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venerdì 7 luglio 2017

Cos'è meglio?


Cos'è meglio?
Credere in Dio
ma comportarsi in modo disumano
come se non ci fosse?
Oppure...
Non credere in Dio
ma comportarsi in modo etico
come se ci fosse?
.:.

lunedì 7 marzo 2016

Siate perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste

Pensiero del Giorno
lunedi 7 marzo 2016

« Ci si stupisce nel vedere quante persone si credono investite di una missione grandiosa. Secondo loro, Dio le avrebbe scelte per salvare il loro paese o addirittura la terra intera, per combattere gli eretici ecc. Eh sì, purtroppo per le missioni immaginarie sono pronti in tanti, mentre per la propria vera missione, i candidati sono molto meno.
Voi chiederete: «E qual è la vera missione?». Quella che Gesù ha dato a tutti gli esseri umani quando ha detto:
«Siate perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste».
Sì, non sono solo i cristiani, ma tutti gli uomini e le donne sulla terra ad avere questa missione da compiere. Anche lavorare su se stessi avendo davanti agli occhi quell'obiettivo lontano che è la perfezione del Padre celeste è una missione grandiosa, ma richiede al tempo stesso un’immensa modestia. Dato che in una sola esistenza ovviamente non ci riusciranno, gli esseri umani dovranno reincarnarsi per continuare questo lavoro. È così che il Regno di Dio un giorno potrà venire sulla terra: sarà grazie al lavoro paziente e instancabile che tutti gli esseri umani decideranno di intraprendere su se stessi, e non per le iniziative di quei pochi che immaginano di essere stati incaricati dal Cielo di una missione speciale.  »

Omraam Mikhaël Aïvanhov

domenica 13 settembre 2015

Così la fisica spiega l’inspiegabile origine dell’universo | Aleteia.org

Galassia cosmo


di Umberto Minopoli  
"Un po’ di scienza allontana da Dio ma molta scienza riconduce a lui”. Louis Pasteur, il padre della microbiologia, è stato il primo a formulare questa paradossale conclusione. Applicata alla cosmologia, lo studio delle origini e del destino dell’universo, ha la forza di una profezia verificata: la domanda su Dio è ridiventata una controversia nella cosmologia contemporanea, dopo esserne stata espulsa per quasi due secoli.
Al culmine di un avanzamento esponenziale delle conoscenze sul cosmo nella seconda metà del Novecento, la scienza è tentata da due suggestioni.
La prima è inquietata dal paradossale contrasto tra l’immensa progressione delle conoscenze dell’ultima metà del secolo e la portata delle domande inevase e irrisolte sull’universo: cosa è stato veramente il Big Bang? Perché riusciamo a spiegarci solo il 4 per cento della materia che vediamo? Come è iniziata veramente la vita cellulare?
Questa parte della scienza non se la sente ancora, dinanzi a tanta incertezza, di dichiarare inammissibile scientificamente l’ipotesi di disegno intelligente, l’ipotesi di Dio. “Molta scienza” ci riporta a domande fondamentali e senza risposta. Dio non è escluso.
Ma c’è una seconda suggestione, opposta, che ritiene invece che l’accumulo di conoscenza cosmologica degli ultimi settant'anni consenta finalmente all'umanità di dichiarare chiuse le domande su Dio. Ormai sappiamo quanto basta, ha scritto Stephen Hawking: gli interrogativi fondamentali della vita hanno risposte e noi siamo vicini alla verità sul Grande disegno: non c’è un disegnatore! Su questa convinzione è nata una cosmologia che ha avuto un successo straordinario nella letteratura divulgativa, con i bellissimi libri di Hawking, Lawrence Krauss, Brian Greene, Richard Dawkins e altri, dichiaratamente neoateisti, come li definisce Amir Aczel, matematico, fisico e impareggiabile divulgatore, nel suo libro “Why Science Does Not Disprove God”.
Perché “neo”? Perché la negazione di Dio, che questa cosmologia intende dichiarare, non fa leva sui tradizionali attrezzi dell’agnosticismo: trappole delle prove ontologiche, dubbi razionali, ingenuità del letteralismo biblico: Insomma tutto l’armamentario che tanto piace al nostro professor Odifreddi.
La cosmologia neoateista ritiene di disporre, addirittura, delle prove scientifiche dell’inesistenza di Dio e di essere vicina al Graal di una Teoria del Tutto (Hawking).
E’ davvero così? Esistono davvero argomenti scientifici che abilitino la pretesa neoateista? Le sue asserzioni in larghissima parte non sono sottoponibili alla verifica della prova e dell’osservazione, Anzi.
Vedremo come la sua pretesa finisce addirittura, per gli argomenti che adduce, per apparire più metafisica delle ipotesi teologiche che intende combattere, per dirla con Alex Vilenkin, fisico russo e uno dei padri della cosmologia quantistica.
Gli ultimi tre secoli potrebbero essere descritti, in termini di modelli cosmologici, come la progressiva liberazione dal dominio della magia e del racconto mitologico, sulla nascita e il funzionamento del mondo, per approdare a una cosmologia compiutamente scientifica.
Un superficiale sunto della storia moderna della cosmologia, vista dal lato del rapporto con la religione, ci darebbe tre modelli prevalenti e in successione tra loro.
Con la fine della spiegazione tolemaica e con le scoperte di Keplero, Newton e Galilei, il primo modello, nel Sei-Settecento, è la meravigliosa architettura barocca dell’universo meccanismo, del cosmo orologio. Regolato dalla legge universale della gravitazione fantasmatica di Newton, il cosmo è un ordine complicato e meccanico in cui un Grande orologiaio interviene per aggiustarne i movimenti, lubrificarne i meccanismi e correggerne gli ingranaggi. La magia dei miti dell’origine e il rigido schema tolemaico si trasfigurano nel cosmo regolato e ordinato in cui la figura del Grande meccanico orologiaio tiene la giovane cosmologia copernicana saldamente ancorata alla presenza del divino.
Con il secondo modello, la cosmologia dei Lumi, l’Orologiaio esce di scena e dalla trama del cosmo. Il divino precipita al rango delle spiegazioni antinomiche, metafisiche e contraddittorie denunciate nelle due “Critiche” di Immanuel Kant.
L’interpretazione del filosofo di Königsberg dominerà fino a tutto l’Ottocento. E fisserà i paradigmi dominanti della cosmologia scientifica della modernità:
oggetti e forze si muovono, sulla tela dello spazio e del tempo assoluti, governati unicamente da leggi deterministiche e dal causalismo meccanico di Newton. Il cosmo è decifrabile esclusivamente con prove, esperimenti e osservazioni tradotte nel linguaggio matematico. Nato da una “nebulosa primordiale”, intuisce Kant anticipando la scoperta dell’origine del sistema solare (tutto l’universo conosciuto del suo tempo), il cosmo illuminista si è evoluto nella figura dell’immenso e del sublime. Perfettamente comprensibile, per Kant, solo con i mezzi della scienza. Il resto è speculazione. Solo ciò che si può osservare si può descrivere. Solo ciò che è percepibile dai sensi è oggetto di scienza e pronunciabile nel linguaggio della scienza.
Nessuno spazio per il divino, per ordini nascosti o finalità intenzionali: le domande ammissibili, continua Kant, sono quelle circoscritte alla descrizione di ciò che c’è nello spazio e nel tempo. E lì Dio non appare. Non è il suo territorio, afferma Kant. E’ pura antinomia e contraddizione, per Kant, cercare Dio nei fenomeni del cosmo. Dio è oltre.
Cercarlo negli eventi fisici è non sense. Dio non è mens insita omnibus come volevano Bruno e Spinoza. E non è dato dire, con i mezzi dell’indagine naturalista, se sia mens super omnia. Dal cosmo dei Lumi scompare lo spazio per ipotesi di atto creativo e di presenza del sacro. E’ lo scacco della teologia. Dio diventa oggetto opaco e precluso ai sensi: non si tocca, non si vede, non se ne avvertono profumi. E’ pura speculazione. Il suo territorio si restringe a quello della morale o delle scommesse di Pascal.

