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sabato 14 aprile 2018

Il vero Sé

Il vero Sé – Derek Lin https://www.meditare.net/wp/racconti/il-vero-se-derek-lin/

martedì 20 febbraio 2018

Il “discorso del fiore” – Thich Nhat Hanh

Il “discorso del fiore” – Thich Nhat Hanh 

https://www.meditare.it/wp/risorse/il-discorso-del-fiore-thich-nhat-hanh/

sabato 30 dicembre 2017

Il Sasso Miracoloso (G. I. Gurdjieff)

Il Sasso Miracoloso (G. I. Gurdjieff)

https://www.meditare.net/wp/racconti/il-sasso-miracoloso-gurdjieff/

mercoledì 12 luglio 2017

domenica 2 aprile 2017

Il Bramito dei Cervi

Risultati immagini per cervi che lottano


Nei boschi del nord stava per arrivare l'autunno con i suoi meravigliosi colori.
La vita si preparava al ciclo stagionale e metteva le basi per il risveglio primaverile. 
Nell'aria si sentivano i canti degli uccelli che si preparavano a migrare, il vento frusciava fra le foglie e si mischiava al mormorio cristallino delle acque dei ruscelli e forte risuonava per le valli il bramito dei cervi che combattevano per avere il privilegio di creare nuova vita. 
Un pellegrino solitario attraversava quei luoghi. 
Si fermò al limitare di una radura,  si appoggiò al bastone per osservare due cervi che combattevano per la supremazia sul branco e, guardando un gruppo di cerve che brucavano lì vicino con fare quasi indifferente, si ricordò del suo passato di pastore.
I cervi lottavano ormai da tanto tempo e nessuno dei due sembrava prevalere. 
Videro l'uomo. Si fermarono, poi lentamente gli si avvicinarono per far decidere a lui chi fosse il più forte. 
Il pellegrino li osservò con calma e si ricordò degli arieti del suo gregge che lottavano per la supremazia.
Prese un po' di tempo per riflettere e dopo disse:
"E' giusto che chi comanda un gruppo sia il più forte ma non basta, oltre alla forza bisogna avere altre qualità.
Dovete dimostrare di essere anche il più intelligente perché dovrete guidare il gruppo sul giusto sentiero ma, ancor di più dovrete essere anche il più saggio perché dovrete fare il bene di tutto il gruppo e non solo affermare la propria forza e la propria intelligenza.
Dovete conoscere la vita e i suoi misteri per far si che sia essa che si affermi e non solo il proprio potere."
Detto ciò, sorrise, accarezzò i due cervi e riprese il suo cammino. 

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mercoledì 7 settembre 2016

Prima che il sole tramonti… (Omraam Mikhaël Aïvanhov)



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“La voce umana è lo strumento più potente.”
(Paramhansa Yogananda)


“Si racconta che un uomo andò, un giorno, da Maometto e gli disse: «Sono molto infelice, ho accusato ingiustamente un amico, l’ho calunniato, ed ora non so come riparare.» Maometto lo ascoltò attentamente e poi rispose: «Ecco quello che devi fare: va a mettere una piuma davanti alla porta di ogni casa della città e domani ritorna da me.»

L’uomo se ne va e fa quello che Maometto gli ha detto: mette una piuma davanti a ogni casa della città e l’indomani ritorna. «Bene - dice Maometto - ora va a riprendere tutte le piume e portale qui.» Dopo qualche ora l’uomo ritorna tutto triste; non aveva ritrovato una sola piuma. Allora Maometto disse: «È lo stesso per le parole: una volta pronunciate, non è più possibile ritirarle, ormai hanno preso il volo.» E l’uomo se ne andò molto triste.

Ora voglio commentare questo aneddoto. Supponiamo che qualcuno venga a chiedermi come riparare ad accuse, maldicenze e insulti. Io gli risponderei la stessa storia, ma aggiungerei qualcosa di molto importante. Gli direi: «Bisogna che tu parli di nuovo di quella persona, ma dicendo il contrario; parlerai cioè delle sue qualità, delle sue virtù e delle sue buone intenzioni. Poiché c’è sempre qualcosa di buono in ogni creatura, cerca di scoprirlo e lo troverai.»

«Ma in questo modo riparerò il male che ho fatto?» Gli risponderei: «No, questo non è possibile, perché le parole pronunciate hanno già provocato guai nelle regioni invisibili, ed anche in quelle visibili, ma creerai qualcosa di diverso, che rimedierà in parte alle tue parole precedenti. E quando verrà il momento in cui il karma ti obbligherà a pagare per le tue cattive parole, poco dopo verranno anche le conseguenze delle parole buone che hai pronunciato, e avrai delle consolazioni.»

