Il vero Sé – Derek Lin https://www.meditare.net/wp/racconti/il-vero-se-derek-lin/
Stimoli per lo Sviluppo della Coscienza Umana. Cultura: Arte, Scienza, Religione. Corpo, Mente, Anima, Spirito. Inconscio, Supercosciente, Transpersonale. Psicosintesi, Psicoenergetica, PsicoQuantistica. Etica. Blog BioPsicoSpirituale di Salvatore Caruso Motta. .:. Agenzia WolFox .
sabato 14 aprile 2018
martedì 20 febbraio 2018
Il “discorso del fiore” – Thich Nhat Hanh
sabato 30 dicembre 2017
Il Sasso Miracoloso (G. I. Gurdjieff)
Il Sasso Miracoloso (G. I. Gurdjieff)
https://www.meditare.net/wp/racconti/il-sasso-miracoloso-gurdjieff/
mercoledì 16 agosto 2017
mercoledì 12 luglio 2017
domenica 2 aprile 2017
Il Bramito dei Cervi

mercoledì 7 settembre 2016
Prima che il sole tramonti… (Omraam Mikhaël Aïvanhov)
(Omraam Mikhaël Aïvanhov)
venerdì 15 luglio 2016
PUBBLICARE I SUTRA (Racconto Zen)
domenica 26 giugno 2016
Una Nonna Prende Carote, Uova e Caffè e Dà Un'Importante Lezione Di Vita Alla Nipote!

Quale sono io?
Sono la carota che sembra forte, ma con un po’ di dolore e difficoltà, divento debole, perdo le forze e mi affloscio?
Sono l’uovo che parte con un cuore morbido ma cambio con il calore? Avevo uno spirito morbido, ma dopo un lutto, una separazione, una difficoltà finanziaria o altre difficoltà, sono diventato rigido e irremovibile? Il mio guscio esteriore è lo stesso, però dentro sono amaro e indurito con un’anima rigida e un cuore di pietra?
Oppure sono un chicco di caffè? Il caffè in effetti cambia l’acqua calda, proprio la circostanza che provoca il dolore. Quando l’acqua si riscalda, rilascia la fragranza e il sapore. Se sei come il caffè, quando le cose volgono al peggio, tu migliori e cambi le situazioni attorno a te.
Quando ti trovi nell’ora più buia e le prove sono al massimo, tu ti alzi fino a un altro livello.
venerdì 29 aprile 2016
Il rifugio delle pecore (racconto)
Il rifugio delle pecore (racconto)
Un giorno un monaco si recò in visita a un maestro di meditazione illuminato e gli chiese: “Maestro, aiutami, perché mi trovo a un punto morto”.
Il maestro gli chiese: “Da quanto tempo sei monaco?”.
“Ormai da venticinque anni, signore”.
…Leggi altro ›
http://www.meditare.net/wp/racconti/il-rifugio-delle-pecore/
-- gReader
lunedì 28 dicembre 2015
Lago Trasimeno. Natale 2015. Una Storia da Raccontare...
venerdì 18 dicembre 2015
Un bicchiere di latte... un racconto per l'anima

Invece di un pasto, gli riuscì solo di chiedere un bicchier d’acqua. Lei però lo vide così affamato che pensò di portargli un bicchierone di latte. Lo bevve lentamente e poi chiese:“Quanto le devo?”
“Non mi deve niente – rispose lei – Mamma ci ha insegnato a non accettare mai compensi per una gentilezza“.
Lui disse: “Allora la ringrazio di cuore“.
Quando Howard Kelly lasciò quella casa, non si sentiva più forte solo fisicamente, ma anche la sua fede in Dio e nell’uomo si erano rafforzate. Poco prima era stato quasi sul punto di lasciarsi andare…
“Pagato interamente con un bicchiere di latte“. Dott. Howard Kelly
giovedì 10 dicembre 2015
Il Vero Cambiamento - racconto Zen | Meditare.net

– 101 Storie Zen – Nyogen Senzaki A cura di Nyogen Senzaki, Paul Reps
– 101 storie zen – Amazon
– Fonte
- Immagine: http://www.meditare.net/wp/?attachment_id=21563
sabato 6 giugno 2015
Una contesa di dharma: "Cos'è questo?"
