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lunedì 23 aprile 2012

Sincronicità .:.



La sincronicità è un termine introdotto da Carl Jung nel 1950 per descrivere una connessione fra eventi, psichici o oggettivi, che avvengono in modo sincrono, cioè nello stesso tempo, e tra i quali non vi è una relazione di causa-effetto ma una evidente comunanza di significato. La sincronicità è relativa quindi alle "coincidenze significative".*1
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Spazio, tempo e causalità
(questa triade della classica immagine fisica del mondo)
si completerebbero grazie al fattore di sincronicità
in una tetrade

spazio

   causalità                     sincronicità

tempo

La sincronicità consiste essenzialmente in “omogeneità casuali”.
C. G. Jung


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Capita, a volte, di avere l’impressione di avere gli stessi pensieri, di telefonarsi quasi contemporaneamente, di sognarsi, di pensare ad una persona e questa ci viene a trovare e tante altre cose simili.
Io cerco di osservare questi fenomeni, di studiarli, di sperimentarli, di approfondirli.
Ciò che capita più spesso è il percepire un collegamento, ma quasi mai percepiamo anche il contenuto. E’ come se sentissimo uno squillo, alziamo il ricevitore, ma sentiamo solo un lieve brusio senza decifrare alcun messaggio. Solo qualche volta riusciamo a percepire anche il contenuto del messaggio.
Ovviamente per fare questo bisogna avere la consapevolezza dei propri pensieri e un certo grado di controllo.

Questo genere di fenomeni vengono quasi sempre negati o addirittura derisi dalla gente comune e dagli scienziati (che io definisco presuntuosi). E’ vero che esistono casi di millanteria, di fanatismo, di truffa o falso. Ma i vissuti di ognuno di noi osservati con un certo distacco e imparzialità sono, secondo me, almeno degni di essere studiati obiettivamente.

Quindi vi chiedo di annotare i vostri casi di sincronicità (eventi che vediamo uniti da rapporto di senso, di significato), di preveggenza, di telepatia o simili o poi magari ne parliamo.

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Jung scoprì che gli eventi sincronistici si verificano prevalentemente
quando sono impegnati i livelli istintuali
(emozionali, archetipici, simbolici) della psiche.
James Hillman
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La sincronicità è la possibilità di interagire con gli avvenimenti, al di là della legge di causa-effetto.
La Legge della Sincronicità dà la possibilità di andare oltre le probabilità legate al tempo, in modo da poter “raccogliere” eventi diversi nel mare delle probabilità e addensarli nel presente, cioè farli accadere.
(Damanhur)

 
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Per approfondire:
- Jung, C. G., La sincronicità, Boringhieri, Milano 1980
- Monia Zanon, Sincronicità, Anima edizioni
- Robert Hopke, Nulla Succede per Caso, Mondadori
- Eaco Cogliani, Sincronicità e Coincidenze Significative, Alba Magica Edizioni
- David Richo, Quando le cose non accadono per caso, Armenia Edizioni
- Deepak Chopra, Le Coincidenze, Sperling & Kupfer
 
Fonti:

 

* Immagine di .:Alma:.

sabato 27 novembre 2010

Il senso e il non-senso della vita

Qual è per lei il senso della vita?
Non c’è significato nella vita tranne quello che le diamo noi. Costruiamo la vita con ogni atteggiamento e azione. Gran parte della gente lo fa inconsciamente, ma potremmo goderci meglio la vita se queste decisioni fossero fatte con maggior consapevolezza. Quando faccio un errore, il che avviene spesso, realizzo che non ero consapevole dei miei atti né vi avevo riflettuto. Vi è un costante gioco tra il vivere pienamente il momento presente e l’essere attenti a quello che facciamo; la maggior sfida della vita è di mantenere questi due processi, danzando dall’uno all’altro e senza tralasciarne nessuno.
Fonte: Riflessioni: Il senso della vita. Intervista a Stanley Krippner

Il non-senso della vita
Guardandosi attorno, ci si accorge che la grandiosità delle domande che la gente si pone è inversamente proporzionale alla loro capacità di capire le eventuali risposte. Le cosiddette “domande di senso” costituiscono l’esempio tipico: invece di domandarsi come funziona un telefonino, ci si chiede qual è il senso della vita. E non ci si accontenta della risposta che non solo il senso non c’è, ma che non ha neppure senso chiedersi se ci sia.
A voler essere sensati, bisognerebbe precisare che il senso è una proprietà delle frasi del linguaggio, e non delle cose del mondo.
Fonte: Blog di Piergiorgio Odifreddi

Il senso della vita
Ma la Verità è che il senso della vita esiste. Esso è lo sviluppo della coscienza qualitativo e quantitativo. Lo sviluppo qualitativo comprende il perfezionamento intellettuale ed etico, nonché l’affinarsi della consapevolezza. Quello quantitativo è l’accrescimento diretto della quantità dell’energia della consapevolezza fine.
Fonte: http://ecopsicologia.swami-center.org/senso-della-vita-dell-uomo