Che cos’è una parola? È un razzo che attraversa dei mondi nei quali scatena forze, coinvolge entità e provoca conseguenze irreparabili. Sì, le conseguenze sono immediatamente irreparabili. Certo, se si potesse rimediare subito alle cattive parole, non vi sarebbero conseguenze dannose, ma più tempo passa, più queste parole producono danni.

«Sì, ma ho rimediato, perché subito dopo ho detto tutto il contrario!» Io gli direi: «Infatti, per le tue buone parole sarai ricompensato, ma per le tue cattive dovrai pagare cioè sarai punito.» Ecco quello che non sapete. Credete che si possa riparare ogni cosa? No, non è così, perché il bene ed il male che si fanno, vanno in due regioni diverse, in due strati diversi.

Queste regioni si sovrappongono e non si possono riprendere le parole dette, perché si trovano già in altre regioni terrestri o sovra-terrestri. Il tempo è quindi un fattore di primaria importanza. Supponete di aver dato l’ordine di tagliare la testa a qualcuno e che coloro che devono eseguire il vostro ordine siano già partiti…

Cosa potete riparare, una volta che la testa è stata tagliata? Potete rincollarla? Quando un ordine è stato dato, che si può fare? Dare un contrordine, cioè inviare altri messaggeri che impediscano l’esecuzione. Ma se è trascorso troppo tempo, non c’è più niente da fare. Ecco perché è stato detto: «Prima che il sole tramonti, va a riconciliarti con tuo fratello.»

Questo significa che si deve riparare immediatamente al male che si è fatto agli altri. ma il sole che tramonta simboleggia anche la fine della vita: la morte. Quindi non bisogna aspettare di essere dall’altra parte per pensare a riparare i crimini o i guai provocati, poiché la giustizia cioè il karma entra in azione e bisogna pagare fino all’ultimo centesimo.

Tuttavia dovete sapere che esiste una forza ancora più efficace e rapida della parola: il pensiero. Se vi mettete immediatamente al lavoro col pensiero, potrete riafferrare le vostre parole. Certo, questo è difficile, perché il pensiero e la parola appartengono a due regioni diverse. La parola appartiene al piano fisico, è una vibrazione, uno spostamento d’aria; mentre il pensiero appartiene già al piano più sottile, superiore al piano eterico. Se volete rimediare alle conseguenze delle vostre parole, potrete concentrarvi e chiedere a certi servitori del mondo invisibile di impedire che il male si produca.

In questo modo, non potrete naturalmente annullare del tutto l’effetto delle vostre parole, ma eviterete peggiori conseguenze. Dovete però essere molto rapidi ed il vostro pensiero deve essere molto intenso. Altrimenti l’ordine di esecuzione sarà dato e la vittima sarà decapitata -simbolicamente parlando- e un giorno sarete costretti a pagare per tutto il male che avete fatto.”


(Omraam Mikhaël Aïvanhov)

venerdì 15 luglio 2016

PUBBLICARE I SUTRA (Racconto Zen)



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Tetsugen, un fedele seguace dello Zen in Giappone, decise di pubblicare i sutra, che a quel tempo erano disponibili soltanto in cinese. I libri dovevano essere stampati con blocchi di legno in un’edizione di settemila copie, un’impresa enorme. Tetsugen cominciò col mettersi in viaggio per raccogliere i fondi necessari. Immagine incorporata 2 Alcuni simpatizzanti gli diedero un centinaio di monete d’oro, ma per lo più riuscì a ottenere soltanto piccole somme. Lui ringraziò tutti i benefattori con uguale gratitudine. Dopo dieci anni Tetsugen aveva abbastanza denaro per cominciare l’impresa. E proprio allora il fiume Uji straripò. L’alluvione portò una carestia. Tetsugen prese i fondi che aveva raccolti per i libri e li spese per salvare gli altri dalla fame. Poi ricominciò la sua colletta. Immagine incorporata 4Immagine incorporata 3 Parecchi anni dopo il paese fu colpito da un’epidemia. Ancora una volta Tetsugen, per aiutare la sua gente, diede via quello che aveva raccolto. Immagine incorporata 6Immagine incorporata 5 Si rimise al lavoro per la terza volta, e dopo vent’anni riuscì finalmente a realizzare il suo desiderio. Immagine incorporata 7 I blocchi di legno per la stampa che sono serviti per la prima edizione sono oggi esposti nel monastero Obaku di Kyoto. Immagine incorporata 8 I giapponesi dicono ai loro figli che Tetsugen ha fatto tre raccolte di sutra, e che le prime due, invisibili, sono perfino superiori all’ultima. Immagine incorporata 11Immagine incorporata 10Immagine incorporata 9 – FONTE: http://www.meditare.net/wp/compassione/pubblicare-i-sutra/

domenica 26 giugno 2016

Una Nonna Prende Carote, Uova e Caffè e Dà Un'Importante Lezione Di Vita Alla Nipote!