Una contesa di dharma – Mark Epstein
Alcuni amici avevano organizzato l’incontro di due eminenti maestri buddhisti a casa di un professore di psicologia della Harvard University. Essi rappresentavano due diverse tradizioni buddiste, e non si conoscevano: di fatto, le loro scuole avevano avuto ben pochi contatti negli ultimi duemila anni. Prima che il Buddismo e la psicologia occidentale potessero incontrarsi avrebbero dovuto farlo le diverse correnti del Buddismo. E noi saremmo stati testimoni di questo primo dialogo.
I maestri, il settantenne tibetano Kalu Rinpoche che aveva passato anni in ritiro solitario, e Seung Sahn, primo insegnante di Zen coreano negli Stati Uniti, dovevano cimentarsi nella reciproca comprensione degli insegnamenti del Buddha, a beneficio degli studiosi occidentali presenti. Avrebbe dovuto essere una forma elevata della cosiddetta ‘contesa di dharma’ (lo scontro di grandi menti rese ancor più penetranti da anni di studio e meditazione), e noi eravamo lì, con tutta l’aspettativa che meritano eventi storici di questa portata.
I due monaci entrarono con i loro abiti svolazzanti, marrone e giallo il tibetano, di un austero grigio e nero il coreano, seguiti da uno stuolo di giovani monaci e traduttori con il capo rasato. Presero posto su alcuni cuscini nella consueta posizione a gambe incrociate, e l’ospite fece segno che, essendo il maestro zen più giovane, stava a lui incominciare. Il lama tibetano sedeva immobile facendo scorrere fra le dita un rosario di legno (mala), e ripetendo fra sé e sé un mantra: “Om mani padme hum”.
Il maestro zen, che già si era fatto una fama per il suo metodo di subissare di domande i suoi studenti finché questi erano costretti a confessare la propria ignoranza, e di gridargli poi: “Conservate questa mente-che-non-sa!”, si frugò dentro l’abito e ne estrasse un’arancia.
“Cos’è questo?”, chiese al lama.
“Cos’è questo?” era una tipica domanda per avviare il discorso, e noi lo sentivamo pronto ad avventarsi su qualsiasi risposta avesse ricevuto.
Il tibetano sedeva in silenzio snocciolando il suo rosario fra le dita senza dar segno di voler rispondere.
“Cos’è questo?”, insisté il maestro zen mettendo l’arancia sotto il naso del tibetano.
Kalu Rinpoche si chinò lentamente verso il monaco tibetano che gli sedeva accanto e gli faceva da interprete, e insieme parlarono per alcuni minuti.
Alla fine il traduttore si rivolse all’uditorio e disse :
”Rinpoche dice: ‘Ma cosa gli prende? Non hanno arance nel loro paese?”.
Il dialogo si interruppe qui.
Mark Epstein
FONTE: http://www.meditare.net/wp/buddhismo/una-contesa-di-dharma-mark-epstein/
venerdì 6 febbraio 2015
Il perdono divino
FONTE: http://lacompagniadeglierranti.blogspot.it/2015/02/il-perdono-divino.html
venerdì 8 novembre 2013
La strada di ciascuno – La storia del pappagallo
Qualche settimana fa è morta una persona che mi era molto cara. Anziano, ormai in coma da mesi, si è spento ella pace, come aveva vissuto. Una volta, alla fine degli anni novanta mi trovai a chiedergli consiglio su una situazione complessa che stavo vivendo. Mi ascoltò a lungo e mi raccontò una sua esperienza molto simile. Mi aspettavo che mi dicesse: “Fai come ho fatto io”. Invece, con mia grande sorpresa concluse: “Questo è quello che Dio ha fatto capire a me. Ora tu devi scoprire la tua strada, che non è la mia”. Solo con il passare degli anni ho capito la grandezza di quell’uomo. Ieri sera mi è capitata fra le mani una storia del grande sufi, Jalal Ad-Din Rumî, e mi sono ricordato di lui e di quel consiglio così sapiente, davvero grande che ha rispettato la mia persona e l’amore personale di Dio per me.
