A livello intuitivo: senso della vita, spiritualità, ...
  5. A livello della personalità e dell'io
  6. A livello dell'anima, spirito  o Sé transpersonale

Si può manifestare in vari ambiti:

  • familiare
  • sociale
  • relazionale, sentimentale (tipica la "sofferenza d'amore" d'epoca romantica...)
  • nel lavoro
  • nella ricerca del successo
  • in campo artistico
  • in ambito religioso-spirituale (in questo caso si parla di "divina insoddisfazione" o di eterna insoddisfazione)
  • in ambito filosofico (si parla anche di eterna insoddisfazione o di insoddisfazione esistenziale legata alla condizione umana. Famosi i libri di Sartre e di Moravia).

Le categorie che abbiamo elencato servono solo a dare un'idea d'insieme del fenomeno e non vanno viste separate le une dalle altre in quanto si compenetrano e si alternano in quella che spesso viene anche chiamata la danza della vita.

Oggi vi proponiamo questo articolo, che riteniamo utile, che parte da soluzioni sul piano fisico che coinvolgono, però, anche altri livelli. Ricordiamoci che può essere una buona cosa "ringraziare" il proprio corpo dopo un lavoro faticoso fatto bene...

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Perennemente insoddisfatti: cosa fare
di Bianca Maria Fracas

"L’insoddisfazione è la conseguenza del crearsi delle aspettative irrealizzabili, e il lamentarsi non è altro che lo specchio del nostro modo di essere, ovvero una predisposizione naturale a cogliere solo i lati negativi delle persone, dei luoghi e delle situazioni che incontriamo."

Sono molte le persone che qualunque cosa facciano e qualsiasi situazione incontrino, si sentono insoddisfatti. L’insoddisfazione è la conseguenza del crearsi delle aspettative irrealizzabili, e il lamentarsi non è altro che lo specchio del nostro modo di essere, ovvero una predisposizione naturale a cogliere solo i lati negativi delle persone, dei luoghi e delle situazioni che incontriamo.
Le persone che vivono in questo modo, dovrebbero imparare a pensare che nella vita ci sono sempre degli imprevisti negativi, ma che l’uomo è dotato di una capacità di adattamento, proprio come gli animali; l’importante è imparare ad affinare questa capacità.
È importante lasciarsi alle spalle le delusioni e essere propositivi verso le novità, sempre con un pizzico di spirito dell’avventura. Inoltre è importante imparare a cambiare abitudini, per insegnare al cervello a riorganizzarsi in modo creativo. Dal momento che la realtà rimane la stessa, vale la pena vederla sotto un altro aspetto; in questo modo apprezzeremo molto di più anche le cose che non sono perfette.

Un utile esercizio
L’ingrediente fondamentale per imparare ad essere meno insoddisfatti delle situazioni è essere fieri del proprio fisico; in questo modo si attenueranno le sensazioni di insoddisfazione.
Per avere una visione migliore di sé è utile imparare a sentire il proprio corpo e a muoversi in armonia con se stessi. Proviamo a camminare a quattro zampe, a fermarci a chiudere gli occhi e immaginarci dall’esterno. È uno degli esercizi che la Mind & Body Therapy insegna; le sedute sono seguite da uno psicoterapeuta, si svolgono in palestra e prevedono diversi esercizi come quello sopra descritto, o come quelli in cui si chiede al soggetto di sentire il peso del corpo prima sulle braccia, poi sulle gambe ed infine alzarne una per diminuire la tensione. Questa terapia amplifica le sensazioni del corpo per ottenere una percezione di benessere, condizione necessaria per essere più soddisfatti.

FONTE:
- http://www.guidapsicologia.com/002145_perennemente-insoddisfatti-cosa-fare.html

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A volte l’uomo è straordinariamente,
appassionatamente innamorato della sofferenza.
(Fëdor Michajlovic Dostoevskij)
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LINK sull'insoddisfazione:
- Definizioni, Dizionario della Felicità
- La causa dell’insoddisfazione: il desiderio
- Gli insoddisfatti
- Storielle e aneddoti
- Ontologia dell'insoddisfazione
- L'insoddisfazione quotidiana
- Sinonime, contrari, traduzione
- Insoddisfazione cronica, non godere della vita
- Insoddisfazione e immagine corporea
- Insoddisfazione personale
- Un antidoto contro l'eterna insoddisfazione
- Divina insoddisfazione e incarnazione
- Divina insoddisfazione e cambiamento

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Questa divina insoddisfazione significa che
all'interno della mia anima
si muove un impulso destinato a procurarmi grandi soddisfazioni.
Salvador Dalì

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AFORISMI E FRASI SULL'INSODDISFAZIONE: (tratti da: www.frasi.net)

  • Nulla è più pericoloso e mortale per l'anima che occuparsi continuamente di sé e della propria condizione, della propria solitaria insoddisfazione e debolezza. Hermann Hesse

  • L'insoddisfazione segue l'ambizione come un'ombra. Henry H. Haskins

  • La noia, l’insoddisfazione, è la molla prima di qualunque scoperta, piccola o grande. Cesare Pavese

  • Chi raggiunge il successo non fa altro che spostare la sua insoddisfazione più in alto. Gianni Monduzzi 

  • Il comparare è la fine della felicità e l’inizio dell'insoddisfazione. Sören Kierkegaard

  • Il desiderio è il motore che spinge la vita. Ciò che si desidera resta desiderio finché non si soddisfa. Vivere è desiderare, desiderare è insoddisfazione, dunque la vita è tristezza. Riccardo Crupi 