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Quando arrivò dalla nonna una ragazza cominciò a raccontarle che stava attraversando un brutto periodo. Non ce la faceva più e voleva scappare da tutto e tutti. Appena risolveva un problema se ne presentava subito un altro. Non aveva più la forza di lottare e faticare.
La nonna allora senza dirle molte parole le disse di andare con lei in cucina, prese tre pentone le riempì con dell’acqua, in una mise delle carote, nella seconda delle uova e infine nella terza dei chicchi di caffè macinati. Accese il fuoco e le lasciò bollire.
Dopo circa venti minuti spense il fuoco e mise le carote in un vassoio, le uova in un piatto e il caffè in un bicchiere. Poi si rivolse alla nipote e le chiese: “Dimmi cara, cosa vedi?” La ragazza rispose: “Carote, uova e caffè,”.
La nonna le avvicinò le carote e le chiese di toccarle. Lei si accorse che erano diventate morbide. Poi la nonna le chiese di prendere un uovo e romperlo. Dopo aver tolto il guscio, lei guardò tra le mani l’uovo sodo. Alla fine, le chiese di assaggiare il caffè. La giovane nipote sorrise nel gustarne il buon sapore.
La nonna a questo punto rivolgendosi alla nipote spiegò che ciascuna di queste tre cose aveva affrontato la stessa avversità –acqua bollente – ma ciascuna aveva reagito in modo diverso. La carota era entrata in acqua forte, dura e resistente ma ne era uscita ammorbidita ed era diventata debole. L’uovo che prima era fragile e con il suo guscio sottile dopo essere stato cotto nell’acqua bollente, si era indurito. I chicchi di caffè macinato erano diversi. Dopo essere stati per un tempo nell’acqua bollente, avevano cambiato l’acqua.

La nonna a questo allora chiese alla nipote: “Quale sei tu? Quando l’avversità bussa alla porta, come rispondi? Sei una carota, un uovo, oppure un po’ di caffè?” Pensaci.
Quale sono io?
Sono la carota che sembra forte, ma con un po’ di dolore e difficoltà, divento debole, perdo le forze e mi affloscio?
Sono l’uovo che parte con un cuore morbido ma cambio con il calore? Avevo uno spirito morbido, ma dopo un lutto, una separazione, una difficoltà finanziaria o altre difficoltà, sono diventato rigido e irremovibile? Il mio guscio esteriore è lo stesso, però dentro sono amaro e indurito con un’anima rigida e un cuore di pietra?
Oppure sono un chicco di caffè? Il caffè in effetti cambia l’acqua calda, proprio la circostanza che provoca il dolore. Quando l’acqua si riscalda, rilascia la fragranza e il sapore. Se sei come il caffè, quando le cose volgono al peggio, tu migliori e cambi le situazioni attorno a te.
Quando ti trovi nell’ora più buia e le prove sono al massimo, tu ti alzi fino a un altro livello.

venerdì 29 aprile 2016

Il rifugio delle pecore (racconto)

Il rifugio delle pecore (racconto)
Un giorno un monaco si recò in visita a un maestro di meditazione illuminato e gli chiese:  “Maestro, aiutami, perché mi trovo a un punto morto”.
Il maestro gli chiese: “Da quanto tempo sei monaco?”.
“Ormai da venticinque anni, signore”.

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http://www.meditare.net/wp/racconti/il-rifugio-delle-pecore/
-- gReader

venerdì 18 dicembre 2015

Un bicchiere di latte... un racconto per l'anima

Un bicchiere di latte... un racconto per l'anima


Un giorno un ragazzo povero, che per pagare i suoi studi vendeva beni di porta in porta, si accorse che gli era rimasta solamente una monetina da dieci centesimi, e aveva fame. Così decise di chiedere da mangiare alla prossima casa. Ma si smontò subito quando vide che ad aprire la porta era una giovane donna.
Invece di un pasto, gli riuscì solo di chiedere un bicchier d’acqua. Lei però lo vide così affamato che pensò di portargli un bicchierone di latte. Lo bevve lentamente e poi chiese:“Quanto le devo?”
“Non mi deve niente – rispose lei – Mamma ci ha insegnato a non accettare mai compensi per una gentilezza“.
Lui disse: “Allora la ringrazio di cuore“.
Quando Howard Kelly lasciò quella casa, non si sentiva più forte solo fisicamente, ma anche la sua fede in Dio e nell’uomo si erano rafforzate. Poco prima era stato quasi sul punto di lasciarsi andare…
Anni dopo, quella giovane donna si ammalò gravemente. I dottori locali non sapevano come cavarsela e alla fine la mandarono nella grande città, perché degli specialisti studiassero la sua malattia rara. Anche il Dott. Howard Kelly fu chiamato per un consulto, e quando sentì il nome della città da cui proveniva, una luce strana riempì i suoi occhi. Immediatamente si levò e corse giù verso la sua camera d’ospedale. Avvolto nel suo camice da dottore andò a visitarla e subito la riconobbe. Uscì da quella stanza determinato a fare tutto il possibile per salvarle la vita. Da quel giorno riservò grandi attenzioni al caso e, solo dopo una lunga lotta, la battaglia fu vinta.
Il Dott. Kelly chiese all’amministrazione di comunicargli il conto, per la sua approvazione. Dopo averlo visionato, scrisse qualcosa in un angolo e lo fece recapitare nella stanza della donna. Lei temeva di aprirlo, perché sapeva che ci avrebbe messo una vita per pagarlo tutto. Alla fine lo lesse, e alcune parole attirarono la sua attenzione a lato del conto:
“Pagato interamente con un bicchiere di latte“. Dott. Howard Kelly
Anonimo