Qual è il senso della domanda: “Qual è il senso della vita?”
Questa benedetta domanda si può tradurre così:
“Qual è lo scopo dato a me dalla vita?”
“Quali sono i significati che gli esseri umani danno alla vita?”
“Quale senso trovo nella vita?”
Ma orpo, queste domande non sono mica intercambiabili! Solo io vedo le differenze? Prova a scoprirle anche tu, come nelle due vignette quasi identiche della Settimana Enigmistica...
Fonte: http://www.sensodellavita.it 

Ha scoperto anche il senso della sua vita?
Sì: aiutare le persone a trovare il proprio scopo. Che non sono di solito gli obiettivi che pensano.
Fonte: http://www.metronews.it/news-italia/mel-gill-nell-al-di-l-ho-trovato-il-senso-della-vita

Ogni uomo dovrebbe guardare dentro di sé per imparare il significato della vita.
Non è qualcosa che si scopre: è qualcosa che si deve modellare.
Antoine de Saint Exupéry

Inno alla vita
di Madre Teresa di Calcutta

La vita è un’opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è ricchezza, valorizzala.
La vita è amore, vivilo.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantala.
La vita è una lotta, accettala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è la vita, difendila.

Ama la vita
...
Amala quando ha senso
o quando sembra non averne nemmeno un po'

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Sfera del dovere. Il suo richiamo giunge da una sfera di coscienza nettamente umana, non più prevalentemente animale come quella istintiva. Si estende a tutte le categorie di esseri umani cui impone, vita dopo vita, l’adempimento rigoroso del dovere. “Fare il proprio dovere”, cosa che non suscita né molte lodi né grande stima, è il primo passo nello sviluppo di quel principio divino che chiamiamo senso di responsabilità, indizio del crescente dominio dell’anima. L'adempimento del dovere, il senso di responsabilità, il desiderio di servire, sono tre aspetti di una stessa cosa: il discepolato allo stadio embrionale. Possono essere parole dure per chi è immerso nel travaglio, apparentemente senza speranza, dell’adempimento del proprio dovere; è arduo rendersi conto che questo dovere, che pare incatenare alla monotonia apparentemente ingrata e senza senso della vita quotidiana, è invece un processo scientifico che conduce a fasi d'esperienza superiori, e infine all’Ashram del Maestro.
Fonte: A.A. Bailey, Trattato dei Sette Raggi, vol. V, Guarigione esoterica, Nuova Era Editrice, Roma 1974,  pag. 316-317

Forse la sovrapproduzione, la competizione, la deformazione del senso della vita finiranno per portare l’umanità in un vicolo cieco, dove sarà costretta a fermarsi a riflettere.
Fonte: Mondo del Fuoco vol. 2, Editrice Nuova Era, Roma 1986,  § 141

Lo spirito maturo, che sceglie consapevolmente la via del Servizio, conosce la gioia della coscienza che si espande e l’ardente lotta per conquistare la Coscienza Superiore. Conosce la gioia di compiere la Volontà superiore. Conosce la gioia della scoperta e il senso della vita, e nel tempo stabilito, conoscerà l’eccelsa bellezza del sacramento finale.
Fonte: Lettere di Helena Roerich 1929–1935, vol. I, Istituto Cintamani, Roma 2007, pag. 34

In antico il senso della vita era inteso in modo più profondo. Tutte le pur notevoli scoperte contemporanee non solo non hanno diretto l'attenzione ai fondamenti della vita, ma per lo più hanno indirizzato il pensiero al campo della meccanica. Bisogna sforzarsi invece di rivolgerlo alle basi essenziali dell'esistenza. Il livello mentale degli antichi filosofi sarebbe da raffrontare con le tendenze razionali degli scienziati odierni. A prescindere dalla conoscenza di molte questioni scientifiche, quelli sapevano esporre formule vitali di profondo significato. E' essenziale che l'arte di pensare risalga oltre le condizioni esteriori, che sono fattori secondari nella vita.
Fonte: Fratellanza, Casa Editrice Nuova Era, Roma,  § 510

mercoledì 24 novembre 2010

Amore e Psiche [5] Il Significato del Mito (4) Interpretazioni varie



Antonio Canova, Amore e psiche giacenti (1787-93), Parigi Louvre


INTERPRETAZIONI
Le fiabe, I simboli possono avere molte interpretazioni. Ne abbiamo raccolte alcune per dare al lettore la possibilità di vedere quanto diverse possano essere. Pensiamo che non si tratta di trovare quella più giusta, ma, forse, quella migliore, quella, o quelle che possono essere  più utili per una maggiore comprensione di questa straordinaria storia.
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Interpretazione  Tratta da: http://enricia.altervista.org/amore_e_psiche_commento.htm

Che il senso della novella vada oltre il semplice piacere del racconto fantastico, ma rimandi ad un significato allegorico, appare evidente sin dalle prime battute e dal nome stesso dei protagonisti: Amore e Psiche. La novella adombra quindi una qualche conquista simbolica attraverso una complessa serie di esperienze difficili e dolorose, ma il senso esatto di questa esperienza sfugge. Le interpretazioni che ne sono state date sono molteplici, alcune anche banalizzanti, nella loro velleitaria pseudo-scientificità che pretende di ricondurre, quello che è certamente un complesso simbolismo esoterico "per iniziati", ad un substrato di cultura semi-tribale che attribuire ad un personaggio profondamente colto come Apuleio, fa davvero sorridere. Insufficienti risultano quindi, a nostro parere, le chiavi di lettura proposte dall’antropologia culturale, che vede in questa novella la descrizione simbolica del rito di iniziazione che in tutte le società primitive segna il passaggio dei ragazzi alla società adulta.
Qui di seguito, perciò, tenteremo di fornire una nostra chiave di lettura, alla luce della filosofia platonica della quale Apuleio era seguace ed autorevole esponente.