  • Siamo venuti in questo mondo non per noi stessi, ma per fare del bene agli altri. Siamo venuti qui per dare, non per ricevere.
    Due strade si aprono dinnanzi ad ognuno: servire se stesso o servire il prossimo.
    Scegliere quale sarà la tua autentica ispirazione di vita. La scelta di se stesso è più comoda, il Servizio al prossimo esige un sacrificio. Ma, se ci si riflette, il servizio di se stesso significa diventare schiavi della propria ambizione e da ciò nasce invidia e insoddisfazione. Mentre nel servizio del prossimo si è liberi, non si lavora per una ricompensa, né in competizione con gli altri. Si è liberi di esprimere il proprio amore: e la cosa curiosa dell'Amore è che più se ne dà, più copiosamente esso ci viene restituito! Buona Strada nel Servizio! Baden Powell

  • I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo. Fernando Pessoa

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“Esiste una vitalità, una forza vitale, un’energia, un’accelerazione che si traduce,
tramite te, in azione e, visto che in ogni momento tu sei unica, questa espressione è
unica [...] Devi mantenerti aperta e conscia nei confronti degli impulsi che ti
motivano. Mantieni aperto il canale [...] [Non esiste] nessuna soddisfazione in
nessun momento. Esiste solo una strana, divina insoddisfazione, una benedetta
irrequietezza che ci fa andare avanti e ci rende più vitali degli altri.”

Martha Graham ad Agnes De Mille, Dance to the Piper1

 

E' una legge fondamentale della vita che l'amore ti condurrà a un'insoddisfazione sempre più profonda.
Alla fine, l'amore ti condurrà a un'insoddisfazione tale da creare in te l'anelito per l'amante supremo, il divino,
allora comincerai a ricercare l'innamoramento definitivo.
(Osho)

 

DIVINA INSODDISFAZIONE

In ogni essere c’è una profonda spinta interiore verso una forma di vita superiore, una forza fondamentale ma insistente che ci spinge - come il fiore che spontaneamente si gira verso il sole - alla ricerca di qualche cosa di più grande di noi e verso orizzonti che non sono già stati conquistati. Non è sempre facile riconoscere questa potente forza interna, soffocata  come è nei labirinti della complessa natura umana, sicché spesso essa riesce ad emergere solamente in forme distorte. Ma sono pochi coloro nei quali questa potente forza non riesce ad affiorare, sia sotto forma di potente credo spirituale, che di una migliore qualità di vita, o di attività pratica di servizio.
Questa “forza segreta” è stata chiamata la “divina insoddisfazione”, la “spinta del cielo”, la “spinta evolutiva”. Ma qualunque nome si possa darle, è pur certo che la Legge
dell’Avvicinamento Spirituale è la forza basilare che regola e governa questa potente esigenza nella natura umana. È questa legge che dà origine alle molte tecniche dell’evoluzione spirituale, all’osservanza delle varie religioni, ai metodi che portano a creare un ponte nella coscienza tra la vita esterna e quella interna, ed a fondere gli elementi materiali con quelli spirituali, sicché ne nasca “un tutto” nuovo e più vitale.
Fonte: www.istitutocintamani.org/Meditazione-Nuova-Era-ANNO-1.  pag. 74

Dentro ognuno di noi esistono qualità che derivano da una Fonte ben al di sopra della nostra personalità “normale”. L’amore, la creatività, lo spirito di servizio, l’aspirazione, il
richiamo che induce il Figliol Prodigo a ritornare alla Casa del Padre, l’apprezzamento della verità, della bellezza, della bontà; un senso anche vago della realtà “interna”, di “qualche cosa che vada oltre”, quella “divina insoddisfazione” che è alla base dell’irrequietezza della razza umana, lo spirito di avventura, il costante sforzo di migliorare tutti questi elementi sono prove che “l’uomo è un animale più un Dio vivente.”
Fonte: www.istitutocintamani.org/Meditazione-Nuova-Era-ANNO-1, pag. 86 

Gli annebbiamenti della ristrettezza di idee e della rigidità, non necessitano di molte spiegazioni. I loro effetti limitanti sono ovvi. Ma tali annebbiamenti non sempre vengono
riconosciuti, ed esistono molte ragioni che ci rendono difficile tale riconoscimento; perché vogliamo sentire intorno a noi le pareti protettive di un certo modo di pensare; a causa di ciò che potremmo chiamare “agorafobia mentale”, o timore di spostarci in nuove aree di pensiero; a causa della pigrizia mentale ed emotiva, dell’ignoranza, e di quell’autocompiacimento che deriva dall’essere completamente assorti nelle proprie credenze, convinzioni e modi di vivere.
Se dovessimo riconoscere in noi stessi simili tendenze, cerchiamo di ricordare il valore della “divina insoddisfazione”… È stato attraverso la costante sollecitazione del cuore umano e delle menti aperte di alcuni indagatori, che l’umanità ha trovato la sua strada dall’oscurità primordiale al suo attuale, comparativamente avanzato, stadio di sviluppo. Una mente chiusa ed un sentirsi nel giusto, costituiscono dei grandi ostacoli al nostro proprio progresso ed a quello di altri.
Fonte: www.istitutocintamani.org/Meditazione-Nuova-Era-ANNO-3, pag. 81

 


giovedì 19 maggio 2011

San Francesco e il Sufismo

 

(di Gabriel Mandel. Trascrizione di una conferenza )

Una premessa.
Dice Dio nel Corano:

Né i cieli né la terra Mi contengono, ma Mi contiene il cuore del Mio fedele.