Le galassie Antenne riprese dal telescopio spaziale
americano Hubble (foto Nasa/Esa/Hubble Heritage Team)

L’ottimismo e l’autosufficienza della fisica dei Lumi motivano la straripante utopia del marchese di Laplace: “Se esistesse un intelletto umano superiore, scrive orgoglioso il marchese di Laplace, che riuscisse a calcolare, con le attuali conoscenze della meccanica e della fisica, i moti e le direzioni di ogni corpo e di ogni forza che agisce nell'universo, sarebbe possibile spiegare passato, presente e futuro di ogni cosa”.
Aufklärung: la prima versione nella storia di un’agognata Teoria del Tutto. La cosmologia si laicizza. Diventa agnostica. E’ la giustapposizione kantiana e il definitivo divorzio tra scienza e fede. Che segnerà una lunga pagina della modernità. La morale del tempo è plasticamente fissata nel famoso apologo del perplesso Bonaparte, che sfogliando la prima edizione della “Exposition du système du monde” (1796) di Pierre Simon marchese di Laplace, l’opera più importante sulla meccanica celeste dopo i “Principia Mathematica” di Newton, chiede all’autore: “Non capisco, cittadino, come mai non abbiate fatto cenno all’azione del Creatore”. E poi, per inciso: “Eppure essa spiega molte cose”.
Cui Laplace replica sorpreso: “Cittadino Primo Console, non ho avuto bisogno di questa ipotesi”. La storia ha immortalato la risposta di Laplace. Il paradosso sarà che il tempo (e più scienza) ridarà dignità all'inciso del Bonaparte.
L’universo meccanicista, increato, deterministico e agnostico di Kant e Laplace evolverà nel modello del cosmo illuminista: infinito e statico, senza storia, meccanico, immoto nell'eternità. Bastevole a se stesso produce da sé, continuamente, la materia di cui ha bisogno. Questo modello di universo resisterà fino agli anni Venti del XX secolo. Poi vacillerà.
 Il cosmo è veramente infinito, statico ed eterno? Sarebbe bastato prestare più attenzione a una strana ed enigmatica domanda che aveva turbato, fin dal Seicento, menti come quella di Keplero, di Halley e di altri. E che aveva la forma del quesito ingenuo di un bambino o del delirio di un innamorato:
“Perché di notte il cielo è buio?”. Heinrich Wilhelm Olbers, medico tedesco e astronomo amatoriale, riprovò a formularla un anno prima della morte di Laplace: “Se l’universo fosse davvero infinito, statico ed eterno e visto che la luce ha velocità finita, quella delle stelle, di tutte le stelle, dovrebbe aver avuto tutto il tempo di raggiungerci. E allora perché, di notte, c’è il buio?”. Provate a smontare la logica stringente di un tale assunto.
La spiegazione verrà un secolo dopo, negli anni Venti e Trenta del XX secolo, appunto.
Un arruffato, confusionario e scapestrato impiegato di Berna aveva, letteralmente, spazzato via il cosmo meccanicista di Newton e ciò che di esso era passato nella cosmologia dei Lumi e nelle idee dell’Ottocento. Mettendo a soqquadro paradigmi e certezze del racconto cosmologico da Newton a Kant a Laplace. E sfidando il senso comune e le convinzioni più intuitive, popolari e radicate. Tutto era sottosopra nelle incredibili ma inoppugnabili affermazioni della relatività: lo spazio come tela e scenario assoluti, il tempo che scorre uguale per tutti, le cause che precedono gli effetti, la simultaneità degli eventi ecc.
Eppure la prodigiosa mente di Einstein era inciampata in un problema imbarazzante. Causato da un residuo di conservatorismo culturale. E da un maldestro tentativo di soluzione. Il mondo fantastico ma più reale e aderente alla realtà della relatività, ristretta e generale, era stupendamente raccontato da Einstein in un gruppo di equazioni tormentate, eleganti, ricche di fattori “misteriosi”: spazi curvi, ruolo della luce, nuove versioni del fattore tempo, una geometria non euclidea, e una matematica non lineare. Una meraviglia, complessa ma elegante, che spiegava il cosmo assai meglio di quanto non facesse la scarnificata, povera e lineare matematica di Newton.
Eppure le equazioni contenevano un baco. Avevano un problema: si sbilanciavano, portavano a risultati impossibili. In quelle equazioni l’universo non stava fermo. Rischiava di implodere o collassare. Non era statico e stabile come i moderni, Einstein compreso, pensavano che fosse. Prevalse un atto conservatore, insieme ingenuo e maldestro, di Einstein: la sua “più grande stupidaggine” come lui stesso la definirà. Nel tentativo di arrestare quelle equazioni e quell'universo che non stava fermo, che tendeva al collasso o evaporava negli abissi della morte termica, Einstein ricorse a una trovata, una soluzione ad hoc delle equazioni: la “costante cosmologica”, la chiamò. Aggiunse un numero alle sue formule. Un semplice numero: inspiegato, ineffabile, venuto dal nulla ma con le quantità giuste per stabilizzare l’universo.
Inserito nelle equazioni della relatività generale esso consentiva ai risultati matematici di consegnarci, di nuovo, l’universo statico e senza tempo della credenza illuminista. Il grande innovatore pensò, così, di riconciliarsi col tempo e con la logica. Ma era solo un trucco. E neanche elegante. Infatti scomparirà.
Grazie a una scoperta, quella forse più importante degli ultimi trecento anni: l’universo si espande. Edwin Hubble, l’astronomo americano che lo scoprì, dette il colpo mortale a una convinzione plurisecolare: l’immobilità del cosmo.
A un tasso costante e persino matematico, ogni attimo le galassie si allontanano le une dalle altre. Tra loro si crea sempre nuovo spazio. Il cosmo non è statico. Inesorabile. Olbers aveva, finalmente, una spiegazione.
Non c’era paradosso: il cielo di notte è buio perché le galassie si allontanano. E la luce delle stelle non fa in tempo a raggiungerci.
Fu un prete cattolico, astrofisico belga, Georges Lemaître, a intuire la sconvolgente portata della scoperta di Hubble. Egli ragionò: “Se l’universo si espande, vuol dire che se riavvolgessimo mentalmente all’indietro, come una pellicola rivista dalla fine all'inizio, quello che Hubble ha osservato, l’espansione, dovremmo esperire una contrazione”. Elementare! E dove finisce, indietro nel tempo, la contrazione? Dov'è che l’espansione comincia? Le equazioni di Einstein, finalmente liberate dalla mostruosità del numero ad hoc, provavano che
il film riavvolto dell’espansione di Hubble si concludeva con la contrazione del cosmo in un “punto”: ineffabile, senza dimensioni. Una singolarità. Era l’inizio del tutto. Al sacerdote cattolico non sembrò vero: “C’è allora scientificamente l’inizio!”, addirittura testato da equazioni matematiche! L’universo non solo non è statico ma ha un’origine indietro nel tempo:
“Chi ha messo lì quel punto? Da dove salta fuori un punto, una singolarità, da cui inizia un cammino, al posto del niente?”,
chiedeva trionfante Lemaître. E poteva concludere: lì, nel punto, ci sono le “carte di Dio”!
Il punto, l’inizio, sarà sarcasticamente chiamato da Fred Hoyle, un geniale diffidente, Big Bang. Non era un bang: era un punto che, all’improvviso, iniziò a dilatarsi, dando vita a un’espansione.
Che continua ancora oggi. E, persino, accelera. Il cosmo di Einstein, Hubble e Lemaître, quello del Big Bang, raccontava che l’universo ha una storia. Non è sempre esistito.
E’ nato da un punto che conteneva un’infinita energia che, per qualche ragione ha preso a dilatarsi, a farsi materia e a dare vita ai costituenti dell’universo.
Ovvio che, da allora, una domanda inevitabile cominciasse a inquietare la cosmologia scientifica: quale ragione fisica spiega il Big Bang? A che si deve l’enigmatica dinamica dell’inizio e dell’espansione? Perché il punto, la singolarità, prese improvvisamente a crescere e dilatarsi? Non c’è spiegazione fisica (almeno fino a Krauss e Hawking). Solo ipotesi.
Per la scienza, però, è tornata in campo la domanda che Kant riteneva un’antinomia, metafisica e contraddittoria: “Com’è nato tutto?”, perché c’è qualcosa e non il nulla? La cosmologia scientifica del Big Bang ridà dignità a dilemmi che gli illuministi (e sant’Agostino) avrebbero definito “speculazione”: cos’è, realmente, il Big Bang? Cosa c’era prima del “punto”? Dove porterà l’espansione di Hubble? Con il processo a Galileo la teologia si era distaccata dalla modernità. Con Kant e l’illuminismo aveva, addirittura, divorziato dalla scienza.
Con la fisica del Big Bang, il terzo modello della cosmologia della modernità, domande che si pensavano teologiche, quelle sull'origine e sulla fine, tornano a far capolino nella discussione cosmologica. E proprio nel momento, per dirla con Pasteur, in cui “molta scienza” era entrata, in progressione esponenziale, nella spiegazione dei fenomeni fisici. Relatività e scienza quantistica realizzeranno nella seconda metà del Novecento due imprese impensabili: ricostruiranno, con esattezza scientifica stupefacente, la storia dell’universo, la ricostruzione esatta, fisica e chimica, del film dell’evoluzione cosmica (13,7 miliardi di anni) fino al Big Bang e ai suoi primi istanti di vita; scenderanno nelle abissali profondità dell’atomo per scoprire i costituenti ultimi della materia e, persino, con le stupefacenti macchine del Cern, ricostruendo in laboratorio le impensabili energie del Big Bang. Per guardare dentro e da vicino l’inizio di tutto.
Sorge insomma un paradosso imprevisto dall'ottimismo illuminista: più scienza e fisica entrano nelle spiegazioni dell’universo, più domande emergono, più cresce l’opacità, l’ineffabilità della materia, l’inquietante dissimulazione dell’origine. Quel punto, l’inizio, quella singolarità non si lascia decifrare. Non solo. Più penetriamo gli abissi della materia e le profondità del cosmo, più inciampiamo in misteri disarmanti: conosciamo, ancora approssimativamente, solo il 4 per cento della materia di cui è fatto l’universo; misuriamo la presenza certa di un’energia oscura ma nulla sappiamo di essa (e servirebbe saperlo per declinare ipotesi sul futuro del cosmo); non sappiamo ancora come è emersa effettivamente la vita, ecc. Molta fisica, insomma, ci è ancora velata. Sulle cose significative del Tutto possiamo solo fare ipotesi, congetture, illazioni. Su quelle famose “carte di Dio” sembra si debba dire quello che Churchill pensava della Russia comunista: un mistero che cela un enigma che nasconde un segreto.