L’allegoria della caduta dell’anima nelle “Metamorfosi”Tutto il romanzo di Apuleio costituisce una singolare allegoria imperniata sulla vicenda dell’anima, che, caduta per un fatale errore, attraverso una serie di durissime prove, riconquista alla fine, per l’intervento della Grazia divina, la piena felicità, e con essa l’immortalità. Sebbene l’esatto significato di questa esperienza filosofico-religiosa sia tuttora oggetto di discussione, ci pare corretto partire da un presupposto innegabile: Apuleio è, e rimane, un filosofo platonico e non rinnega mai questa sua appartenenza culturale, per quanto sincretisticamente fusa con esperienze di segno diverso (in un primo momento l'ermetismo e la magia - o l'alchimia -, quasi certamente praticata dal “bel filosofo” africano, che nell’Apologia sive de magia lo nega, ma in modo sempre ambiguo e mai davvero convincente; successivamente la conversione al culto misterico di Iside). 
L’allegoria assume connotati esplicitamente platonici proprio nella favola di Amore e Psiche, dove i nomi stessi dei protagonisti non possono non evocare alla mente la teoria dell’eros platonico, così come la troviamo espressa nella triade Fedone - Simposio - Fedro. D'altra parte la vicenda di Psiche rispecchia molto da vicino quella di Lucio, per cui si direbbe che la funzione della novella di Amore e Psiche - non a caso situata in posizione centrale nel romanzo - sia appunto quella di esplicitare in modo quasi didascalico, nella microstruttura della favola, il senso della macrostruttura che la include.
Ciò su cui ci pare indispensabile riflettere è il tipo di errore per cui cade l’anima.
Si tratta, come è noto, di un peccato di curiositas. Ma che cosa sia e che cosa rappresenti esattamente la curiositas nell'universo filosofico di Apuleio non è chiaro. Alcuni critici ritengono che essa venga valutata in modo positivo da Apuleio, quasi fosse per lui il tratto distintivo dell’intelligenza (salvo poi, dopo avergli attribuito questa opinione, tacciarlo di superficialità e frivolezza). A noi sembra, alla luce dell'esito di entrambe le vicende (la trasformazione magica per Lucio, le vista delle sembianze dello sposo divino per Psiche), che la valutazione non possa che essere negativa. In ogni caso, il significato dell’esperienza adombrata nelle Metamorfosi debba essere valutato con maggiore attenzione. Avanziamo a questo punto qualche ipotesi.
Apuleio, come già Euripide in un'opera altrettanto discussa ed enigmatica, le Baccanti, sembrerebbe contrapporre, nel suo romanzo, due modalità opposte del conoscere:
1) la Curiositas
(che in Euripide è designata con il termine sophòn), che si illude di poter arrivare alla decifrazione razionale dell’Essere attraverso l’osservazione delle forme dell’Apparenza (l’“abbandono al mondo”), dei fenomeni (etimologicamente “ciò che appare”) o dei segni in essa impressi.
Si pensi alla definizione che il filosofo Heidegger dà della curiosità: “ciò che preme a questo tipo di visione non è la comprensione o il rapporto genuino con la verità, ma unicamente le possibilità derivanti dall’abbandono al mondo. [...] La curiosità non ha nulla a che fare con la considerazione dell’ente pieno di meraviglia, con il qaumazein; non la interessa lo stupore davanti a ciò che non si comprende, perché essa cerca, sì, di sapere, ma unicamente per poter aver saputo” (Sein und Zeit, Halle 1927).
La curiosità, l'attitudine intellettuale di chi vuole sapere per il gusto di sapere, è quindi, sì, indizio di intelligenza, ma di un'intelligenza superficiale, presuntuosa e per molti versi infantile. E' questa l’illusione della scienza, ma anche quella dell'alchimia e della magia, la stessa di Apuleio prima della conversione; essa si rivela, a giudicare dalle vicende di Lucio e di Psiche, suprema stoltezza: la multiforme varietà delle cose né può essere realmente conosciuta nella sua essenza, né può condurre alla conoscenza di ciò che veramente è al di là delle apparenze e conferisce loro significato. La curiosità, si direbbe, è una modalità del conoscere che si addice ad un bambino, ma che in un adulto può essere rivelatrice di un'immaturità di fondo. L'adulto curioso è spesso un bambino intelligente che si rifiuta di crescere. Sennonché l'anima, in prospettiva platonica, ha un percorso di maturazione da compiere, deve crescere; e la presenza della curiositas, che continuamente distrae l'uomo dalla ricerca interiore spostando la sua attenzione su oggetti esterni, diventa ad un certo punto un ostacolo insormontabile. Accade allora un evento traumatico che costringe l'uomo a rendersi conto dell'inefficacia di questa modalità conoscitiva e a cercare altri mezzi di salvezza.