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giovedì 10 dicembre 2015

Il Vero Cambiamento - racconto Zen | Meditare.net

Testi e immagini per la meditazione - yoga - meditation - zen

Ryokan votò la propria vita allo studio dello Zen. Un giorno venne a sapere che suo nipote, nonostante i rimproveri dei parenti, sperperava il proprio denaro per una cortigiana. Poiché questo nipote amministrava i beni della famiglia al posto di Ryokan, e c’era pericolo che dilapidasse la loro fortuna, i parenti chiesero a Ryokan di intervenire. 
Ryokan dové intraprendere un lungo viaggio per visitare il nipote, che non vedeva da anni. Il nipote parve contento di rivedere lo zio e lo invitò a passare la notte in casa sua. Ryokan rimase in meditazione tutta la notte. La mattina dopo, mentre stava per partire, disse al giovane: «Evidentemente sto invecchiando, perché mi trema la mano. Vuoi aiutarmi a legare il laccio del mio sandalo?».
Il nipote lo aiutò volentieri. «Grazie,» disse Ryokan «vedi, un uomo diventa più vecchio e più debole di giorno in giorno. Abbi cura di te». Poi se ne andò, senza nemmeno far cenno alla cortigiana o alle lamentele dei parenti. Ma da quella mattina il nipote smise di far vita dissoluta.
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sabato 6 giugno 2015

Una contesa di dharma: "Cos'è questo?"

 

Una contesa di dharma – Mark Epstein


Alcuni amici avevano organizzato l’incontro di due eminenti maestri buddhisti a casa di un professore di psicologia della Harvard University. Essi rappresentavano due diverse tradizioni buddiste, e non si conoscevano: di fatto, le loro scuole avevano avuto ben pochi contatti negli ultimi duemila anni. Prima che il Buddismo e la psicologia occidentale potessero incontrarsi avrebbero dovuto farlo le diverse correnti del Buddismo. E noi saremmo stati testimoni di questo primo dialogo.   
I maestri, il settantenne tibetano Kalu Rinpoche che aveva passato anni in ritiro solitario, e Seung Sahn, primo insegnante di Zen coreano negli Stati Uniti, dovevano cimentarsi nella reciproca comprensione degli insegnamenti del Buddha, a beneficio degli studiosi occidentali presenti. Avrebbe dovuto essere una forma elevata della cosiddetta ‘contesa di dharma’ (lo scontro di grandi menti rese ancor più penetranti da anni di studio e meditazione), e noi eravamo lì, con tutta l’aspettativa che meritano eventi storici di questa portata.
I due monaci entrarono con i loro abiti svolazzanti, marrone e giallo il tibetano, di un austero grigio e nero il coreano, seguiti da uno stuolo di giovani monaci e traduttori con il capo rasato. Presero posto su alcuni cuscini nella consueta posizione a gambe incrociate, e l’ospite fece segno che, essendo il maestro zen più giovane, stava a lui incominciare. Il lama tibetano sedeva immobile facendo scorrere fra le dita un rosario di legno (mala), e ripetendo fra sé e sé un mantra: “Om mani padme hum”.
Il maestro zen, che già si era fatto una fama per il suo metodo di subissare di domande i suoi studenti finché questi erano costretti a confessare la propria ignoranza, e di gridargli poi: “Conservate questa mente-che-non-sa!”, si frugò dentro l’abito e ne estrasse un’arancia.
“Cos’è questo?”, chiese al lama.
“Cos’è questo?” era una tipica domanda per avviare il discorso, e noi lo sentivamo pronto ad avventarsi su qualsiasi risposta avesse ricevuto.
Il tibetano sedeva in silenzio snocciolando il suo rosario fra le dita senza dar segno di voler rispondere.
“Cos’è questo?”, insisté il maestro zen mettendo l’arancia sotto il naso del tibetano.
Kalu Rinpoche si chinò lentamente verso il monaco tibetano che gli sedeva accanto e gli faceva da interprete, e insieme parlarono per alcuni minuti.
Alla fine il traduttore si rivolse all’uditorio e disse :
”Rinpoche dice: ‘Ma cosa gli prende? Non hanno arance nel loro paese?”.
Il dialogo si interruppe qui.
Mark Epstein
FONTE: http://www.meditare.net/wp/buddhismo/una-contesa-di-dharma-mark-epstein/











venerdì 6 febbraio 2015

Il perdono divino

 