La nebulosa Farfalla (foto Nasa/Esa/Hubble Sm4 Ero Team)

Alcuni anni fa, in un libretto stupefacente, “Dio e la scienza”, duettando con i fratelli Bogdanov, astrofisici e istrioni televisivi, un po’ geni e un po’ lestofanti, nipoti dell’omonimo autore otzovista, amico-nemico di Lenin, Jean Guitton, forse il più eminente filosofo cristiano del nostro tempo, metteva a nudo le due lacune che, a suo dire, invalidavano l’ottimismo illuminista e la sua pretesa di realizzare, attraverso l’impresa scientifica, il programma di Nietzsche: far morire Dio.
La prima lacuna è, appunto, il mistero dell’origine, l’inizio del Big Bang. Guitton lo chiama, elegantemente, “vertigine d’irrealtà”: come si è prodotto? Da quali processi fisici ed energetici? Cosa c’era prima del primo istante? E’ il tempo oscuro del Big Bang. Si vaga nel buio.
E’ curioso: grazie alla fisica relativista sappiamo quasi tutto dell’evoluzione dell’universo in 13,7 miliardi di anni. Ma dell’inizio vero sappiamo poco, anzi nulla. La scienza si ferma, sorprendentemente, solo ad un attimo (in senso letterale) dal Bang. Non è veramente riuscita a penetrare l’inizio.
E’ costretta a fermarsi un po’ di tempo prima. Quanto tempo prima? Un attimo. La cui lunghezza e durata ci sono note: 10-43 secondi dopo l’inizio. Un muro. Si chiama “tempo di Planck”. E’ considerato in fisica la più piccola durata di tempo concepibile: miliardesime di miliardesime di miliardesime volte più piccola di un secondo (c’è anche una misura di Planck che riguarda l’estensione:
 10-33  centimetri: la più piccola dimensione concepibile).
Quando si giunge, con la ricostruzione della storia fisica dell’universo a questa distanza dal Bang, tutto si annebbia: la fisica che utilizziamo smette di funzionare, la matematica salta, le equazioni vacillano, le conoscenze fisiche diventano inservibili. Entra in campo la fisica quantistica, che riguarda ogni cosa microscopica, più piccola dell’atomo, con le sue stranezze. Ma in un modo che fa a cazzotti con la fisica relativistica. Che poi sarebbe quella che ci ha consentito di arrivare così vicini al Bang.
A 10-43 secondi dopo il Bang si manifesta un divieto. Una sorta di “censura cosmica” evita alla scienza di proseguire oltre e penetrare il momento vero dell’inizio. E’ il mistero più grande del Big Bang: il tempo di Planck! Non è incredibile? Della storia cosmica di 13,7 miliardi di anni siamo riusciti a ricostruire quasi tutto tranne quel microscopico tempo di 10-43 secondi.
Cosa succede lì? Possiamo solo congetturare. 
La fisica ipotizza che lì funzioni un mondo diverso da quello che conosciamo: il tempo e lo spazio sono intrecciati tra loro e non sono distinti; le quattro forze che governano l’universo conosciuto (forte, debole, gravitazionale ed elettromagnetica) sono tutt'uno; le dimensioni non sono quattro (altezza, lunghezza, larghezza e tempo) ma infinite. L’universo del tempo di Planck è un vero guazzabuglio. Definito dai fisici una “schiuma” in cui tutto è confuso e indefinito, avvolge ancora la vera conoscenza del Big Bang.
Direte: ma si tratta di una frazione di tempo così minuscola! Com'è possibile che contenga eventi significativi? E invece.
Non dimenticate che, in quella frazione di tempo, gli eventi sono quantistici. Il tempo non è quello macroscopico che conosciamo. Non è ancora distinto dallo spazio, non scorre, non prosegue inesorabile come una freccia, non è lineare come lo misuriamo coi nostri orologi.
Al tempo di Planck, nella frazione 
di 10-43 secondi, attimo ed eternità non sono distinti, così come non lo sono passato, presente e futuro.
Quel tempo minuscolo, insomma, è anche immenso. Può essere davvero successo di tutto. E avendo a disposizione tutto il tempo per succedere. Speculazione? Non tanto. Il tempo di Planck è un problema fisico reale. Entra negli esperimenti quantistici. E’ una misura effettiva. Che funziona nelle prove quantistiche. E che inquieta i fisici: non si accorda con la relatività. Lasciando così la fisica monca. E irrita i cosmologi: eleva un muro di opacità, mistero e ignoranza sulla vera dinamica del Big Bang. E, soprattutto, lascia spazio a possibili, disturbanti ipotesi creazioniste.
Per Guitton, c’è una seconda lacuna della cosmologia scientifica. Lui la chiama il “miracolo matematico” o enigma delle coincidenze. L’universo esibisce una strana particolarità: le sue leggi appaiono perfettamente decifrabili e traducibili per noi. Ma solo grazie a un particolare: l’esistenza in natura di alcune costanti, numeri inspiegabili, adimensionali e immotivati che combinati tra loro ci rendono i costituenti della materia e le forze che li fanno stare insieme.
Insomma esistiamo grazie a quei numeri. Se anche uno di loro fosse solo leggermente diverso dal valore che ha… noi non ci saremmo. Ad esempio: se la “costante di struttura fine” (la misura dell’intensità delle interazioni elettromagnetiche) fosse solo leggermente diversa da 1/137 (un numero primo e senza decimali) la luce non interferirebbe con la materia e il mondo sarebbe opaco e informe; se la massa del protone non fosse esattamente 1.836,153 quella dell’elettrone o se le cariche dei quark (le particelle costitutive di protoni e neutroni) non fossero esattamente speculari e opposte a quelle degli elettroni, gli atomi non si formerebbero; se la costante gravitazionale di Newton non fosse esattamente pari a 6,67384 moltiplicata per 10-11, ogni corpo fuggirebbe nel cielo da ogni altro e non ci sarebbero stelle e pianeti. E così per altri parametri e costanti in natura.
Da dove vengono fuori numeri così coincidenti? Come può essersi verificato questo misterioso tuning? Può essere frutto del caso? Della lotteria di eventi prodotti solo dalla probabilità? Certo che no. La probabilità che una combinazione plurima vincente di tante costanti, sintonizzate tra loro, si sia realizzata per caso, nel “breve” tempo dell’evoluzione cosmica dal Big Bang, equivale a… zero.
Solo un numero infinito di lanci, in un tempo infinito, della pallina della roulette cosmica avrebbe consentito di realizzare combinazioni così precise di numeri. No. Il caso non spiega! Guitton ha argomenti solidi: o si ipotizza un “miracolo matematico” o non abbiamo spiegazioni. Dilemmi urticanti per la cosmologia ateista. 