2) la Rivelazione (che in Euripide è designata con il termine sophìa): l’uomo, una volta caduto, deve passare attraverso l’inferno dell’abiezione morale e della disperazione, per arrivare a conoscere fino in fondo la nullità delle risorse intellettuali umane: solo a questo punto potrà intervenire la Grazia divina (Amore nella favola, Iside nella storia principale) a portare la salvezza attraverso la conversione. Si tratta di un percorso adombrato in numerose altre opere della letteratura mondiale: basti pensare alla Divina Commedia ed alle Confessioni di Sant'Agostino (non a caso grande estimatore del romanzo apuleiano).
A proposito delle Baccanti di Euripide ci si è spesso domandati se la contrapposizione tra le due modalità del conoscere adombri una "conversione" dell'autore dal razionalismo alla fede; a noi questo non solo non sembra verosimile, ma ci pare antitetico rispetto alle reali intenzioni dell'autore: egli infatti, a nostro parere, resta fino alla fine un appassionato difensore della fragile arma della razionalità (il Lògos) contro il disordine distruttivo dell'irrazionale - di cui è aspetto il fanatismo religioso -, pur nella dolorosa consapevolezza dell'inevitabile prevalere di quest'ultimo. Nel caso di Apuleio il senso della contrapposizione appare diverso, anche se, data la natura composita dell'esperienza filosofico-religiosa dell'autore, occorre cautela nel formulare giudizi. Quale che sia il senso esatto dell'esperienza, è da notare un particolare: nella novella di Amore e Psiche, l'Anima è già amata dal Dio fin dall’inizio (cioè è già salva), ma non lo sa: dubita, diffida, tradisce.
Questo elemento è squisitamente platonico e riconduce alla teoria della reminiscenza (si veda soprattutto il Menone): secondo Platone l'anima è già immortale, ma l'estrema ignoranza e confusione in cui è precipitata piombando nella materia l'ha immersa nell'oblio; non ricordando più chi è, vuole sapere ciò che in realtà non conta nulla, vuole vedere,sperimentare, indagare tà physikà, immergendosi nelle illusioni della materia ed allontanandosi così sempre più dalla sua originaria condizione immortale.  Per poter essere di nuovo salva, dovrà arrivare alla conoscenza per una via completamente diversa: un percorso di sofferenza e di progressivo smantellamento delle illusioni, il cui esito finale è il buio della disperazione (la stessa cui conduce la "vita estetica" di Kierkegaard); solo a questo punto può finalmente verificarsi l'evento rivelatore: solo nel buio può rendersi visibile la tenue fiammella della reminiscenza - la sola conoscenza veramente possibile -, che accende nell'anima il ricordo di ciò che era in origine, e con esso il desiderio dell'immortalità.
Tuttavia, sebbene l'intervento della Grazia divina appaia fondamentale, non di fede - nel senso cristiano del termine - si tratta, ma di qualcosa di diverso. Non si tratta di credere: si tratta di capire. Apuleio, a nostro giudizio, non intende affatto la conversione come adesione acritica ad un dogma religioso, ma semmai come conquista della salvezza attraverso un percorso conoscitivo individuale profondo: una vera e propria gnòsi.
Troveremo più tardi in atto questa contrapposizione nella secolare e sanguinosa lotta della Chiesa cattolica contro le multiformi eresie di derivazione gnostica, che rifiutano ogni dogma, non attribuiscono alcun valore alla fede ed alla mediazione delle istituzioni ecclesiastiche e ritengono che la salvezza sia una conquista strettamente individuale, che si attua attraverso la conoscenza (in greco gnòsis, appunto).
 Immagine
François Gerard, 1798
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LINK ALTRE INTERPRETAZIONI:
- Filosofiche: http://kidslink.bo.cnr.it/irrsaeer/amorepsiche/interpretazioni/filosofica.html
- Folkloriche: http://kidslink.bo.cnr.it/irrsaeer/amorepsiche/folkloric/funznarr.html
- Junghiane: http://kidslink.bo.cnr.it/irrsaeer/amorepsiche/psicanalisi/interprpsican.html
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Riepilogo:

1 - Amore e Psiche [1] La Fiaba
2 - Amore e Psiche [2] Il Significato del Mito (1) Eros, le Fasi, le Prove
3 - Amore e Psiche [3] Il Significato del Mito (2) I Misteri di Iside
4 - Amore e Psiche [4] Il Significato del Mito (3) La Psicologia
5 - Amore e Psiche [5] Il Significato del Mito (4) Interpretazioni varie 

giovedì 23 settembre 2010

Amore e Psiche [2] Il Significato del Mito (1) Eros, le Fasi, le Prove


a cura di Salvatore Caruso Motta e Rosetta Sorbello IL MITO E I SIMBOLI DELLA RICERCA DELL'ANIMA 

psiche_nozze 

Puntate precedenti
1 - Amore e Psiche [1] La Fiaba 
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Il Significato del Mito
Diverse sono le interpretazioni di questo mito.
Lucio Apuleio (II sec. d. C.) incarna il bisogno di una nuova spiritualità, il desiderio di conoscenza,  consapevole del fatto che questo sentiero può portare al difficile passaggio dell'espiazione-ri­scatto. Apuleio vede l'Amore come un principio cosmico, divino e sembra conoscere i culti misterici neoplatonici. Secondo Apuleio la salvezza non è automatica per tutti ma si ottiene attraverso il sapere e la rivelazione divina. Oggi potremmo dire attraverso l'autoconsapevolezza e l'illuminazione, percorrendo il sentiero che porta dalla curiosità alla conoscenza e da questa alla saggezza, tra­mite l'esperienza, la purificazione, l'elevazione e la comprensione.



Secondo 
James Hillman, classicamente, Eros è stato differenziato in tre componenti o persone: 
1.  himeros, desiderio fisico per l’immediatamente presente che va afferrato nell’eccitazione del momento; 
2. anteros, amore corrisposto; e 
3. photos, desiderio per l’irraggiungibile, l’inafferrabile, l’incomprensibile, quella idealizzazione che si accompagna a ogni amore, sempre al di là di ogni conquista.

 

Eros (la sessualità), nel suo aspetto perverso (il mostro), seduce Psiche (l'anima) e la rinchiude in un palazzo (la lussuria) e non la visita che di notte (inconscio) affinché ella non possa vedere il suo vero aspetto (regressione, proibizioni, tabù). Una notte (buio della ragione) Psiche infrange il divieto, contempla il suo amante alla luce della lampada (curiosità, risveglio della coscienza). Vedendosi scoperto, Eros fugge (senso di colpa) presso sua madre Afrodite (regressione). Folle di dolore, Psiche erra alla sua ricerca e si rivolge a Venere che le impone dei lavori estremamente duri (prove, iniziazione, purificazione) che riesce a superare grazie all'inaspettato aiuto  di esseri della natura (magia-mistero-energie cosmiche), sino a che Eros fugge dal palazzo materno e riappare nelle sue vere forme (visione autentica dell'amore, coscienza, sublimazione dell'istinto). Zeus (lo spirito) gli accorda l'autorizzazione a unirsi a Psiche, resa immortale (unione spirituale). 

 

La successione degli avvenimenti della novella riprende quella delle vicende del romanzo: prima un'avventura erotica, poi la curiositas punita con la perdita della condizione beata, quindi le peripezie e le sofferenze, che vengono alfine concluse dall'azione salvifica della divinità. La favola, insomma, rappresenterebbe il destino dell'anima, che, per aver commesso il peccato di hybris (tracotanza), tentando di penetrare un mistero con l'atteggiamento sbagliato, deve scontare la sua colpa con umiliazioni ed affanni di ogni genere, prima di rendersi degna di ricongiungersi al dio. L'allegoria filosofica è appena accennata (se non altro, nel nome della protagonista, Psiche, simbolo dell'anima umana), ma il significato religioso è evidente soprattutto nell'intervento finale del dio Amore, che, come Iside, prende l'iniziativa di salvare chi è caduto, e lo fa di sua spontanea volontà, non per i meriti della creatura umana. [1]

Nel racconto possiamo distinguere:
LE FASI
1) Lo sposo ignoto (l'inconscio)2) Lo sposo svelato (la curiosità) 3) Psiche errante (la ricerca) 4) Le prove pretese da Venere (l'elaborazione, la purificazione, l'espiazione, l'individuazione) 5) L'epilogo (lo sposalizio mistico, l'unione, la sintesi degli opposti)

LE PROVE
1) Dividere i semi:     Districare un groviglio di sentimenti conflittuali e di affetti contrastanti. 2) Prendere un fiocco di lana del Vello d'Oro:     Conquistare il potere e rimanere una persona tenera e comprensiva. 3) Riempire l'ampolla di cristallo:     Tenere una certa distanza emotiva (aquila) nei rapporti. 4) Discesa negli Inferi:     Imparare a dire di no (alla curiosità). Esercizio della scelta. Stabilire una meta e mantenerla
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Interpretazione 
secondo la psicologia junghiana delle PROVE
Tratta da:
Individuazione di Agnese Galotti

Il mito di Amore e Psiche fa riflettere sull’elemento di novità contenuto in essa rispetto al motivo dell’eroe in genere: a differenza di questo, infatti, qui l’inconscio assume più direttamente la valenza positiva di energia soccorritrice, fonte di trasformazione creativa che genera coscienza. 
Le quattro prove cui viene sottoposta Psiche rappresentano il percorso che essa, simbolicamente, deve attraversare prima di giungere alla consapevolezza.