Il cuore, non la mente; poiché infatti possiamo capire Dio con i sentimenti che simbolizziamo con il termine “cuore”; mai con il ragionamento, la ricerca scientifica, la speculazione razionale.
Mistico è colui che aspira ad infrangere i limiti terreni della sua carne, per giungere a capire sempre più Dio, per sentirlo nella Sua realtà ineffabile e incommensurabile, anche se, in effetti, secondo il Corano (50ª16), Dio è vicino a ciascuno di noi più della sua stessa vena giugulare.
Se facciamo cadere una goccia d’acqua in una coppa d’essenza di rose, questa goccia prende il colore e il profumo dell’essenza di rose. Così è l’anima perduta in Dio, annientata nella Sua infinitezza, con la fruizione piena della divinità senza più limiti terreni, nel più alto grado dell’esperienza religiosa.
Tutte le religioni hanno il loro lato mistico. Due tuttavia si differenziano dalle altre per due punti essenziali:

  1. la necessità della Grazia divina, ossia la necessità che sia Dio a chiamare il Suo fedele;
  2. la nozione precisa che questa chiamata non annulla né la trascendenza assoluta di Dio né l’individualità spirituale dell’anima che, purtuttavia, da Dio deriva ed è come goccia dell’oceano senza fine che è Dio. Queste due religioni sono la cristiana e la musulmana.

È ad ogni modo indubbio che, agli occhi di un ricercatore storico delle vie mistiche, balzano evidenti le analogie che, le profondità del pensiero mistico sia cristiano sia musulmano, propongono ad ogni piè sospinto. Si potrebbe facilmente tracciare tutta un’antologia di passi paralleli. Il poco tempo a disposizione in una chiacchierata come questa non lo permette, ma l’approfondimento del misticismo islamico è oramai possibile, grazie alla moltitudine di testi musulmani tradotti oggi nelle lingue occidentali, italiano compreso.
Così possiamo avvicinare i testi di Rabica, la più grande mistica musulmana, a quelli di santa Teresa d’Avila; i testi di alFarabi (?-950), trattatista di musica e filosofo mistico, a quelli di san Tomaso d'Aquino che appunto ad âlFarabi si ispirò. D’altronde è di norma paragonare san Tomaso d’Aquino – per la qualità del pensiero teologico - ad Averroè, o ad âlGhazzali, o a Îbn alcArabi, i tre più eminenti teologi e Maestri sufi dell’Îslâm.
Della mistica cristiana troviamo i primi spunti in Clemente Alessandrino e in Agostino, spunti che vennero sistematizzati dallo Pseudo Dionigi l’Areopagita in un Corpus Dionysiacum che, tradotto da Scoto Eriugena nel IX° secolo, ispirò a Bernardo di Chiaravalle un misticismo affettivo cristocentrico, e ad Ugo e a Riccardo di San Vittore un misticismo profondamente psicologico. Da qui derivò il misticismo candido di Francesco, quello colto di Bonaventura, quello apocalittico di Gioacchino da Fiore.

Citerò in particolare, a mo’ di esempio, due mistici di grande statura:
- san Francesco, frate, grande mistico della cristianità, e
- Jalâl âlDîn Rûmî, sufi, grande mistico dell’Îslâm,
entrambi molto vicini a Dio, e pertanto molto vicini fra loro. Essi hanno numerosi punti di contatto sia per ciò che riguarda la loro vita terrena, sia per ciò che riguarda la loro visione del divino.

Entrambi poeti, entrambi fondatori di una loro Confraternita monastica fra le maggiori, san Francesco nel Cristianesimo e Rumi nell’Îslâm. Entrambi vissero nel XIII secolo.
Osserviamo allora che questo XIII° secolo fu un periodo fertile di inizi, formazioni e delineazioni sia per il mondo Occidentale che per quello Orientale. Varie figure di prua del mondo cattolico e del mondo islamico, ad esempio, si trovarono in parallelo nel corso di questo secolo.
Dante è all’inizio della poesia in lingua italiana e Yunus Emre di quella in lingua turca; inoltre nel mondo islamico e in quello cattolico medici, architetti, filosofi in un parallelismo esemplare, come il Vesalio e Îbn Nafis (1203-1288) le cui anatomie vennero in seguito copiate anche da Leonardo da Vinci. Possiamo quindi dire che precipuamente omologo di san Francesco fu Jalal alDin Rumì.

Anzi: nel 1216 Rûmî fu a Damietta, in visita dal sultano Malik âlKamil, ripartendo subito per la Turchia; e san Francesco fu a Damietta nel 1219. Nel 1216 Rûmî parlò a Damasco con il grande mistico e teologo musulmano Îbn âl`Arabî; e con Îbn âl`Arabî san Francesco si intrattenne a Damietta nel 1219, quando si recò alla corte del sultano, ove incontrò vari sufi, conversando a lungo con loro. Ma non fu questo un primo incontro: già nella primavera del 1214 san Francesco aveva conosciuto dei sufi nella Spagna musulmana e in Marocco.

San Francesco si formò in gioventù a contatto diretto con trovadori francesi a loro volta educati dai trovadori musulmani in particolare andalusi. Sappiamo che san Francesco parlava correntemente il provenzale. Per ciò che riguarda l’ambiente del tempo in cui san Francesco visse, non vanno dimenticati l’imperatore Federico II°, detto per antonomasia «il più musulmano dei re cattolici, il più cattolico dei re musulmani», e il grande Dante Alighieri.
La poesia italiana si formò alla Corte di Federico II° per il contatto intenso con i poeti musulmani, di cui il maggiore, nella Sicilia stessa, fu Îbn Hamdîs (1055-1132).
Dante Alighieri trasse ispirazione strutturale e figurale per la sua Divina Commedia dal testo musulmano "Il viaggio notturno del Profeta Maometto" (studio completo del reverendo Miguel Asin Palacios, 1919). Del pari si ispirarono alla poesia musulmana i troubadours provenzali, i poeti spagnoli alla corte di Alfonso el Sabio, e i compagni di Dante detti 'I seguaci d'Amore', come possiamo leggere anche nel denso studio di Luigi Valli (Dante e i seguaci d’amore. Roma 1928).