Come ci si può atteggiare dinanzi a essi? In due modi: alla maniera di Einstein. Se il cosmo presenta ancora zone d’ombra, dilemmi e misteri, è lecito pensare che ciò avviene perché esistono variabili nascoste, ribatteva Einstein a Bohr e agli ortodossi delle “stranezze” quantistiche, e la scienza non è ancora arrivata a scoprirle.
Un ragionevole esempio di sobrietà scientifica. Hawking, Krauss, Greene e Dawkins hanno sposato la tesi opposta: la realtà non presenta variabili nascoste. Il microcosmo è, realmente, controintuitivo. L’evidenza quantistica non si raggiunge con lo sperimentalismo “classico”. Se è coerente con la “stranezza” intima degli assunti quantistici, una teoria può essere dichiarata vera. Opportunamente interpretata, la fisica dei quanti consente ipotesi accettabili per spiegare, insieme, il mistero dell’origine e quello delle coincidenze. La prova dell’inesistenza di Dio è, rassicurano i neoateisti, a portata di mano. Un irragionevole esempio di eccesso intellettuale. Che, forse, prima o poi, porterà a far fioccare premi Nobel secolarizzati.
Due sono le fascinose e stravaganti ipotesi che la cosmologia neoateista ha ideato per produrre la prova. La prima è la fluttuazione quantistica. Che dovrebbe spiegare l’inizio del Big Bang.
Secondo Lawrence Krauss (“L’universo dal nulla”) la fisica quantistica ha svelato il meccanismo per cui possono darsi fenomeni privi di causa: eventi che sorgono, letteralmente, dal nulla. Effettivamente c’è in fisica quantistica un fenomeno accertato: si chiama “pair production”. Afferma che in uno spazio vuoto può manifestarsi, senza causa apparente, una coppia di particelle, prima “virtuali” e poi “reali”, che sembrano emergere dal niente. Si chiama fluttuazione quantistica del vuoto.
Attenzione: del vuoto, non del nulla. Per la fisica nulla e vuoto non sono sinonimi. Il nulla è banalmente il niente. Il vuoto è, invece, un oggetto fisico reale. Non è il niente. E’ un qualcosa. In fisica quantistica il vuoto è, in realtà, un pieno: di campi di forze e di energia, potenziale e latente. E dunque invisibile. Attraverso la fluttuazione quantistica questa energia potenziale si trasforma, per via della formula  
E=mc2 e senza una causa osservabile o un evento scatenante, in energia cinetica di particelle reali.
Dal vuoto è nato qualcosa. Dal vuoto, appunto. Non dal nulla. Nella fase del tempo di Planck questo può essere successo: che dalle fluttuazioni di un vuoto ricchissimo di energia potenziale si sia prodotto qualcosa.
Quella di Krauss, scrive Amir Aczel, è una “meravigliosa bugia”, un trucco ingenuo per motivare la non necessità scientifica di ipotesi creazioniste: il mondo può essere emerso dal niente, dal nulla. E invece no.
L’energia non si crea dal nulla. All'attimo del Big Bang non poteva esserci il nulla. Preesisteva qualcosa: energia potenziale! Dal nulla non nascono fiori. Ma allora siamo al punto di partenza: chi ha messo lì quell'energia? Come si è prodotto quel potenziale? Krauss non ci fa fare passi avanti. Il dilemma dell’origine resta.
La seconda prova, immaginata dalla cosmologia neoateista, è la teoria del multiverso. Essa dovrebbe liquidare, ad avviso dei suoi sostenitori, il dilemma delle coincidenze. Se nel caso della teoria di Krauss, del qualcosa dal nulla, si trattava di una “meravigliosa bugia” qui impattiamo una vera bizzarria metafisica.
Anche in questo caso i cosmologi neoateisti distorcono, forzano e strumentalizzano un’effettiva, ma reale e verificata, stranezza quantistica: la teoria dei “molti cammini”, secondo la definizione di Richard Feynman, uno dei padri più geniali della fisica quantistica. L’esperimento più enigmatico della fisica quantistica, e quello più noto e praticato, è l’esperimento della doppia fenditura. Esso prova il carattere ambivalente della luce: insieme onda e particella. Lanciate un fotone di luce o una particella subatomica verso uno schermo con su incisa una doppia fenditura. Da dove passa la particella? Da quale fenditura? Il risultato dell’esperimento non lascia dubbi: il fotone o la particella mostrano, inequivocabilmente, di essere passati da entrambe le fenditure. Pazzesco. Come ha fatto la particella a scegliere?
Non ha scelto, afferma Feynman: ha semplicemente percorso istantaneamente tutti i cammini a essa consentiti: è passata da entrambe le fenditure e, anche, da nessuna di esse. Tutti i cammini possibili si sono sovrapposti, dice Feynman. Com’è stato possibile? Ipotesi: essendo un’onda, la particella (pensate a un’onda del mare) non è in un punto preciso, ma si distribuisce su uno spazio esteso. Esperisce, così, tutti i cammini che le sono consentiti, in quanto onda, dalle sue misure: lunghezza, frequenza, altezza. E’ così? Non si sa. Ma è una spiegazione. Che fanno i neoateisti?
Estrapolano questa ipotesi del mondo subatomico e delle sue enigmatiche stranezze e la applicano al mondo macroscopico. Traendone una conclusione bizzarra e metafisica: l’universo intero e tutti gli eventi che in esso avvengono si comportano come una singola particella di luce o di materia: messo davanti alla decisione di una scelta, l’equivalente macroscopico della doppia fenditura, non sceglie! Semplicemente: percorre tutti i cammini a disposizione. Come? Biforcandosi, moltiplicandosi, realizzando ogni possibilità a disposizione. A ogni istante le versioni dell’universo si moltiplicano. In un numero infinito.
Ci sono, secondo i teorici del multiverso, infinite versioni reali di ognuno di noi in universi lontani o vicinissimi (compattati in dimensioni sconosciute) che non si toccano. Infinite versioni di noi, reali e coscienti. Pensateci: fosse vero avremmo realizzato la vita eterna.
Ovviamente non abbiamo indizi o segnali di esistenza di tali universi. Essi non sono osservabili in alcun modo. C’è solo da credere.
Che significa il multiverso per il dilemma delle coincidenze? Semplice. Non c’è più dilemma. Esse non sono dovute al caso e, tanto meno, a un miracolo. Noi osserviamo solo le costanti, i numeri, le combinazioni che, nell'infinita produzione del multiverso, si sono realizzate qui consentendoci di esistere. Ma ogni altra versione dei numeri si è realizzata da altre parti. Non c’è tuning e non c’è il caso.
Decisamente un’ipotesi “dispendiosa”, la definisce Samir Aczel. E decisamente più metafisica dell’ipotesi creazionista.