1) La prima prova richiede a Psiche di mettere in atto un principio discriminativo capace di ordinare una quantità di "semi" differenti che si trovano mescolati insieme: "Questo mucchio - osserva Neumann - è in primo luogo simbolo di un’uroborica mescolanza dell’elemento maschile." Le forze inconsce soccorritrici sono, in questo caso, le formiche, "simbolo - secondo M.L.Von Franz - dell’ordine segreto dell’inconscio collettivo", una sorta di "ordine inconscio" che è il solo capace di far fronte al caos disordinato con cui si presenta l’inconscio stesso.L’atteggiamento di Psiche esprime quindi un affidamento alle forze inconsce e alla loro benefica azione.

2) Nella seconda prova Psiche è chiamata all’incontro con la forza distruttiva solare del maschile, rappresentata dal mitico "vello d’oro" dei montoni. Qui l’elemento inconscio che soccorre Psiche è la canna parlante (Il consiglio è di aspettare la sera e di raccogliere i ciuffi di vello rimasti impigliati tra i rovi). Essa simboleggia la voce interiore che invita ad aspettare il momento opportuno (per l'appunto il calar della sera), per incontrarsi col principio spirituale (rappresentato dal Vello d'oro) senza venirne sopraffatta ed annientata. La calma femminile, la capacità di attendere, dunque, rappresenta una grande risorsa di fronte all’impulsività irrefrenabile, all’istinto che si esprime in maniera violenta. Così descrive Neumann questa seconda prova: "il femminile deve soltanto interrogare il proprio istinto per entrare, al calar del sole, in una relazione feconda con il maschile, ossia in una relazione d’amore. Così viene superata la situazione in cui maschile e femminile si fronteggiano in mortale ostilità." 

3) La terza prova è il confronto di Psiche con l’irruente cascata delle acque dello Stige, simbolo dell’incontenibile forza dell’inconscio stesso e della sua mancanza di forma specifica. Il compito di raccogliere un bicchiere di quell’acqua riesce grazie all’intervento dell’aquila di Zeus che si assume il compito di raccoglierla per lei. "L’aquila - secondo M.L.Von Franz - rappresenta l’entusiasmo intuitivo e lo slancio spirituale del pensiero. Proprio quando la psiche umana non può più agire con le sue sole forze, viene sorretta da uno spirito eroico e intuitivo che sgorga dal suo inconscio". Psiche rappresenta allora il femminile capace di contenere in sé e di dar forma all’inconscio che in lei stessa fluisce.

In tutte e tre queste prove è richiesto a Psiche di coniugare insieme gli opposti, superando la sterile contrapposizione.

4) La quarta prova, infine, è composta di due parti:
a) Nella prima parte Psiche deve affrontare il pericoloso viaggio agli inferi, guidata dai consigli di una Torre Parlante, la quale, maschile e femminile insieme, è simbolo della cultura umana e della coscienza umana e per questo viene chiamata "Torre che guarda lontano" . Essa mette in guardia Psiche dal cedere alla "pietà", quale modalità di relazione con l’altro, che non le consentirebbe di raggiungere la propria completezza.

b) Nella seconda parte, invece, Psiche, tornata dal mondo degli inferi, cede alla tentazione di appropriarsi della bellezza divina e, pensando così di poter risultare più piacevole agli occhi di Eros, apre il vasetto consegnatole da Proserpina, atto questo che risulta per lei fatale. Torna il tema iniziale della "bellezza", capace di avvicinare l’umano al divino. Tutto il cammino di trasformazione di Psiche è iniziato per Amore, per l’irresistibile desiderio di "conoscere" Amore. Ora che Psiche ha superato le prove, ha conosciuto e sopportato solitudine e disperazione, ora che ha in mano l’unica arma che conosce per attirare a sé ancora una volta Eros, la bellezza appunto, (l’azione dell’amore, a quanto dice Platone per bocca di Diotima, "è la procreazione nel bello secondo il corpo e secondo l’anima" ). Psiche non può che tendere alla bellezza, pur consapevole che ciò significa "fallire", secondo la logica maschile dell’eroe. E proprio in questo "fallimento" Psiche si manifesta fedele alla sua femminilità originaria in opposizione alla ragione totalmente maschile. Così Psiche "muore" per Eros, ed è questo suo stesso sacrificarsi a lui che lo stimola ad agire: Eros si scuote ed accorre finalmente a salvare la sua Psiche. L’umano dimostra così al divino la propria uguale dignità attraverso la propria superiorità nell’amore. [2]
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OSSERVAZIONI
- 
La bellezza e la fama non danno la felicità anzi spesso allontanano dalla gente e provocano gelosia, invidia e vendette.
- La bellezza può stordire (vedi sindrome di Stendhal).
- L'interpretazione degli oracoli dipende da chi ascolta.
- La curiosità comporta dei rischi.
- Non bisogna scoraggiarsi, l'aiuto, inaspettatamente, può arrivare da dove meno te lo aspetti. 
- Le difficoltà, le prove, se accettate e affrontate, portano conoscenza e crescita.
- La perseveranza e l'affidamento (all'aiuto dell'universo) possono far miracoli (immortalità).
- Le forze in gioco sono tante e contrapposte, ma possono giungere all'ordine, all'armonia, all'amore.
- Le favole parlano al cuore, ci coinvolgono di più dei soli concetti.