Ben noti sono a voi i frati e le suore; forse un po’ meno quelli che si sogliono considerare i frati e suore dell’Islam, i sufi appunto. Qualche notizia allora sui sufi, i mistici dell’Islam.
Secondo Si Hamza Boubakeur (che fu rettore dell'Università islamica di Parigi, rettore della Moschea di Parigi, discendente diretto del primo 'califfo ben diretto' Âbû Bakr, nonché mio compianto e venerato maestro):

«Il Sufismo in se stesso non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni obbedienza. È innanzi tutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d'equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente. Lungi dall'essere una innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una marcia risoluta d'una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata».

I Sufi si dividono in Confraternite, a un dipresso, appunto, come le Confraternite dei frati e delle suore nel mondo cristiano, con la sola differenza che i sufi e le sufi si sposano e vivono nel mondo, o, come essi dicono: 

«Nel mondo, ma non del mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti.»

Le Confraternite dei Sufi si sono sgranate lungo il corso dei secoli, e in tutta la storia della cultura islamica, se si cita un grande scienziato, un grande poeta, un grande musicista, o architetto, o pittore, si cita quasi sicuramente un maestro sufi.
Punta di diamante dell'Îslâm, dal momento che l'Îslâm non si presenta come un blocco monolitico ma ha varie coloriture, varie sfaccettature e varie istanze a seconda dei luoghi geografici e delle diversificazioni storico-sociali, anche il Sufismo ha vari aspetti, e sette sono le sue grandi Confraternite maggiori. Possiamo dire che la vera origine del Sufismo è situabile nell'Asia turco-iraniana; per ragioni storiche esso ha via via riassunto e inglobato – fra il X° e il XII° secolo, insegnamenti esoterici buddhisti, indù, classico-egizi e cristiani pur scaturendo da una matrice sciamanica non mai sopita; mentre in certe zone dell'Arabia e del Nord Africa - soprattutto nei due ultimi secoli - è andato poi anche degenerando in aspetti folcloristico-popolari. Inoltre, forse sulla scia del New Age, sono comparse in Occidente anche false confraternite sufi che nulla hanno a che vedere con il verbo autentico del Sufismo, anche se del Sufismo scimmiottano stupidamente alcuni aspetti esteriori.
Per essere sufi occorre comunque essere musulmani, ed essere accolti e iniziati in una confraternita tradizionale e autentica.

Base imprescindibile del Sufismo è il Corano, correttamente letto, meditato, interpretato, come diceva appunto Si Hamza Boubakeur; e attenendosi strettamente al Verbo del Corano i veri Sufi seguono questi principi base:
- rispetto per le persone;
- rispetto per tutte le religioni;
- amore per la pace;
- comportamento corretto sulla base dell'etica.

Su questa base il Sufismo si ricollega a tutte le altre grande tradizioni mistiche anche per il suo rito precipuo, il dhikr, di cui è noto in Europa quello precipuo dei Mevlevi il Semà. I Mevlevi sono noti con il termine di dervisci roteanti. Va tenuto presente che i termini “dervisci”, “sufi” e “faqîr” sono sinonimi; la differenza fra questi termini è una questione di diversità di lingue.
Con il dhikr i sufi possono giungere a stati estatici, percepire la realtà divina, acquisire consapevolezze non altrimenti raggiungibili; e all’atto pratico possono anche infondere serenità, pace e benessere tramite alcuni aspetti precipui di quelle conoscenze sciamaniche che il Sufismo condivide con il Buddhismo e con certo induismo. Non è da tralasciare una conoscenza specifica del Sufismo, la Musicoterapia, dovuta anche al fatto che i più grandi Medici dell’Îslâm, il turco Avicenna ad esempio, erano sufi. La Musicoterapia dei Sufi è utile per la guarigione di malattie fisiche e di devianze psichiche, e anche per infondere nei cuori un senso di pace.

Fârisî (891 c.-980) disse:

«Le condizioni fondamentali del Sufismo sono dieci. Riassumendo, esse sono:
Credere nell’unicità di Dio, imparare, frequentare i confratelli, pregare, viaggiare, aver pazienza, fare voto di povertà, essere umili, pentirsi degli errori commessi, rinunciare.»

Questi furono i valori dei sufi nei primi secoli della loro storia.

E i Sufi predicano in modo particolare la Pace. Oggi tutti invocano la pace, ma secondo i concetti di Seyyd Hossein Nasr, sufi e grande filosofo iraniano contemporaneo,

«La Pace non è mai raggiunta proprio perché dal punto di vista metafisico è assurdo aspettarsi che una cultura consumistica ed egoistica, dimentica di Dio e dei valori dello spirito, possa darsi la pace. La pace fra gli esseri umani è il risultato della pace con se stessi, con Dio, con la natura, secondo una componente etica che abbia superato false morali, preconcetti, interessi unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è il risultato dell’equilibrio e dell’armonia che si possono realizzare soltanto aderendo agli ideali precipui delle correnti mistiche. In questo contesto è quindi di vitale importanza la pace fra le religioni.»

Così i Sufi dicono che
- l'Ebraismo è la religione della SPERANZA,
- il Cristianesimo è la religione dell'AMORE,
- l'Islâm è la religione della FEDE.