[Tratto da Il Foglio del 29/6/2015]

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sabato 5 settembre 2015

Il Campo Quantico: La Coscienza Dell’Universo


il-campo-quantico


Mi piace immaginare il campo quantico come un teatro, un teatro in cui viene rappresentato tutto ciò che accade nell’Universo, un recipiente che contiene il Tutto e al di fuori del quale vi è il nulla. Questo teatro è la coscienza dell’Universo e ciò che noi oggi comunemente chiamiamo coscienza umana altro non è che una serie di aspetti differenti della medesima coscienza dell’Universo. In pratica, ci illudiamo di essere separati da essa,produciamo un’illusione (il maya indiano) e non ci rendiamo conto di come il campo quantico serva proprio per interconnettere tutto ciò che è presente sul teatro.Ognuno di noi è connesso con tutto ciò che lo circonda, che si tratti di persone o di pianeti, non c’è differenza, tutto è interconnesso, perché tutto è Uno. E non sono io a dirlo, dal Buddha ad Einstein il concetto è chiaro: siamo Uno! La coscienza è il fondamento dell’esistenza, al di là del nostro cervello e di qualsiasi cosa che possiamo immaginare, ipotizzare o intuire.
I primi fisici della storia separarono il mondo in materia e pensiero, poi in materia ed energia. Significa che consideravano ciascun elemento del dualismo come separato l’uno dall’altro. Questo modello culturale ha influenzato per secoli la nostra visione del mondo con il risultato che fino a qualche tempo fa quasi tutti coltivavano l’idea che la realtà che vivevamo fosse già predeterminata e che nessuno avesse le facoltà di cambiare le carte in tavola con le proprie azioni, o figuriamoci, con i propri pensieri. Ma non solo i fisici, anchela religione Cristiana imponeva le sue idee: Dio ha creato il cielo e la terra, piante e animali, tutto in sei giorni, quindi la realtà era già bella e pronta, creata, e ciascuno di noi non poteva far nulla per modificarla o, eventualmente, crearne una nuova. Poi i vari Cartesio, Newton, affermavano di come la realtà operasse in base a principi meccanicistici, e consideravano l’Universo e gli stessi esseri umani come “macchine” che potevano essere frammentate in pezzi da studiare e misurare. In questo modo si andava perdendo di vista l’intero, e si dava sostanza al paradigma della separazione di tutte le parti dell’Universo e degli uomini. L’idea base della filosofia della frammentazione si fondava sulla teoria che tutto ciò che esiste in questo Universo galleggi in un vuoto cosmico, un vuoto che separa ogni cosa l’una dall’altra.
albert-einstein-formula-mc2Per fortuna poi arrivarono gli sperimentatori quantistici, insieme ad un certo Albert Einstein, che produssero con i loro risultatiil ribaltamento della visione meccanicistica di Newton, una rivoluzione delle idee che ha portato a rivedere la nostra percezione del mondo. Dimostrarono come energia e materiasono da considerarsi, in fondo, come la stessa cosa, due facce della stessa medaglia. Infatti, fino al 1905, tutti pensavano che la massa e l’energia fossero due realtà fisiche molto diverse, separate tra loro e senza alcuna interconnessione. Ma quel “genio” di Einstein, proprio in quell’anno, pubblicò e dimostrò quella sua semplice ma rivoluzionaria formula “E=mc²”,secondo cui si stabilisce che massa ed energia sono due forme perfettamente equivalenti della medesima cosa! Ciò vuol dire che la massa può essere trasformata in energia e l’energia può essere trasformata in massa. A qualcuno tutto ciò può sembrare strano se non addirittura eretico, ma se ci si riflette su, si possono intuire diversi “passaggi” che evidenziano quanto sopra enunciato. Prendiamo ad esempio la massa che diventa energia: possiamo dimostrarla con le radiazioni che ci arrivavano dal nostro sole. Il sole, che per l’appunto è massa, si trasforma in energia solare. Apparentemente più difficile è dimostrare l’energia che si trasforma in massa, ma possiamo “intuire” come l’Universo sia nato e vissuto i suoi primi tempi soltanto come energia, e solo successivamente si è avuta la trasformazione dell’energia presente in massa che si è poi aggregata nelle forme che noi oggi conosciamo.
Quindi, è agli sperimentatori quantistici come Einstein, Planck, Bohr, De Broglie, Everett e a tanti altri, ai quali dobbiamo la nostra riconoscenza per averci evidenziato come, in quello che un tempo era ritenuto il vuoto cosmico, esiste in realtà un campo di energia molto particolare: il campo quantico. Un campo quantico di energia potenziale, un campo che custodisce caratteristiche molto particolari e che pervade l’intero Universo, di ciò che si vede e di ciò che non si vede. Tutto, compresi noi esseri umani, siamo immersi in questo campo, in modo tale che grazie ad esso ogni minima parte del cosmo, qualunque cosa sia, è istantaneamente in contatto con il Tutto. Naturalmente una tale visione determina un capovolgimento totale della percezione della realtà e dell’Universo. Tutto è collegato e unito “in” e da questo campo di energia. Siamo intimamente legati ad ogni cosa, e ad ogni essere vivente nell’Universo, e la “separazione” altro non è che un’illusione, un banale errore di prospettiva 😉 !!
La realtà fondamentale del cosmo è che noi siamo tutti uniti dall’energia “virtuale” di questo campo quantico. Nel campo quantico infatti, non esiste né lo spazio né il tempo, in quanto, non essendoci separazione, l’informazione NON viaggia da un punto A ad un punto B, ma è istantanea, perché il campo è cosciente, e il punto B sa immediatamente ciò che accade al punto A. Questa è la coscienza dell’Universo.
cocoscienza-umana-possibilitàIl campo quantico è pertanto un luogo dove sono previste tutte le possibilità, immaginabili e inimmaginabili, contiene tutte le memorie passate dell’Universo manifesto e quelle che devono ancora venire. Il campo, però, non “decide”, questo compito spetta alla coscienza umana, che sceglie alcune delle possibilità presenti per far sì che le “possibilità” si manifestano concretamente nel mondo fisico. Tutto ciò può sembrare “strano” per qualcuno, che storcerà il naso chiedendo delle prove tangibili del campo quantico. Ma la verità è chel’oggettività delle cose a livello quantico scompare, ed è indimostrabile una verità che si trova ad un livello vibratorio elevato, usando strumenti e metodi che funzionano ad un livello vibratorio più basso, come quelli degli attuali scienziati. Noi siamo abituati a credere soltanto a ciò che vediamo, ma la realtà visibile rappresenta soltanto il 5% dell’intera realtà, e l’altro 95% soltanto perché è intangibile, non significa che non esiste! Dobbiamo renderci conto che i nostri cinque sensi e gli strumenti fisici di misurazione, che rappresentano una loro estensione, sono soltanto una finestra “limitata” sulla realtà. Dovremmo imparare a sviluppare capacità di percezione più raffinate, più dettagliate, in grado di offrirci una visione più completa e olistica della realtà.
Di fatto, la scienza di oggi, forse senza volerlo, punta nella direzione degli insegnamenti spirituali dei grandi maestri della sapienza antica, ed è un gran bene per tutti noi, in quanto il campo di energia quantica che pervade tutto l’Universo è ciò che le antiche tradizioni hanno di volta in volta definito come “Spirito di Dio”, “Energia Universale”, “Coscienza Cosmica”, “Piano Eterico” e via dicendo. Questa direzione intrapresa ci potrà fornire numerose risposte, non solo perché il campo quantico è in grado di risolvere molti degli enigmi della scienza, ma soprattutto perché può dare la spinta definitiva all’umanità per un salto quantico della coscienza verso un mondo non più frammentato, regno delle macchine e della separazione, bensì verso un mondo unitario e coerente, dove non ci siamo noi e gli altri, ma solo l’Uno, indiviso e indivisibile.
“L’essere umano è una parte di quel tutto che noi chiamiamo “Universo”, una parte limitata nello spazio e nel tempo. L’uomo sperimenta sé stesso, i suoi pensieri e i suoi sentimenti scissi dal resto — una sorta di illusione ottica della propria coscienza. Lo sforzo per liberarsi di questa illusione è l’unico scopo di un’autentica religione. Non per alimentare l’illusione ma per cercare di superarla: questa è la strada per conseguire quella misura raggiungibile della pace della mente.” Albert Einstein