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Fonti:
[1] 
Amore e Psiche-Favola-Introduzione-I
[2] www.geagea.com/02indi/02_07.htm
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Immagini:
- 
F. Gerard, Amore e Psiche, 1798
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sabato 24 luglio 2010

FRAMMENTI D’ANIMO di Cecilia Anesi

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Dall’introduzione dell’autoreIl protagonista del romanzo è The Falling Man, il milite ignoto di quel giorno di guerra senza soldati – l’11 settembre 2001 - ritratto in una foto di Richard Drew. The Falling Man - qui chiamato Apostolis - un uomo che cade seguito dalle due torri. Costretto a scegliere come morire: o tra le fiamme o con un salto nel vuoto. Tutti dovranno scegliere come morire. E se non il mezzo, sicuramente possiamo sceglierne il modo. È così che il viaggio di Apostolis verso la morte, diventa un viaggio nella Vita. Con la caduta l’uomo ne rivive le tappe. I ricordi si intrecciano a quelli delle persone che, parallele, scorrono nel grattacielo mentre lui cade, piano dopo piano.
Ogni personaggio regala ad Apostolis il momento ultimo della propria esistenza, affinché lui possa rompere lo specchio.
È un elogio alla vita. Un viaggio alla scoperta della natura intima ed unica di ogni essere umano. E tutto scorre lungo le torri gemelle, che come un oceano in verticale si schiantano. Si decostruiscono. Si frammentano. Come l’impero che rappresentano.

Citazione dal libro
“C’è una certa poesia nella mia caduta, c’è una certa poesia nella mia storia, c’è una certa poesia che accompagna i miei ultimi momenti. C’è una certa poesia che accompagna me e le altre vite spezzate mentre ci intrecciamo in un solo ricordo. Pensate al falling man – e pensate che in realtà questo è un omicidio. E noi, noi tutti uomini, ne siamo gli autori. Allora dimenticherete la poesia e vedrete la realtà. Però vedrete anche che io sono bello mentre cado, ricordo e muoio. Vedrete che io sono divino e profano. E vedrete che mentre mi schianterò a terra il mio cuore si aprirà al mondo. Io sono Apostolis, the falling man. Nella mia caduta sono racchiuse le storie delle persone che hanno urlato la vita attraverso i riflessi di una torre di vetro. Omicidio o poesia?”

Dalla prefazione”Cecilia vuole, attraverso le voci di questo sciame di uomini in caduta, spronare alla persuasione – che andrebbe cercata, ci insegna un pensatore goriziano caduto troppo presto, in piena e dolorosa solitudine –, fa dire loro che bisogna calarsi in ogni istante presente, cogliere coscientemente il maggior numero di attimi, esperire il mondo senza risparmiarsi, bere tutte le gocce, ingerire tutti i colori, fare sì che i corpi si abbandonino gli uni agli altri, affidarsi alle correnti con una parola per chi ci raccoglierà, non conservare nulla, dare e darsi senza sosta, non avere paura di perdersi, non avere paura di essere zingari, non avere paura di rotolare in un campo, non avere paura di farsi inghiottire dall’oceano, non avere paura di coltivare le proprie immaginazioni, non avere paura, in fondo, di vivere fino in fondo.” 

Luigi Nacci


venerdì 18 giugno 2010

Un Monaco .:.