Ed ecco: questo è il terzo polo, equilibrio delle vicende umane in tutta la loro estensione: la Fede, la Speranza e l'Amore, origini della mistica, della spiritualità, dei valori sublimati che ci conducono alla comprensione di Dio, nostro Signore unico ed assoluto, il Creatore di tutto.
La comprensione dei 'valori dell'altro', il giusto equilibrio fra rispetto e reciproca conoscenza, sono i valori eminenti che possono restituire al mondo, dopo due millenni di incomprensioni e di lotte fratricide, la serenità interiore e la pace universale cui tutti gli 'uomini di buona volontà' aspirano. Questa, in definitiva, è la Via del Sufismo, una delle tante vie per adorare Dio nella sua più pura essenza.

Rabicah âlcAdawiyya (?-801), una grande mistica sufi dell’VIII° secolo, scrisse di Dio:

«Mio Dio: se ti adoro per paura dell’inferno bruciami nell’inferno;
se Ti adoro nella speranza del Paradiso, escludimi dal Paradiso;
ma se Ti adoro unicamente per Te stesso, non mi privare della Tua bellezza eterna.»

Ne sentiamo ancora gli echi nei primi quattro versi di un sonetto attribuito a santa Teresa d’Avila (1515-1582):

«No me muove, mi Dios, para quererte,
el Cielo que me tienes prometido,
ni me muove el infierno tan temido
para dejar por eso de ofenderte.»

(Ciò che mi spinge ad amarTi non è il cielo che mi prometti e non è l’inferno temuto da farmi trattenere a causa sua dall'offenderTi).

Disse il nostro Profeta, Muhammad (sws):

«Vi sono tante vie verso Dio quante sono le stelle in cielo, ma la via che permane, quella più sicura, è una sola: la Via della povertà
(Riportato da cAbd âlWahhâb Shacrânî, egiziano, 1493-1565).

E puntualmente Dante Alighieri, quando cita san Francesco nel Paradiso (Canto undicesimo), dice appunto che vede in Paradiso san Francesco in compagnia di Sorella Povertà.

Dalla 'Leggenda Maggiore' di San Bonaventura da Bagnoregio (FF 1063-1064):

«Quando giunse presso la curia romana, venne condotto alla presenza del sommo Pontefice. Il Vicario di Cristo [...] cacciò via con sdegno, come un importuno, il servo di Cristo. Questi umilmente se ne uscì. Ma la notte successiva il Pontefice ebbe da Dio una rivelazione. Vedeva ai suoi piedi una palma, che cresceva a poco a poco fino a diventare un albero bellissimo. Mentre il Vicario di Cristo si chiedeva, meravigliato, che cosa volesse indicare tale visione, la luce divina gli impresse nella mente l'idea che la palma rappresentava quel povero, che egli il giorno prima aveva scacciato.
«Il mattino dopo il Papa fece ricercare dai suoi servi quel povero per la città. Lo trovarono nell'ospedale di Sant'Antonio, presso il Laterano, e per comodo del Papa lo portarono in fretta al suo cospetto [...] e questi raccontò al Pontefice, come Dio gliel'aveva suggerita, la parabola di un ricco re che con gran gioia aveva sposato una donna bella e povera e ne aveva avuto dei figli che avevano la stessa fisionomia del re, loro padre e che, perciò, vennero allevati alla mensa stessa del re.
«Diede, poi, l'interpretazione della parabola, giungendo a questa conclusione:
“Non c'è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell'eterno Re; poiché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella. Se, infatti, il Re del cielo promette ai suoi imitatori il Regno eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi”!»

Il Papa approvò quindi la Regola, fece fare a tutti i frati che erano venuti con il servo di Dio delle piccole chieriche, e conferì loro il mandato di predicare liberamente la penitenza e la parola di Dio.

Una coincidenza: la novella che il santo raccontò al Papa la si trova anche in Farîd âlDîn Âttâr (1140 c.1220 c.) autore dell’Elahi-nameh, e poi in una variante nel Mathnawî di Jalâl âlDîn Rûmî. Con questo non intendo per nulla affermare che Francesco e Rûmî abbiano copiato da Âttâr; puntualizzo il fatto che a livello spirituale vi sono parallelismi e comunità di intenti in tutto simili, poiché il Misticismo e la fede in Dio sono un sentito unico, da qualsiasi punto di vista religioso li si avvicini.

Il sogno del papa (una palma) è un simbolo anche per i sufi: poiché in arabo Tariqat significa sia palma, sia Via mistica.

San Francesco istituì per la sua Confraternita, detta dei “Frati Minori”, tre ordini di frati. Così è anche nelle Confraternite sufi; e nell’un Ordine e negli altri vi vengono accostati i Grandi Fratelli, quelli ad esempio di Najim Kubrâ (?-1220). I sufi sono religiosi musulmani ma, come nel cristianesimo abbiamo preti e frati, così nell’Îslâm i sufi sono frati e non preti. Francesco rifiutò d’essere ordinato prete, e si accostò maggiormente all’ordinamento laico democratico più che a quello ecclesiastico. Così è anche dei sufi, il cui motto precipuo che ripeto di nuovo qui, dice:

«NEL mondo, ma non DEL mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti.»

E ancora: al pari di san Francesco, è scritto nelle agiografie che riguardano il il sopraccitato Najmuddin Kubra, che anche lui predicava agli animali, agli uccelli e al lupo.

Veniamo ora all’incontro del santo con il sultano dell’Îslâm.
Da: "I Fioretti del glorioso messer santo Francesco e d’alquanti suoi santi compagni". Capitolo XIV°.