Un giorno morì un grande mistico chiamato Abu. Qualche tempo dopo la sua morte, comparve in sogno ad un suo carissimo amico. Appena l'amico lo vide venirgli in sogno, gli chiese se nei Cieli l'avessero trattato bene e se fosse salvo. Abu gli rispose che il Signore l'aveva perdonato. Gli raccontò che, dopo la morte, si era trovato al cospetto del Signore, e Dio gli aveva chiesto: "Ti perdono. Ma tu, Abu, lo sai perché lo faccio?"

Abu gli aveva risposto: "Signore, immagino che sia stato per le buone azioni che ho fatto." Ma Dio aveva detto: "No, non è stato per questo." Allora Abu aveva detto: "Credo che sia stato merito della mia devozione." Ma Dio aveva detto: "No. Non è per questo." Allora Abu aveva detto: "Signore, è stato forse per i pellegrinaggi, per le elemosine, per i digiuni oppure per le preghiere?"

Dio aveva detto: "Non è per questo." Abu aveva detto: "Sarà per i miei viaggi presso gli uomini devoti, oppure per avere avuto nel cuore un grande amore per la conoscenza." Il Signore aveva detto: "No! Non è stato per tutte queste cose." Allora Abu aveva ammesso: "Signore, allora non capisco proprio perché mi hai perdonato. Ho fatto quello che ho detto perché credevo di trovare la salvezza. Ho osservando i precetti con devozione."

Il Signore disse: "Abu, ti ricordi una notte in cui camminavi per i vicoli della città? Una notte molto fredda in cui nevicava? Quella notte hai visto un gattino bagnato e affamato. Il gattino strisciava lungo i muri per ripararsi dalla neve. Cercava un posto caldo in cui trovare riparo. Tu l'hai visto e hai provato compassione. L'hai raccolto, l'hai riparato nel calduccio della tua pelliccia e l'hai portato a casa."

Abu disse: "Certo che ricordo! Il gattino sarebbe morto se non l'avessi portato a casa mia. L'ho raccolto e nutrito." Dio gli sorrise e gli disse: "Ecco, adesso conosci il motivo per cui ti ho perdonato. Ti ho perdonato perché hai avuto compassione di un povero gatto abbandonato. Questo è stato sufficiente. Tu hai avuto pietà di lui, e Io ho avuto pietà di te."


FONTE:  http://lacompagniadeglierranti.blogspot.it/2015/02/il-perdono-divino.html


venerdì 8 novembre 2013

La strada di ciascuno – La storia del pappagallo

 

Qualche settimana fa è morta una persona che mi era molto cara. Anziano, ormai in coma da mesi, si è spento ella pace, come aveva vissuto. Una volta, alla fine degli anni novanta mi trovai a chiedergli consiglio su una situazione complessa che stavo vivendo. Mi ascoltò a lungo e mi raccontò una sua esperienza molto simile. Mi aspettavo che mi dicesse: “Fai come ho fatto io”. Invece, con mia grande sorpresa concluse: “Questo è quello che Dio ha fatto capire a me. Ora tu devi scoprire la tua strada, che non è la mia”. Solo con il passare degli anni ho capito la grandezza di quell’uomo. Ieri sera mi è capitata fra le mani una storia del grande sufi, Jalal Ad-Din Rumî, e mi sono ricordato di lui e di quel consiglio così sapiente, davvero grande che ha rispettato la mia persona e l’amore personale di Dio per me.