“C’era un mercante che aveva un pappagallo; un bel pappagallo imprigionato in una gabbia. Il mercante si preparò per un viaggio: decise di andare in India. Generosamente disse ad ogni schiavo maschio e ad ogni serva: ‘Che cosa vuoi che ti porti? Orsù, dimmelo’. Ognuno gli chiese ciò che più desiderava: il brav’uomo si impegnò con tutti. Poi disse al pappagallo: ‘Che regalo ti piacerebbe che ti portassi dal paese dell’India?’. Il pappagallo rispose: ‘Quando laggiù vedrai i pappagalli, spiega loro la mia sventura e dì loro: ‘Il tal pappagallo, che ha nostalgia di voi, per desiderio del Cielo è nella mia prigione. Vi saluta, chiede giustizia, e desidera conoscere da voi un rimedio e un modo per essere ben guidato. E dice ancora: ‘È bene che, avendo nostalgia di voi, io renda lo spirito e muoia nella separazione? È giusto che mi trovi in una crudele prigionia, mentre voi siete sui teneri arbusti o sugli alberi? È questa la fedeltà degli amici? Io in questa prigione e voi nel roseto? […] Il mercante accettò quel messaggio e promise di portare il saluto del pappagallo ai suoi simili.
Giunto ai limiti più estremi dell’India, scorse nella pianura un gruppo di pappagalli. Fermò il suo cammello, poi trasmise il saluto, adempiendo così al suo incarico. Ed ecco che uno dei pappagalli si mise a tremare violentemente, il suo respiro si fermò e cadde morto. Il mercante si rammaricò di aver dato quelle notizie, e disse: ‘Sono venuto a distruggere questa creatura. Certamente era un parente del mio pappagallino: erano stati probabilmente due corpi in un solo spirito. Perché ho fatto questo? Perché ho portato quel messaggio? Con una parola stupida ho distrutto questa povera creatura’ […] Il mercante concluse le sue faccende e tornò a casa col cuore lieto. Portò un dono ad ogni schiavo, fece un regalo ad ogni schiava.
"Dov’è il mio regalo? – chiese il pappagallo. – Raccontami ciò che hai detto e che cosa hai visto".
"No – egli rispose – veramente mi pento, torcendomi le mani e mordendomi le dita. Perché mai, per ignoranza e follia, ho portato un messaggio tanto stupido?’.
"Padrone – disse il pappagallo – di che cosa ti penti? Che cosa mai ti provoca collera o dolore?"
"Ho riferito i tuoi lamenti – rispose – ad un gruppo di pappagalli simili a te. Uno dei pappagalli capì il tuo dolore; gli spezzò il cuore, tremò e morì. Mi sono addolorato. Pensavo: ‘Perché ho detto ciò?’ Ma a che serve pentirsi dopo aver parlato?’ […]
Quando l’uccello udì ciò che quel pappagallo aveva fatto, tremò violentemente, cadde e rimase stecchito. Il mercante, vedendolo cadere così, diede un balzo e gettò in terra il suo berretto; si buttò per terra e si lacerò il vestito vedendolo in quello stato, in quella situazione. Gridava: ‘Oh bel pappagallo dalla voce soave! Che cosa ti è successo? Perché sei diventato così? Oh! Ahimè per il mio uccello dalla dolce voce! Oh! Ahimè per il mio amico intimo e mio confidente! Oh! Ahimè per il mio uccello melodioso, vino del mio spirito, mio giardino e mio dolce basilico! […]
Il mercante, logorato dal dolore, dall’angoscia e dalla nostalgia, pronunciava centinaia di frasi, a volte in polemica con se stesso, a volte giustificandosi, a volte supplicando, a volte appassionato di verità, a volte di irrealtà […] Dopo di ciò, lo buttò fuori dalla gabbia. Il pappagallino volò via fin su un alto ramo. Quel pappagallo morto prese il volo come quando il Sole balza in avanti da Oriente. Il mercante rimase stupefatto per ciò che l’uccello aveva fatto; senza capire, improvvisamente intuì i segreti dell’uccello. Alzò il volto e disse: ‘Oh, fammi la grazia di spiegare questo fatto. Che cosa ha fatto quel pappagallino, laggiù perché tu imparassi il modo di preparare questo cocente stratagemma per me?’