«Il Soldano l’udiva volentieri e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’egli potessono predicare dovunque piacesse loro. E diede loro un segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona. Avuta dunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò questi suoi eletti compagni a due a due, in diverse parti di Saracini a predicare la fede di Cristo; ed egli con uno di loro elesse una contrada.»

Il saio è il mantello di lana con cappuccio precipuo dei sufi. È di lana, termine che in arabo è: suf, da cui Sufismo. Il saio francescano è quello stesso dei sufi in Terra Santa, in Marocco e nella Spagna; ed è quello che san Francesco vide alla corte del sultano.

In Kalâbâdhî, grande maestro sufi del X° secolo (913 c.-995), leggiamo:

« Povertà e pazienza sono il saio sotto il quale alberga un cuore che vede solo in Dio i giorni di festa e di serenità»

Veniamo ora ad un oggetto di devozione che tutti voi conoscete: il Rosario.

Dice il Corano: Dio ha i Nomi più belli (7ª180; 17ª110; 20ª8; 59ª24). Secondo la teologia musulmana i Nomi di Dio – rappresentazione vocalizzata dei Suoi attributi – sono quattromila. Mille di questi sono conosciuti solo da Dio; mille da Dio e dagli angeli; mille da Dio, dagli angeli e dai profeti; mille da Dio, dagli angeli, dai profeti e dai credenti. Di questi ultimi mille, trecento sono menzionati nel Pentateuco, trecento nei Salmi, trecento nei Vangeli e cento nel Corano. Di questi cento, novantanove sono noti ai fedeli comuni, mentre uno è nascosto, segreto e accessibile solo ai mistici più illuminati. Il Profeta stesso disse:

«Vi sono novantanove Nomi che appartengono solo a Dio. Colui che li impara, che li capisce e che li enumera entra in Paradiso e raggiunge la salvezza eterna».

E il mistico Tosun Bayrak, khalyfa della Jarrahiyya-Khalwatiyya negli Stati Uniti d’America scrisse:

«I bei Nomi di Dio sono la prova dell’esistenza e dell’unicità di Dio. O voi che siete arsi e turbati per il peso della sofferenza del mondo materiale, possa Dio far sì che i Suoi bei Nomi siano un balsamo lenitivo per i vostri cuori feriti. Imparate, capite e recitate i bei Nomi di Dio. Cercate le tracce di questi attributi di Dio nei cieli, sulla terra e in ciò che vi è di bello in voi stessi. Così troverete beneficio, a seconda della grandezza della vostra sincerità. Col permesso di Dio, chi dubita troverà sicurezza, l’ignorante troverà conoscenza, chi nega affermerà. L’avaro diventerà generoso, i tiranni chineranno il capo, il fuoco nel cuore degli invidiosi si spegnerà.»

In effetti capire «l’essenza» di questi attributi acquieta l’animo, infonde fiducia e arricchisce spiritualmente. Ecco perché, sul piano strettamente pratico, è consuetudine musulmana ripetere i Nomi facendo scorrere tra le dita un rosario composto di novantanove grani (o di trentatré fatti scorrere tre volte). Questo rosario si chiama subha in arabo e tashbî (o anche komboloy) in turco. È ben noto che esso deriva attendibilmente da quello buddista, di centootto grani, in uso nell’Asia centrale e orientale fin dal IV° secolo, così come è noto che dalle organizzazioni monacali buddhiste derivano quelle sufi. A sua volta il rosario musulmano introdotto nell’Îslâm dai Sufi, fu adottato da san Francesco al suo ritorno dalla Terra Santa, dando origine al rosario cattolico diffuso dai francescani appunto e in seguito definito nella forma attuale da san Domenico.

Ancora dai Fioretti (Capitolo XI°) leggiamo:

«Andando un dì santo Francesco per cammino con frate Masseo, il detto frate Masseo andava un poco innanzi: e giungendo a un trebbio [trivio] di via, per lo quale si poteva andare a Firenze, a Siena e ad Arezzo, disse frate Masseo: Padre, per quale via dobbiamo noi andare? Rispuose santo Francesco: Per quella che Dio vorrà. Disse frate Masseo: E come potremo noi sapere la volontà di Dio? Rispuose santo Francesco: Al segnale che io ti mostrerò; onde io ti comando, per merito della santa obedienza, che in questo trebbio, nel luogo ove tu tieni i piedi, tu ti aggiri intorno intorno [...]. Allora frate Masseo incominciò a volgersi in giro; e tanto si volse [...] Alla perfine, quando egli si volgea bene forte, disse santo Francesco: Sta’ fermo e non ti muovere; ed egli istette e santo Francesco il domandò: Verso qual parte tieni la faccia? Rispuose frate Masseo: Inverso Siena. Disse santo Francesco: Quella è la via per la quale vuole Dio che noi andiamo.»