“C’era un mercante che aveva un pappagallo; un bel pappagallo imprigionato in una gabbia. Il mercante si preparò per un viaggio: decise di andare in India. Generosamente disse ad ogni schiavo maschio e ad ogni serva: ‘Che cosa vuoi che ti porti? Orsù, dimmelo’. Ognuno gli chiese ciò che più desiderava: il brav’uomo si impegnò con tutti. Poi disse al pappagallo: ‘Che regalo ti piacerebbe che ti portassi dal paese dell’India?’. Il pappagallo rispose: ‘Quando laggiù vedrai i pappagalli, spiega loro la mia sventura e dì loro: ‘Il tal pappagallo, che ha nostalgia di voi, per desiderio del Cielo è nella mia prigione. Vi saluta, chiede giustizia, e desidera conoscere da voi un rimedio e un modo per essere ben guidato. E dice ancora: ‘È bene che, avendo nostalgia di voi, io renda lo spirito e muoia nella separazione? È giusto che mi trovi in una crudele prigionia, mentre voi siete sui teneri arbusti o sugli alberi? È questa la fedeltà degli amici? Io in questa prigione e voi nel roseto? […] Il mercante accettò quel messaggio e promise di portare il saluto del pappagallo ai suoi simili. 
Giunto ai limiti più estremi dell’India, scorse nella pianura un gruppo di pappagalli. Fermò il suo cammello, poi trasmise il saluto, adempiendo così al suo incarico. Ed ecco che uno dei pappagalli si mise a tremare violentemente, il suo respiro si fermò e cadde morto. Il mercante si rammaricò di aver dato quelle notizie, e disse: ‘Sono venuto a distruggere questa creatura. Certamente era un parente del mio pappagallino: erano stati probabilmente due corpi in un solo spirito. Perché ho fatto questo? Perché ho portato quel messaggio? Con una parola stupida ho distrutto questa povera creatura’ […] Il mercante concluse le sue faccende e tornò a casa col cuore lieto. Portò un dono ad ogni schiavo, fece un regalo ad ogni schiava.

"Dov’è il mio regalo? – chiese il pappagallo. – Raccontami ciò che hai detto e che cosa hai visto".
"No – egli rispose – veramente mi pento, torcendomi le mani e mordendomi le dita. Perché mai, per ignoranza e follia, ho portato un messaggio tanto stupido?’.
"Padrone – disse il pappagallo – di che cosa ti penti? Che cosa mai ti provoca collera o dolore?"
"Ho riferito i tuoi lamenti – rispose – ad un gruppo di pappagalli simili a te. Uno dei pappagalli capì il tuo dolore; gli spezzò il cuore, tremò e morì. Mi sono addolorato. Pensavo: ‘Perché ho detto ciò?’ Ma a che serve pentirsi dopo aver parlato?’ […]

Quando l’uccello udì ciò che quel pappagallo aveva fatto, tremò violentemente, cadde e rimase stecchito. Il mercante, vedendolo cadere così, diede un balzo e gettò in terra il suo berretto; si buttò per terra e si lacerò il vestito vedendolo in quello stato, in quella situazione. Gridava: ‘Oh bel pappagallo dalla voce soave! Che cosa ti è successo? Perché sei diventato così? Oh! Ahimè per il mio uccello dalla dolce voce! Oh! Ahimè per il mio amico intimo e mio confidente! Oh! Ahimè per il mio uccello melodioso, vino del mio spirito, mio giardino e mio dolce basilico! […]

Il mercante, logorato dal dolore, dall’angoscia e dalla nostalgia, pronunciava centinaia di frasi, a volte in polemica con se stesso, a volte giustificandosi, a volte supplicando, a volte appassionato di verità, a volte di irrealtà […] Dopo di ciò, lo buttò fuori dalla gabbia. Il pappagallino volò via fin su un alto ramo. Quel pappagallo morto prese il volo come quando il Sole balza in avanti da Oriente. Il mercante rimase stupefatto per ciò che l’uccello aveva fatto; senza capire, improvvisamente intuì i segreti dell’uccello. Alzò il volto e disse: ‘Oh, fammi la grazia di spiegare questo fatto. Che cosa ha fatto quel pappagallino, laggiù perché tu imparassi il modo di preparare questo cocente stratagemma per me?’

Il pappagallo disse: ‘Con la sua azione, mi ha consigliato: Rinuncia al fascino della tua voce e al tuo affetto, poiché è stata la tua voce che ti ha condotto alla schiavitù. Essa ha fatto finta di essere morta per darmi questo consiglio intendendo: ‘Tu che sei divenuto un cantore per il fior fiore della società e per la gente comune, per ottenere la libertà, muori come faccio io’. Così il pappagallo gli diede uno o due consigli pieni di saggezza, poi gli rivolse il saluto della separazione. Il mercante gli disse: ‘Va’, che Dio ti protegga! Adesso mi hai mostrato una nuova Via’, e disse a se stesso: ‘Questo consiglio è per me; seguirò la sua Via, poiché quella via è radiosa. La mia anima sarebbe forse inferiore a quella del pappagallo? Ogni anima deve seguire una Via così buona”. 
 