*

Un monaco aveva letto che una volta un eremita era solito trascrivere le parole di antichi insegnamenti su dei fogli di pergamena per poi lasciarli ad un crocicchio. Pensò quindi di imitarlo e trascrisse delle preghiere e delle frasi di saggezza su dei fogli, ornandoli con disegni e miniature.
Lasciò il primo foglio ad un incrocio, in una bella giornata di sole e lo fermò con un sasso. L'indomani tornò con un altro foglio per metterlo al solito posto e restò un po' deluso nel ritrovare quello lasciato il giorno prima, ma pensando al non-attaccamento, mise il foglio su quell’altro.
Continuò così per alcuni giorni mettendo il foglio su quelli dei giorni precedenti e appoggiandovi sopra il sasso.
Andò avanti per un po' di tempo e cominciava a dubitare del significato di ciò che faceva, finché un giorno di vento, tornando al solito crocicchio, non trovò più i fogli. Si sentì contento e mise il suo solito foglio sotto il solito sasso.
Adesso i fogli a volte restavano per molto tempo e a volte sparivano subito, ma ormai era convinto che a qualcosa servissero e, comunque, l’importante era mettere i fogli senza avere aspettative.
Venne l'autunno con le piogge e l'inverno con la neve. Costruì un piccolo tetto per riparare i fogli. Ma molti fogli li ritrovava bagnati e scoloriti dall'acqua e dalla neve portata dal vento, e allora costruì una casetta per ripararli.
Un giorno mentre si avvicinava vide uscire furtivamente uno scoiattolo dalla casetta; sorrise e pensò che l'indomani gli avrebbe portato qualcosa da mangiare.  Così fece finché lo scoiattolino non imparò e tutte le mattine si faceva trovare pronto a ricevere il pasto.
Col tempo qualche altro vispo scoiattolino si fece coraggio e si avvicinò per mangiare. Cominciarono ad avvicinarsi animali di tutti i tipi: uccelli, conigli e anche qualche capriolo. Il monaco si preoccupò perché non sapeva come fare per sfamarli tutti, sia perché aveva intravisto nei dintorni qualche volpe argentata e un gatto selvatico e anche un orso e non sapeva più cosa fare.
Lasciare tutto? Portare solo i fogli? E gli animali? Come sarebbero rimasti?
Cercò di non pensarci troppo e continuò come poteva.
Un giorno però, mentre si avvicinava per posare il nuovo foglio, vide che sotto il sasso c'era un foglio che non aveva scritto lui!
Lo prese, lo guardò stupito e lo lesse. Diceva:
“Ciò che tu ora trovi è il frutto di ciò che tu hai lasciato. Una mano amica ti ha risposto e adesso non sei più solo. Chiedi di cosa hai bisogno e io ti accontenterò”.
Il monaco ristette a pensare, lasciò il suo foglio e se ne andò.
L'indomani, oltre al foglio consueto, mise un altro foglio in cui aveva scritto:
"Amico sconosciuto, io ti ringrazio per la tua gentilezza e ti chiedo di aiutarmi a nutrire questi animali". 
E lasciò lì i fogli.
Dopo qualche giorno vicino alla casetta trovò degli animaletti che mangiavano e poco lontano qualcosa da mangiare anche per le volpi, i gatti selvatici e gli orsi.
Questa storia andò avanti per parecchio, e credo che nessuno di noi avrebbe avuto la pazienza e la perseveranza del monaco e dello sconosciuto, finché... qualche cacciatore di passaggio non si accorse della situazione e cominciò a sparare e a disperdere tutto.
Il monaco, trattenendo il dispiacere, seguitò a mettere i fogli, e un giorno, dopo che la neve aveva ricoperto ogni cosa, mentre si avvicinava al solito incrocio, vide un uomo che lo guardava nascondendosi tra gli alberi. 
Il foglio andava messo al suo posto e lui così fece.


L'uomo guardava, da debita distanza, i movimenti aggraziati del monaco, ma non si avvicinava.  Allora il monaco si sedette su un sasso in posizione di meditazione e aspettò.
L'uomo stava a guardare e cercava di capire. Quindi lentamente si avvicinò fino a che il monaco aprì gli occhi e gli disse:
"Chi sei tu? Cosa cerchi?"
L'uomo si fermò, e si capiva che era un cacciatore perché era armato.
Poi fattosi coraggio si avvicinò e chiese:
"E tu chi sei? Cosa fai qui?"
Il monaco sorridendo disse:
"Io sono un monaco, sono tuo amico e se vuoi ti posso aiutare".
Il cacciatore sembrava un po' perplesso poi, con passi lenti, si avvicinò e disse:
"Come puoi aiutarmi? E perché sei mio amico?"
Tutto sembrava ovattato e silenzioso sotto la neve. Il mondo non esisteva. Solo loro due in capo al mondo. Il monaco rimase fermo e in silenzio.  Tirò fuori dalla sua sacca un pezzo di pane e lo mostrò al cacciatore. Il cacciatore allungò la mano, prese il pane e ne spezzò un pezzo. Poi lentamente si sedette vicino al monaco. Mangiarono insieme in silenzio. Si sentiva solo il fruscio del vento e la musica del respiro. Passò del tempo senza tempo.
E allora gli animali iniziarono ad avvicinarsi.
Il cacciatore era stupito e attonito ma il monaco lo guardava negli occhi e sorrideva lievemente.
Restarono zitti e immobili fino a che il cacciatore chiese:
"Per quale motivo fai questo?"
Il monaco sorrise ancora e poi disse:
"Adesso credo di saperlo. Prima non mi era molto chiaro, ma ora, che tu sei qui penso di saperlo".
Si alzò, raccolse le sue cose e disse:
"Ci rivediamo domani".
Molti giorni trascorsero in questo modo e il cacciatore imparò ad aiutare il monaco.
Costruirono una capanna per il sole e per la pioggia, e si sedevano sotto di essa a parlare o a stare in silenzio.
Dicono che adesso in quel posto molti vanno, quando vogliono ritrovare se stessi o vogliono cambiare la propria vita, ma non sempre è facile arrivarci. Lungo la strada i segnali sono pochi e i crocicchi si somigliano tutti. Ma qualcuno, ogni tanto coglie i segni e arriva fin lassù.
Quando ritorna un sorriso aleggia sulla sua bocca, il passo è leggero e lo sguardo limpido.

Non si sa come poi sia finita la storia del monaco, del cacciatore e dei fogli, ma di certo se leggete adesso questo "foglio" lo dovete un po’ anche a lui.
 
di Resalvato .:.

* Il quadro è di Nicholas Roerich
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