Voi sapete bene chi è san Francesco. Forse qualcuno di voi avrà però sentito parlare anche dei sufi Mevlevi, i cosiddetti “Dervisci roteanti”, la Confraternita fondata a Konya da Jalâl âlDîn Rûmî. A quelli di voi che conoscono i Mevlevi non può essere sfuggita la simiglianza fra il roteare di frate Masseo e il roteare dei sufi Mevlevi nella loro cerimonia specifica, il Semà, simile al rito che san Francesco poté vedere di persona alla corte del Sultano.
Le prime forme di samâc apparvero presso i Sufi di Baghdâd a metà del IX° secolo, sviluppandosi poi soprattutto fra i turchi del Khurâsân, a volte perfino in forme non differenti dal dhikr usuale. Completarono il rito sul finire del XIII° secolo i Mevlevi di Rûmî.
Nel suo insieme, tutto il Samâc (in turco: Semâ) ha plurime valenze. Anzitutto: i Mevlevi danzano a Konya un Semâ completo la seconda settimana di dicembre per celebrare la morte di Jalâl âlDîn Rûmî . Questa danza, altamente emblematica, altamente spirituale, è l’espressione stessa della realtà divina e della realtà fenomenica, in un mondo in cui tutto, per sussistere, deve ruotare come gli atomi, come i pianeti, come il pensiero.
Beninteso: questa cerimonia non intende simbolizzare né la rotazione degli atomi né quella dei pianeti (come a volte qualcuno ha commentato): è un errore interpretarla così. Come qualsiasi tipo di dhikr agito dalle varie Confraternite Sufi, il Semâ è un rito in grado di indurre uno stato estatico. Esso porta all’ascesa spirituale - viaggio mistico dall’essere a Dio - in cui l’essere si dissolve ritornando poi sulla terra.

E veniamo ora al Cantico delle Creature, o di Frate Sole. (Lettura):

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
A te solo, Altissimo, se Konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue creature
spetialmente messer lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna et le stelle:
in cielu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi Signore, per frate vento,
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale enallumini la nocte:
et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra madre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribuatione.

Beati quelli ke ‘sosterranno in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morranno ne la peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne la tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate
et serviateli cum grande humilitate.

Âbu âlFath âlWâsiti, egiziano (?-1184), i cui discepoli erano alla corte del Sultano quando vi fu san Francesco, scrisse un testo: La lode a Dio secondo le parole del Corano, che ora vi leggo. Sono tutte citazioni tratte dal Corano, e quindi già presenti in Europa, dove il Corano fu tradotto per la prima volta, in latino, nel 1143, da Roberto di Ketton (Robertus Ketenensis) per incarico di Pietro il Venerabile, abbate di Cluny (manoscritto a Parigi, Biblioteca dell’Arsenale). Si tratta quindi di un “centone coranico”, e per chiarire bene il termine leggo un passo del Vocabolario Treccani della lingua italiana, al lemma Centone: «componimento, tipico della tarda letteratura greca e latina, formato dalla giustapposizione di parole, fresi, emistichi o versi di qualche famoso autore.» Ecco perché lo chiamiamo un “centone coranico”.

Ed ecco il testo della Lode di Wâsiti:

«Nel Nome di Dio, Misericordioso, Misericorde. Lode a Dio signore dei Mondi (1ª1)
«Certo, il vostro Signore è Dio, che ha creato i cieli e la terra in sei periodi, e poi si è posto sul Trono. Egli copre il giorno con la notte, ininterrottamente. E il sole, la luna, le stelle sono sottomessi al Suo comando. La Creazione e il comando appartengono solo a Lui. Sia lode a Dio, il Signore dei mondi. Invocate il Signore con umiltà e raccoglimento (7ª54-55)
«Non avete visto come Dio ha creato i sette cieli sovrapposti? Egli ha posto la luna come una luce; Egli ha posto il sole come una fiaccola. Dio vi ha fatti crescere dalla Terra come le piante, poi vi ci rimanderà e poi vi farà uscire con una uscita. Dio ha posto per voi la Terra come un tappeto, affinché camminiate attraverso i suoi valichi'» (71ª15-20).
«Egli, il Fenditore dell’alba, ha fatto della notte un riposo; il sole e la luna per computare. Egli vi ha assegnato le stelle affinché grazie ad esse vi guidiate nelle tenebre della terra e del mare. Certo noi esponiamo prove per coloro che sanno. Egli vi ha creato a partire da un'anima unica, ricettacolo e deposito. Egli fa scendere dal cielo l’acqua. Poi con essa vien fatta germogliare ogni pianta dalla quale vien fatta uscire una verzura, e da questa i semi sovrapposti gli uni agli altri; e la palma, dalla cui spata regimi di datteri vicini. Ed anche i vigneti, l’ulivo e il melograno, simili o differenti gli uni dagli altri. Guardate i loro frutti quando si producono e quando maturano. Ecco dei segni per coloro che hanno fede (6ª96-99)
«Gloria a Dio che fa scendere dal cielo un'acqua pura, preziosa, ed umile per far rivivere con essa una contrada morta e dar da bere ai molti animali e agli esseri umani che ha creato (25ª48).
«Chi farà rivivere le ossa quando esse saranno imputridite?» Di': «Le farà rivivere Colui che le ha create la prima volta, poiché Egli è abile in ogni creazione; Egli vi ha fatto scaturire il fuoco dall'albero verde, ed ecco che voi accendete con esso. Forse che Colui che ha creato i cieli e la Terra non sarà capace di creare altri come loro? Sì, poiché Egli è il Creatore [âlKhâliqu], il Sapiente (6ª78-81) Avete riflettuto sul fuoco che fate scaturire? Siete voi che fate crescere il suo legno, o siamo Noi che facciamo ciò? Ne abbiamo fatto un Richiamo e una cosa utile per i viaggiatori del deserto. Glorifica dunque il Nome del tuo Signore, l'Immenso (56ª71-74).
«Ovunque voi siate, la morte vi raggiungerà, foste anche in torri impenetrabili (4ª78). «Certo, la morte che voi fuggite vi raggiungerà. Sarete poi ricondotti davanti a Colui che conosce il visibile e l'invisibile. Egli vi informerà di ciò che facevate.» (63ª8) 57 Ogni anima gusterà la morte, poi verrete ricondotti a Noi. Quanto a quelli che credono e compiono opera buona, faremo abitare loro, nel Paradiso, località elevate, sotto le quali scorrono ruscelli, e nelle quali rimarranno in eterno. Eccellente sarà la mercede di coloro che agiscono perseverando pazientemente e che confidano nel loro Signore (29ª57-59).
«Ciò che è nei cieli e sulla Terra celebra le Sue lodi. Egli è l'Onnipotente, il Saggio (59ª24). Lodate dunque Dio la sera e la mattina e anche la notte e a mezzogiorno. A Lui la lode nei cieli e sulla terra (30ª17-18).
«Amîn.»