Tragicomico

sabato 7 luglio 2012

L'OPPOSTO CONSENTE LA PERCEZIONE



L'Uno, il "Sì", è puro potere, è la vita e la verità di Dio, o Dio stesso. Dio però sarebbe inconoscibile a Se stesso e in Lui non vi sarebbe alcuna gioia o percezione, se non fosse per la presenza del "No". Quest'ultimo è l'antitesi, o l'opposto, del positivo o verità; esso consente che questa divenga manifesta, e ciò è possibile solo perché è l'opposto in cui l'amore eterno può divenire attivo e percepibile. (Jacob Böhme)


Fonte: http://blog.libero.it/Prajnaram/11429723.html:

lunedì 7 maggio 2012

Bellezza e Gioia

 

Bellezza e Gioia
Illumineranno le Ore
Del Giorno e della Notte

Il Cuore Impavido
Riscatterà se stesso
E porterà Frutti
Per sé e per Tutti

L'Alba di una Nuova Era
Dischiuderà i Confini
del Futuro
Mostrando al mondo
La Gloria del Sole

Echi di Sinfonie Cosmiche
Inebrieranno gli Animi
Che varcheranno
Le Soglie dell'Infinito

Tu
Sei
Dio



 

mercoledì 11 aprile 2012

Per renderci forti




Un giorno una piccola apertura apparve su un bozzolo. Un uomo si sedette a guardare la farfalla che per diverse ore lottò per far passare il suo corpo attraverso quel piccolo buco. Poi parve smettere di fare alcun progresso. Sembrava come se avesse ottenuto quanto avrebbe potuto e non poteva andare oltre.

Allora l'uomo decise di aiutare la farfalla. Prese un paio di forbici e tagliò la parte rimanente del bozzolo. La farfalla così emerse facilmente. Ma aveva un corpo gonfio e piccole ali avvizzite. L'uomo continuò a guardare la farfalla, perché si aspettava che, da un momento all'altro, le ali potessero aprirsi ed estendersi ed essere in grado di sostenere il corpo della farfalla. Ma ciò non accadde mai. 
Infatti, la farfalla passò il resto della sua vita a strisciare con un corpo gonfio e le ali avvizzite. Non fu mai in grado di volare. 

Ciò che l'uomo, nella sua bontà e la sua fretta, non aveva capito era che il bozzolo ristretto e la lotta della farfalla per passare attraverso la piccola apertura, era il modo di Dio di forzare il fluido dal corpo della farfalla fin nelle sue ali per renderle pronte per il volo, una volta uscita dal bozzolo.

A volte le lotte sono esattamente quello che ci serve nella nostra vita. Se Dio ci permettesse di passare attraverso la nostra vita senza alcun ostacolo, ci renderebbe storpi. Non saremmo così forti come avremmo potuto essere. Non potremmo mai volare.




*


Ho chiesto la forza, 
E Dio mi ha dato delle sfide per rendermi forte.

Ho chiesto la saggezza, 

E Dio mi ha dato problemi da risolvere.

Ho chiesto la prosperità, 

E Dio mi ha dato muscoli e cervello per lavorare.

Ho chiesto il coraggio, 

E Dio mi ha dato un pericolo da superare.

Ho chiesto l'amore, 

E Dio mi ha dato persone nei guai da aiutare.

Ho chiesto dei favori, 

E Dio mi ha dato delle opportunità.

Non ho ricevuto niente di quello che volevo, 

Ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno



Sei spirituale?


Sentiamo spesso dire cose del tipo: 
"Beh, io non sono religioso ma sono una persona molto spirituale" oppure 
"Lui è davvero molto spirituale". 
Ma cosa significa veramente "essere spirituale?"