Jalal Ad-Din Rumî, (1207-1293) Mathnawi. Il poema del misticismo universale, Bompiani, Milano 2006, vol. 1, pp. 187-210

Postato da Roberto Catalano

Fonte: http://whydontwedialogue.blogspot.it/2013/11/la-strada-di-ciascuno-la-storia-del.html

 


mercoledì 1 maggio 2013

La figlia del tessitore (Una ragazza sveglia e il Buddha)


Come con un bastone il pastore mena il suo bestiame al pascolo,
così la vecchiaia e la morte sospingono le vite degli esseri
(Dhammapada, 135).
In una città del Magadha di nome Alavi c’era una volta un povero vedovo che aveva una sola figlia e che per campare faceva il tessitore. La fanciulla sbrigava le faccende di casa, aiutava il padre e passava il tempo libero meditando sulla morte, come le era stato insegnato dal Buddha che era passato per Alavi qualche anno prima.
Testi e immagini per la meditazione - yoga - meditation - zen - (Buddha)
Un giorno accadde che il Buddha si trovò a ripassare per Alavi e, come si usava, si fermò in piazza per tenervi un discorso. La fanciulla avrebbe desiderato andare a rivedere il maestro per prenderne il darshan, ma il padre le ordinò di restare ad aiutarlo. Lei, obbediente, restò in bottega. Ma a un certo punto il tessitore terminò la lana, ragion per cui dovette mandare la figlia a prenderne dell’altra. Per andare dalla bottega al magazzino in cui il padre teneva la lana grezza, la ragazza doveva attraversare la piazza dove il Buddha sedeva circondato da monaci, discepoli paesani e forestieri curiosi, così, quando passò per di là col canestro in capo, il Buddha le fece cenno d’avvicinarsi.
Si dice che non sia possibile resistere alla chiamata d’un Buddha, perciò la ragazza, nonostante il suo primo dovere, secondo il costume indiano, fosse l’obbedienza al padre, s’avvicinò al Buddha e si prostrò ai suoi piedi.
Il maestro le chiese: «Da dove vieni?».
«Non lo so» rispose.
«E dove vai?» chiese ancora il Maestro.
«Non lo so», rispose ancora.
«Non lo sai?» chiese ancora lui.
E lei: «Sì, lo so».
«Lo sai?» incalzò il Buddha.
E lei: «No, non lo so».
Mentre avveniva questo singolare colloquio, la gente attorno cominciò a mormorare:
«Che stupida ragazza, non sa che dire e così s’impappina. Direbbe qualunque cosa pur di compiacere il Buddha».
Il Buddha udì il mormorio della gente e alzò una mano per far cessare il brusio.
Poi, rivolto all’uditorio disse: «Non avete capito nulla. E ora ve lo dimostro».
Disse alla ragazza: «Perché, quando ti ho domandato “da dove vieni” tu m’hai risposto “non lo so”?».
«Signore, tu m’hai visto arrivare col canestro vuoto, perciò sapevi che venivo dalla bottega di mio padre; così ho pensato che mi chiedessi da dove sono venuta in questo mondo. E questo, signore, io non lo so».
Il Buddha sorrise e le chiese ancora: «E come mai hai risposto “non lo so” quando ti ho chiesto “dove vai?”».
«Perché, signore, era evidente che col canestro stavo andando a prendere la lana per il telaio, perciò ho pensato che mi chiedessi dove andrò una volta finita la mia vita in questo mondo, e questo, signore, io non lo so».
Il Buddha sorrise ancora. «E quando ti ho chiesto “lo sai?”, perché mi hai risposto “lo so”?».
«Una cosa sola so: che devo morire, per questo ho risposto che lo so».
Il Buddha sorrise per la terza volta: «E quando ti ho chiesto ancora “lo sai?”, perché mi hai risposto “non lo so”?».
«Perché, Signore, io so solo che dovrò morire, ma dove, come, quando e perché questo avverrà io non lo so».
A questo punto il Buddha, dopo averla lodata per la sua saggezza, la benedisse e la lasciò andare, non senza aver prima svelato ai presenti che la giovinetta aveva conseguito da tempo il primo grado di risveglio.
- Fonte risveglio.net

venerdì 4 maggio 2012

Il guru, il discepolo ed il pappagallo.