Con questo non affermo che vi sia una derivazione diretta del Cantico di san Francesco dal Centone di Wâsiti; parlo – e torno a ripeterlo - di una comunità di sentimenti che avvince e lega ogni mistico, a qualsiasi religione appartenga.

Un cerchio: sul suo perimetro si dispongono l’una dopo l’altra, come segmenti, le religioni, mentre il centro del cerchio simbolizza Dio. Da queste religioni partono, e tendono al centro del cerchio, come altrettanti raggi, i mistici. Più si avvicinano a Dio e più avvicinano fra loro...

E per concludere.

In linea di massima tutti i procedimenti religiosi per raggiungere lo stato estatico si possono suddividere in due tipologie precipue:

  1. o una contemplazione passiva, silenziosa, tendente a liberare la mente da ogni pensiero consapevole (ed è per solito individuale);
  2. o una tecnica attiva di invocazione secondo la ripetizione di formule mantriche (col suono ritmico di strumenti musicali o anche senza), e ciò ha luogo per solito nell’ambito della collettività.

Vi è inoltre una necessità comune per tutte le Vie mistiche, a qualsiasi religione appartengano, e che determina forme diverse di istruzione, anche notevoli:
la necessità di un Maestro.
Un esperto, cioè, che abbia già percorso il cammino e che sappia quindi guidare convenientemente, sappia preservare dagli errori, dalla tendenza a fuggire per la tangente a causa del pericolo sempre in agguato, e perfino – per una forma paranoica - dai conseguimenti effettivamente raggiunti (nel Corano, 7ª16-17, Satana dice a Dio: «Io li insidierò lungo la Tua retta Via, poi li assalirò davanti, dietro, da destra e da sinistra»).
Un Maestro del tutto disinteressato, amorevole, paternamente sollecito, ma soprattutto consapevolmente o anche solo intuitivamente esperto della psiche e delle sue devianze. Ciò ha determinato una lunga serie di convenzioni, di scuole e di conseguimenti, e tutte le religioni ne hanno generati. Inoltre tutte le correnti hanno tratti in comune e conseguimenti omologhi.

Ma perché questa eterna presenza di una ricerca mistica?
Ha ancora valore in un mondo, quello d’oggi, che sembra così tanto mutato davanti alla necessità di una fede?

In risposta a queste domande, e come conclusione di questa ricerca, lascio di nuovo la parola al già citato Seyyed Hossein Nasr, che ha scritto:

«La ricerca mistica è perenne perché si trova nella natura delle cose, e la società umana è sana nella misura in cui tale ricerca è stata riconosciuta quale elemento basilare nella vita della comunità. Quando una collettività, o una società, non riconosce più questo profondo anelito e quando è sempre più limitato il numero di coloro che seguono la vocazione alla via mistica, la collettività stessa crolla per il peso della sua struttura o viene distrutta da malattie psichiche che essa non è in grado di curare per il semplice fatto di aver negato ai suoi membri l’unico cibo spirituale che può saziarne l’anima.
Alcuni uomini continueranno ancora a cercare e a seguire la via mistica, ma la società alla quale appartengono non sarà più capace di trarre totale beneficio dalla presenza illuminante di coloro che, appunto per il fatto di ricercare quanto è sovrumano, permettono ai loro simili di rimanere al livello umano, e provvedono la società stessa degli unici veri criteri di valutazione della sua importanza e del suo valore.»
«Se anche nei periodi più cupi di eclisse dello spirito vi sono sempre uomini dotati di una natura spirituale e contemplativa, ciò accade precisamente perché l’economia della collettività umana ha bisogno della loro esistenza. Una società totalmente priva di uomini contemplativi cesserebbe semplicemente di esistere [...]. La ricerca dell’infinito è l’unica che conferisca significato al mondo finito, nel quale l’uomo si trova ad essere. L’impronta di quella perfezione che l’uomo porta entro di sé gli rende qualunque esistenza finita sopportabile, ma soltanto a condizione che possa condurlo all’infinito e all’assoluto. Di qui la perennità della ricerca mistica e lo sforzo che gli uomini di tutti i tempi hanno fatto per poter vedere oltre il finito, in quanto l’infinita realtà determina e abbraccia tutte le cose.»

Questa è la Via, questa è la via di san Francesco, di Rûmî, di tutti gli uomini di buona volontà che tendono alla pace nel loro cuore e al bene di tutta l’umanità.
Questo è ciò che auguro a voi tutti, a tutti noi, di poter essere.
Grazie.

Gabriel Mandel,
Vicario generale per
l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti

Fonte:
- http://flashdesmond.blogspot.com/2011/03/san-francesco-e-i-sufi.html

Link:
- L'addio-terreno-di-gabriele-mandel-khan
-
http://www.fmboschetto.it/religione/San_Francesco_dell_Islam.pdf 
- Altri scritti di Gabriel Mandel
-
Al-Faqr, o la povertà spirituale 
- Teaching Stories from Tierno Bokar 
- La scienza delle lettere 
- Il linguaggio degli uccelli 
 

PER APPROFONDIRE

Sufismo e Taoismo
Il Sufismo
Il Sufismo
I Sufi - Mediterranee
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