E' molto semplice in realtà, la spiritualità è la nostra vera natura. Questo è perché, noi siamo spirito. I nostri corpi vanno via, i nostri beni materiali vanno via, i nostri coniugi, i figli, le famiglie e gli amici vanno via.
Che cos'è che rimane?
Qual è la costante aldilà del tempo e dello spazio?
E' il nostro spirito. E' l'essenza del potere infinito della nostra proiezione e della nostra creatività.

Quindi, come possiamo vivere in questo spirito?
Due cose sono necessarie: la consapevolezza e la resa.
La consapevolezza è anche conosciuta come "Simran": momento per momento, il ricordo della nostra vera identità, "Naam Chit Aavai". Attraverso il nostro respiro, ci ricordiamo che siamo vivi nell'estasi di nascere e morire in ogni momento. L'Infinito fluisce in noi come l'elettricità.
Vediamo e sentiamo la sacralità in ogni momento.
Chi sta lavando i miei denti? Dio.
Chi sta parlando? Dio.
Chi sta ascoltando? Dio.
Chi sta pranzando? Dio.
Chi è l'insalata che sto mangiando? E' Dio che sta mangiando Dio. 
Noi alleniamo noi stessi alla consapevolezza attraverso la Sadhana. Noi viviamo in consapevolezza attraverso il Dharma. Cosa è il Dharma? Il Dharma non è altro che il risveglio, tenere il passo e scorrere nella volontà di Dio.


Vi è poi la resa. Quello che è difficile per molte persone.
Perché dovrei arrendermi?
A chi mi dovrei arrendere?
Come posso fidarmi abbastanza per lasciare andare?
Se mi arrendo, sto rinunciando alla mia identità?
Chi si prenderà cura di me se non lo faccio io?
Siamo addestrati per andare dietro quello che vogliamo; per arrivare e per avere successo. Noi non siamo addestrati per la vigile accettazione, né per rimanere nella nostra immobiltà.

"Il Maestro agisce senza fare nulla e insegna senza dire nulla. Le cose nascono e lui le lascia venire; le cose scompaiono e lui le lascia andare. Ha tutto ma non possiede nulla. Lui agisce ma non ha aspettative. Quando il suo lavoro è finito, tutti dicono, "abbiamo fatto tutto da noi stessi". Questo è il motivo per cui dura per sempre"
Tao Te Ching

Ecco dove entra in gioco il Guru. Guru è il sistema di Guida Divina costruito in ogni essere umano. E' la bussola nella tua cabina di pilotaggio e punta sempre verso il "vero Nord". "E' arrendendosi a questa presenza cosmica interiore che la relazione più sacra nella nostra vita si stabilisce.

Ora, qui viene il problema con la religione. La religione in se stessa non è un problema. Essa significa semplicemente collegarsi consapevolmente alla nostra propria origine, alla nostra fonte. Ma nelle religioni organizzate, le persone si sono addormentate e semplicemente vanno avanti con la "scena" della resa. Senza l'esperienza reale del Guru, le persone ritualizzano l'arrendersi ma non è la resa incondizionata che è necessaria per la vera spiritualità. E' in questo stato di ipocrisia che "bontà" e "pietà", appaiono.

Arrendersi al Guru senza condizioni, accettando il Guru come il tuo, accettando il Guru intorno a te, accettando il Guru dentro di te e dentro tutti, questo è ciò che è richiesto.
Affinché ciò avvenga, è necessario che tu abbia una reale esperienza del Guru. Non uno spettacolo esteriore, ma quello divino, l'intimo contatto che si trova oltre le parole. Questa esperienza è insopportabilmente dolce e assolutamente personale. Questa esperienza viene dalla grazia e la grazia Divina si guadagna attraverso vite di lavoro.

Per lo più, tutti cercano il piacere e cercano di evitare il dolore. In questo stato di grazia, non vi è alcuna differenza tra piacere e dolore, tra perdita e guadagno o tra oscurità e fama. Il dolore ci sveglia e il piacere ci mette a dormire. E' nei momenti di grande dolore che impariamo ad arrenderci. Questo è ciò che ci dà profondità.

Vuoi migliorare il mondo? Io non credo che possa essere fatto. Il mondo è sacro. Non può essere migliorato. E' assolutamente perfetto così com'è. Sii contento di quello che hai. Rallegrati in ogni momento del modo in cui le cose sono. Quando ti rendi conto che non c'è nulla che manca, allora tutto il mondo ti appartiene.

Il Guru Granth Sahib dice: "In mezzo alla speranza, lo yogi rimane senza la speranza." Questo è perché la speranza e la paura sono due fantasmi che emergono dal pensiero di sé. Quando non vediamo più il Sé, come Sé, che cosa dobbiamo temere o sperare? C'è solo ora. Il passato non esiste più e il futuro sta nascendo ora. E sta nascendo dai nostri pensieri, parole e azioni.

Guarda il mondo intero ed ogni cosa in esso, come te stesso. Abbi fede del modo in cui stanno le cose. Ama il mondo così come è - perché è il tuo Sé.




La mia preghiera personale è molto semplice. E' quello che dico ogni giorno, come mi inchino al mio Guru:

"Amato Guru Ji, io sono Tuo e Tu sei mio.

Benedici tutti per farli vivere sani, felici e santi".

[Fonte: Guruka Singh - Traduzione di Onkar Singh]


Da: 
Sat Nam, la Via dello Yoga. http://satnamsatnam.blogspot.it/





martedì 13 marzo 2012

Akbar e Birbal. Tutto quello che Dio fa è per il meglio

Oggi proponiamo una breve storia sull’Imperatore Akbar (nella foto) ed il suo saggio consigliere Birbal, intorno ai quali in India sono numerose le leggende popolari.
Il titolo di questo famoso episodio potrebbe essere “Tutto quello che Dio fa è per il meglio” che farebbe tanto felice il grande filosofo tedesco Leibniz.

Un giorno Akbar scoprì di avere un’infezione all’alluce di un piede ed andò a consultare i medici di corte, i quali, dopo attente analisi, decretarono che l’unico rimedio era quello di amputare il dito.
Akbar non prese molto bene la notizia e si sentiva piuttosto abbattuto all’idea di dover perdere una parte del proprio corpo, così andò ad esporre la questione al suo consigliere personale Birbal.
Egli però non diede molta importanza alla vicenda e rispose all’Imperatore che se quello era il giudizio dei medici, lui non poteva farci nulla e comunque poteva stare tranquillo perché “Tutto quello che Dio fa è per il meglio.”
Deluso da tale risposta, ad Akbar non rimase che farsi amputare il dito del piede e pensare a come far pagare a Birbal il suo apparente disinteresse nella faccenda.
Tempo dopo, durante una battuta di caccia nella foresta, Akbar e Birbal si trovarono di fronte a un profondo pozzo asciutto e, senza nessun preavviso, Akbar ordinò ai due soldati che li accompagnavano di arrestare Birbal e calarlo in fondo al pozzo.
Il povero Birbal fu così stupito che, nonostante la sua proverbiale sagacia, non fu in grado di dire nulla, ma dovette sottostare all’ordine del suo Imperatore.
Quando fu calato nel pozzo, Akbar gli urlò “Non ti preoccupare Birbal, tutto quello che Dio fa è per il meglio!” e lasciati i soldati di guardia si allontanò nella foresta, a pensare come procedere con Birbal.
All’improvviso però, fu attaccato da un folto gruppo di Thug, i famosi banditi che dopo aver derubato le loro vittime le sacrificavano in onore della dea Kali.
Sopraffatto, Akbar venne spogliato dei suoi averi e portato di fronte al capo della banda per essere sacrificato.
Prima però fu esaminato per verificare che avesse i requisiti adatti, e quando il capo dei banditi scoprì che gli mancava un dito del piede, gli restituì i suoi averi e lo lasciò andare (secondo l’induismo le vittime dei sacrifici non devono avere malformazioni n.d.r.).
Umiliato per non essere degno di essere sacrificato ma, allo stesso tempo, sollevato per lo scampato pericolo, Akbar tornò in fretta da Birbal a raccontargli l’accaduto, nonché liberarlo e congratularsi con lui, ancora una volta, per aver avuto ragione.
Finito di narrare la vicenda, mentre stavano risalendo a cavallo per tornare a Palazzo, Akbar si fermò di colpo e chiese a Birbal “Scusa, ma se tutto quello che Dio fa è per il meglio, ed io grazie al dito amputato ho avuto salva la vita, tu cosa ci hai guadagnato ad essere stato calato nel pozzo?”
Birbal sorrise “Maestà, se Voi non mi aveste imprigionato, sarei stato catturato insieme a voi dai banditi, e siccome non ho malformazioni fisiche, sarei stato sacrificato al Vostro posto!”
Sentito questo Akbar non disse nulla, salì sul suo cavallo, gli diede l’ordine di partire e iniziò a strofinarsi la barba soddisfatto.