Il pappagallo disse: ‘Con la sua azione, mi ha consigliato: Rinuncia al fascino della tua voce e al tuo affetto, poiché è stata la tua voce che ti ha condotto alla schiavitù. Essa ha fatto finta di essere morta per darmi questo consiglio intendendo: ‘Tu che sei divenuto un cantore per il fior fiore della società e per la gente comune, per ottenere la libertà, muori come faccio io’. Così il pappagallo gli diede uno o due consigli pieni di saggezza, poi gli rivolse il saluto della separazione. Il mercante gli disse: ‘Va’, che Dio ti protegga! Adesso mi hai mostrato una nuova Via’, e disse a se stesso: ‘Questo consiglio è per me; seguirò la sua Via, poiché quella via è radiosa. La mia anima sarebbe forse inferiore a quella del pappagallo? Ogni anima deve seguire una Via così buona”.
Jalal Ad-Din Rumî, (1207-1293) Mathnawi. Il poema del misticismo universale, Bompiani, Milano 2006, vol. 1, pp. 187-210
Postato da Roberto Catalano
Fonte: http://whydontwedialogue.blogspot.it/2013/11/la-strada-di-ciascuno-la-storia-del.html
mercoledì 1 maggio 2013
La figlia del tessitore (Una ragazza sveglia e il Buddha)
così la vecchiaia e la morte sospingono le vite degli esseri
(Dhammapada, 135).
Il maestro le chiese: «Da dove vieni?».
«Non lo so» rispose.
«E dove vai?» chiese ancora il Maestro.
«Non lo so», rispose ancora.
«Non lo sai?» chiese ancora lui.
E lei: «Sì, lo so».
«Lo sai?» incalzò il Buddha.
E lei: «No, non lo so».
Mentre avveniva questo singolare colloquio, la gente attorno cominciò a mormorare:
«Che stupida ragazza, non sa che dire e così s’impappina. Direbbe qualunque cosa pur di compiacere il Buddha».
Il Buddha udì il mormorio della gente e alzò una mano per far cessare il brusio.
Poi, rivolto all’uditorio disse: «Non avete capito nulla. E ora ve lo dimostro».
«Signore, tu m’hai visto arrivare col canestro vuoto, perciò sapevi che venivo dalla bottega di mio padre; così ho pensato che mi chiedessi da dove sono venuta in questo mondo. E questo, signore, io non lo so».
Il Buddha sorrise e le chiese ancora: «E come mai hai risposto “non lo so” quando ti ho chiesto “dove vai?”».
«Perché, signore, era evidente che col canestro stavo andando a prendere la lana per il telaio, perciò ho pensato che mi chiedessi dove andrò una volta finita la mia vita in questo mondo, e questo, signore, io non lo so».
Il Buddha sorrise ancora. «E quando ti ho chiesto “lo sai?”, perché mi hai risposto “lo so”?».
«Una cosa sola so: che devo morire, per questo ho risposto che lo so».
Il Buddha sorrise per la terza volta: «E quando ti ho chiesto ancora “lo sai?”, perché mi hai risposto “non lo so”?».
«Perché, Signore, io so solo che dovrò morire, ma dove, come, quando e perché questo avverrà io non lo so».