Un Guru e il suo giovane discepolo vivevano insieme da dodici anni, e se il discepolo pensava che il suo maestro non gli stesse insegnando molto, in realtà il Guru stava facendo tutto il possibile e il vero problema erano le limitate capacità del ragazzo.
Un giorno, durante il loro girovagare, giunsero nei pressi di una piccola città e mentre il Guru faceva il bagno nel fiume mandò il discepolo a chiedere l’elemosina per il pranzo.
Giunto vicino ad una grande casa, fu chiamato da un pappagallo che si trovava in una gabbia davanti alla porta: «venite Maharaja, venite!».
Egli quindi si avvicinò e dalla porta ne uscì la padrona di casa che lo invitò a mangiare.
Mentre la signora preparava un pacchetto col cibo da portare al Guru, il discepolo si sedette e mangiò la sua parte, seppur, secondo la tradizione, un devoto discepolo dovrebbe sempre mangiare dopo il proprio maestro.
Finito il pranzo uscì di casa e il pappagallo gli chiese: «Così allora tu sei un asceta?».
«Sì! – rispose con orgoglio il giovane discepolo – Io e il mio Guru Ji siamo da poco arrivati in questa città e gli sto portando da mangiare».
Il pappagallo quindi gli disse: «Allora ti prego, fai questa domanda al tuo Guru: quando potrò finalmente uscire da questa gabbia?».
Il discepolo gli rispose: «va bene, visto che è grazie a te che mi sono avvicinato a questa casa, lo farò senz’altro».
Una volta tornato presso il suo maestro, gli servì il cibo e il Guru rimase piuttosto deluso quando scoprì che il discepolo aveva già mangiato.
Quando infine gli raccontò della domanda del pappagallo improvvisamente il Guru si sentì male, gli si girarono gli occhi e crollò a terra esanime.
Il discepolo si spaventò tantissimo, soprattutto per il suo futuro nel caso Guru Ji fosse morto, e iniziò a versargli un po’ d’acqua e a massaggiarlo, fin quando il maestro, piano piano, riprese conoscenza.
Il giorno dopo il discepolo si recò in città per elemosinare il pranzo e fu di nuovo invitato dal pappagallo ad avvicinarsi e dalla gentile signora a mangiare.
Uscendo dalla casa col cibo per il Guru, il pappagallo lo fermò e gli chiese: «allora Maharaja, cos’ha detto il tuo maestro? Quando sarò libero da questa gabbia?».
«Brutto stupido pappagallo! – rispose arrabbiato il discepolo – Quando gli ho posto la tua domanda il mio Guru Ji si è sentito male e non sai quanta fatica ho fatto per farlo tornare in sé».
Udite queste parole il pappagallo lanciò un forte urlo, iniziò a respirare affannosamente e cadde nel fondo della gabbia.
La padrona di casa, sentendo l’urlo, uscì e aprì la gabbia per vedere cosa era successo, ma proprio in quel momento l’astuto uccello si riprese e volò veloce verso un albero lì vicino.
Quindi guardò il discepolo e gli disse: «asino che non sei altro! Sei stato dodici anni insieme al tuo Guru e non hai imparato niente, a me invece è bastata una sola lezione!».

Fonte:http://viverealtrimenti.blogspot.com/2012/05/il-guru-il-discepolo-ed-il-pappagallo.html










mercoledì 11 aprile 2012

Per renderci forti




Un giorno una piccola apertura apparve su un bozzolo. Un uomo si sedette a guardare la farfalla che per diverse ore lottò per far passare il suo corpo attraverso quel piccolo buco. Poi parve smettere di fare alcun progresso. Sembrava come se avesse ottenuto quanto avrebbe potuto e non poteva andare oltre.

Allora l'uomo decise di aiutare la farfalla. Prese un paio di forbici e tagliò la parte rimanente del bozzolo. La farfalla così emerse facilmente. Ma aveva un corpo gonfio e piccole ali avvizzite. L'uomo continuò a guardare la farfalla, perché si aspettava che, da un momento all'altro, le ali potessero aprirsi ed estendersi ed essere in grado di sostenere il corpo della farfalla. Ma ciò non accadde mai. 
Infatti, la farfalla passò il resto della sua vita a strisciare con un corpo gonfio e le ali avvizzite. Non fu mai in grado di volare. 

Ciò che l'uomo, nella sua bontà e la sua fretta, non aveva capito era che il bozzolo ristretto e la lotta della farfalla per passare attraverso la piccola apertura, era il modo di Dio di forzare il fluido dal corpo della farfalla fin nelle sue ali per renderle pronte per il volo, una volta uscita dal bozzolo.

A volte le lotte sono esattamente quello che ci serve nella nostra vita. Se Dio ci permettesse di passare attraverso la nostra vita senza alcun ostacolo, ci renderebbe storpi. Non saremmo così forti come avremmo potuto essere. Non potremmo mai volare.




*


Ho chiesto la forza, 
E Dio mi ha dato delle sfide per rendermi forte.

Ho chiesto la saggezza, 

E Dio mi ha dato problemi da risolvere.

Ho chiesto la prosperità, 

E Dio mi ha dato muscoli e cervello per lavorare.

Ho chiesto il coraggio, 

E Dio mi ha dato un pericolo da superare.

Ho chiesto l'amore, 

E Dio mi ha dato persone nei guai da aiutare.

Ho chiesto dei favori, 

E Dio mi ha dato delle opportunità.

Non ho ricevuto niente di quello che volevo, 

Ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno



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