da Vivere Altrimenti di Manuel Olivares
Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador .


giovedì 2 febbraio 2012

Il perduto modo di pregare (di Gregg Braden)

 

I moderni ricercatori della preghiera identificano attualmente 4 modi di pregare usati oggi in Occidente. Esiste un modo ulteriore?
C’è anche un quinto modo di pregare che ci consente di partecipare all’esito degli eventi dentro i nostri corpi come pure del mondo attorno a noi?
Scoperte recenti in remoti siti di culto dove oggi rimangono queste tradizioni, combinate con una nuova ricerca entro alcune delle più sacre ed esoteriche tradizioni del nostro passato, mi condussero a ritenere che la risposta è Sì.
Molto del nostro condizionamento nelle tradizioni occidentali dell’ultimo millennio e mezzo ci ha invitato a "chiedere" che specifiche circostanze del nostro mondo cambino a seguito di un intervento divino; che le nostre preghiere vengano esaudite. Nel nostro richiedere benintenzionato, comunque, è possibile che noi senza saperlo diamo proprio potere alle condizioni che noi preghiamo cambino.
Per esempio, quando noi chiediamo: "Caro Dio, ti prego fai in modo che ci sia pace nel mondo", noi stiamo in effetti affermando che la pace al momento presente non esiste. Ora antiche tradizioni ci ricordano che le preghiere che chiedono sono una forma di preghiera, tra altre forme, che ci dà il potere di trovare pace nel nostro mondo attraverso la qualità del pensiero, del sentimento e dell’emozione che noi creiamo nel nostro corpo.
Una volta che noi consentiamo alle qualità della pace di entrare nella nostra mente e diamo energia alla nostra preghiera attraverso i sentimenti di pace che sono nel nostro corpo, il quinto modo di pregare asserisce che il risultato richiesto è già avvenuto.
La scienza dei quanti fa fare ora a questa idea un passo avanti, affermando che è precisamente a queste condizioni di sentimento che la Creazione risponde coll’armonizzare il sentimento (preghiera) del nostro mondo interiore con condizioni similari nel nostro mondo esteriore. Sebbene il risultato della nostra preghiera possa non essere apparente nel nostro mondo esteriore, noi veniamo invitati a riconoscere la nostra comunione con la Creazione e a vivere come se la nostra preghiera fosse già stata corrisposta.
Con parole di un altro tempo gli antichi ci invitarono ad abbracciare la nostra preghiera perduta come una coscienza che noi diventiamo, piuttosto che una forma prescritta di azione che noi compiamo all’occorrenza. Con parole che sono tanto semplici quanto eleganti ci viene ricordato di essere "circondati" dalla risposta alle nostre preghiere e "avviluppati" dalle condizioni che noi scegliamo di sperimentare.
Nell’idioma moderno questa descrizione ci suggerisce che, per effettuare un cambiamento nel nostro mondo, noi veniamo invitati ad avere prima le sensazioni del cambiamento già avvenuto. Dato che la scienza moderna continua a convalidare una relazione tra i nostri pensieri, sentimenti e sogni e il mondo che ci circonda, diventa più probabile che un ponte dimenticato colleghi le nostre preghiere con il mondo della nostra esperienza. La bellezza di questa tecnologia interiore è il fatto che essa è basata su qualità umane che noi già possediamo.
Dai profeti che ci videro nei loro sogni ci viene ricordato che, nell’onorare tutta la vita, noi realizziamo niente di meno che la sopravvivenza della nostra specie e il futuro della sola casa che conosciamo. 

Comparazione dei modi di pregare tramite l’esempio della pace globale

Preghiera basata sulla logica: richiesta di intervento.
1 - Ci focalizziamo sulle condizione presenti dove riteniamo che la pace non esiste.
2 - Noi possiamo sentirci privi di aiuto, di potere o adirati per gli eventi e condizioni che stiamo osservando.
3 - Noi impieghiamo la nostra preghiera/richiesta per invitare un intervento divino di un Potere più elevato ad apportare la pace in relazione a individui, condizioni e luoghi dove riteniamo  essa sia assente.
4 - Tramite la nostra richiesta noi possiamo senza saperlo confermare proprio le condizioni che noi desideriamo di meno. Quando diciamo per es.: “Per favore fai che là ci sia pace”, noi stiamo dichiarando che la pace non è presente in una particolare situazione. Facendo ciò noi possiamo effettivamente dare energia proprio alla condizione che abbiamo scelto di cambiare.
5 - Noi continuiamo a richiedere l’intervento finché vediamo che il cambiamento davvero avviene nel nostro mondo.

La nostra preghiera è già esaudita se:
1 - Noi vediamo tutti gli eventi, quelli di pace e quelli che riteniamo di assenza di pace, come possibilità senza giudizio di giusto, sbagliato, cattivo o buono osservando.
2 - Ci liberiamo del nostro giudizio della situazione benedicendo quelle condizioni che ci hanno causato dolore. La benedizione non perdona l’evento o condizione, o acconsente a esso. Piuttosto riconosce che l’evento è parte dell’unica Fonte di tutto ciò che è (Ved. il libro “Walking between the Worlds: The science of Compassion” per i dettagli) [1].
3 -  Sentendo i sentimenti della nostra preghiera già corrisposti, noi dimostriamo l’antico principio quantico che asserisce che le condizioni di pace dentro i nostri corpi sono rispecchiate nel mondo al di là dei nostri corpi.

La nostra preghiera ora consiste nel:
a) riconoscere che la pace già è presente nel nostro mondo vivendo consapevoli che questi cambiamenti già si sono avuti;
b) dare potere alla nostra preghiera col ringraziare per l’opportunità di scegliere la pace al posto della sofferenza.

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Link:
- [1] il-dono-della-benedizione-gregg-braden
- http://www.lorecalle.it/?p=910 La compassione
- braden/camminare_tra_i_mondi.
- http://www.fiumesilente.com/forums/pensiero-del-giorno-di-viramo/compassione  

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(Riceviamo da Tomoe e volentieri pubblichiamo)

 


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