A questo punto il Buddha, dopo averla lodata per la sua saggezza, la benedisse e la lasciò andare, non senza aver prima svelato ai presenti che la giovinetta aveva conseguito da tempo il primo grado di risveglio.
venerdì 4 maggio 2012
Il guru, il discepolo ed il pappagallo.
Un giorno, durante il loro girovagare, giunsero nei pressi di una piccola città e mentre il Guru faceva il bagno nel fiume mandò il discepolo a chiedere l’elemosina per il pranzo.
Giunto vicino ad una grande casa, fu chiamato da un pappagallo che si trovava in una gabbia davanti alla porta: «venite Maharaja, venite!».
Egli quindi si avvicinò e dalla porta ne uscì la padrona di casa che lo invitò a mangiare.
Mentre la signora preparava un pacchetto col cibo da portare al Guru, il discepolo si sedette e mangiò la sua parte, seppur, secondo la tradizione, un devoto discepolo dovrebbe sempre mangiare dopo il proprio maestro.
Finito il pranzo uscì di casa e il pappagallo gli chiese: «Così allora tu sei un asceta?».
«Sì! – rispose con orgoglio il giovane discepolo – Io e il mio Guru Ji siamo da poco arrivati in questa città e gli sto portando da mangiare».
Il pappagallo quindi gli disse: «Allora ti prego, fai questa domanda al tuo Guru: quando potrò finalmente uscire da questa gabbia?».
Il discepolo gli rispose: «va bene, visto che è grazie a te che mi sono avvicinato a questa casa, lo farò senz’altro».
Una volta tornato presso il suo maestro, gli servì il cibo e il Guru rimase piuttosto deluso quando scoprì che il discepolo aveva già mangiato.
Quando infine gli raccontò della domanda del pappagallo improvvisamente il Guru si sentì male, gli si girarono gli occhi e crollò a terra esanime.
Il discepolo si spaventò tantissimo, soprattutto per il suo futuro nel caso Guru Ji fosse morto, e iniziò a versargli un po’ d’acqua e a massaggiarlo, fin quando il maestro, piano piano, riprese conoscenza.
Il giorno dopo il discepolo si recò in città per elemosinare il pranzo e fu di nuovo invitato dal pappagallo ad avvicinarsi e dalla gentile signora a mangiare.
Uscendo dalla casa col cibo per il Guru, il pappagallo lo fermò e gli chiese: «allora Maharaja, cos’ha detto il tuo maestro? Quando sarò libero da questa gabbia?».
«Brutto stupido pappagallo! – rispose arrabbiato il discepolo – Quando gli ho posto la tua domanda il mio Guru Ji si è sentito male e non sai quanta fatica ho fatto per farlo tornare in sé».
Udite queste parole il pappagallo lanciò un forte urlo, iniziò a respirare affannosamente e cadde nel fondo della gabbia.
La padrona di casa, sentendo l’urlo, uscì e aprì la gabbia per vedere cosa era successo, ma proprio in quel momento l’astuto uccello si riprese e volò veloce verso un albero lì vicino.
Quindi guardò il discepolo e gli disse: «asino che non sei altro! Sei stato dodici anni insieme al tuo Guru e non hai imparato niente, a me invece è bastata una sola lezione!».
Fonte:http://viverealtrimenti.blogspot.com/2012/05/il-guru-il-discepolo-ed-il-pappagallo.html
mercoledì 11 aprile 2012
Per renderci forti
Ho chiesto la forza,
E Dio mi ha dato delle sfide per rendermi forte.
Ho chiesto la saggezza,
E Dio mi ha dato problemi da risolvere.
Ho chiesto la prosperità,
E Dio mi ha dato muscoli e cervello per lavorare.
Ho chiesto il coraggio,
E Dio mi ha dato un pericolo da superare.
Ho chiesto l'amore,
E Dio mi ha dato persone nei guai da aiutare.
Ho chiesto dei favori,
E Dio mi ha dato delle opportunità.
Non ho ricevuto niente di quello che volevo,
Ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno
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