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venerdì 18 agosto 2017

Verso l'Infinito...

Risultati immagini per immagini infinito


Espandete, ampliate al massimo il vostro obiettivo, 
la vostra meta, i vostri desideri. 
Dove arrivano?
A stare bene?
A vivere secondo natura?
A portare la pace sulla terra?
E poi?
E gli altri pianeti, il sistema solare,
e ancora più oltre?

Più ampio è l'obiettivo
più include i precedenti, più implica 
una coscienza più ampia.

Il sistema solare include i pianeti. 
La galassia include i sistemi solari. 
Lo spazio-tempo, l'Infinito 
include tutte le possibilità 

Guardate lontano. 
Immaginate il Futuro. 
Costruite il Presente. 
Co-create la Vita. 

Desiderate diventare dei Leader Spirituali, 
Desiderate diventare dei Maestri. 
Costruite il Percorso della Vostra Coscienza. 
Tutto porta a questo. 

E poi oltre... all'infinito. 
Partendo da qui. 

Fate il primo passo verso l'Infinito. 
e poi un altro ancora. 

Piedi, Mani e Ali. 

Un passo dopo l'altro.
Un salto dopo l'altro. 
Un volo dopo l'altro. 

VERSO L'INFINITO

.:.

venerdì 30 giugno 2017

L'Evoluzione della Coscienza comporta...



L'Evoluzione della Coscienza comporta...
Lavoro, Fatica, Sacrificio,
Disciplina, Allenamenti, 
Tentativi ed Errori, Fallimenti,
Determinazione, Passione, Costanza, Perseveranza,
Consapevolezza della Direzione, 
Intuizione, Creatività, Sperimentazione,
Visione, Cuore, Essere nel Flusso, 
Essere Non convenzionale, 
Studio, Applicazione, Esercizio, 
Affidamento all'Infinito, 
Morire al Mondo per Nascere alla Vita, 
Energia, Confronto, Imprevedibilità 
Sangue, Sudore, Lacrime e Sorrisi, 
Arroganza, Presunzione, 
Compassione, Umiltà, 
...
.:.


giovedì 25 aprile 2013

Quando tutte le certezze e le sicurezze svaniscono



Quando tutte le certezze e le sicurezze svaniscono
Quando le illusioni cadono
Quando i desideri avvizziscono
Quando niente interessa più
Quando non c'è più niente a cui aggrapparti 
Quando niente ha più valore
E la vita ti sembra vuota e senza senso


Cerca
Cerca ancora

Chiedi
Chiedi ancora

Guarda
Guarda ancora


Cerca proprio lì dove non c'è niente
Proprio lì dove non c'è nessuno
Proprio lì dove non si vede niente


E immagina
Ciò che vuoi trovare
Chi vorresti trovare
Ciò che vorresti vedere


Scava nel tuo cuore
Percorri i labirinti della tua mente
Assaggia il sapore dei tuoi desideri e delle tue aspirazioni


E trova proprio lì ciò che cerchi
Trova il tuo Tesoro


Ciò che perderai e troverai ancora e ancora 
Ciò che c'è e che non c'è
Ciò che c'è svanisce
E se non c'è lo devi creare tu


E
Se c'è un vuoto lo devi colmare
Se c'è un abisso lo devi saltare
Se c'è buio lo devi illuminare


Crea
Crea ancora
Partecipa alla creazione
Resisti alla dissoluzione
Crea e distruggi
Distruggi e crea


Guarda l'Universo
Mondi nascono, mutano, evolvono

Guarda l'Infinito

Guarda in Te

Sorridi





martedì 1 gennaio 2013

Perfezione


Se troppo pignoli mai soddisfatti
perché perfezione mai si raggiunge.
Allora meglio perfezionare coscienza
che evolve infinito.  
Joda  

mercoledì 11 aprile 2012

Sei spirituale?


Sentiamo spesso dire cose del tipo: 
"Beh, io non sono religioso ma sono una persona molto spirituale" oppure 
"Lui è davvero molto spirituale". 
Ma cosa significa veramente "essere spirituale?"

E' molto semplice in realtà, la spiritualità è la nostra vera natura. Questo è perché, noi siamo spirito. I nostri corpi vanno via, i nostri beni materiali vanno via, i nostri coniugi, i figli, le famiglie e gli amici vanno via.
Che cos'è che rimane?
Qual è la costante aldilà del tempo e dello spazio?
E' il nostro spirito. E' l'essenza del potere infinito della nostra proiezione e della nostra creatività.

Quindi, come possiamo vivere in questo spirito?
Due cose sono necessarie: la consapevolezza e la resa.
La consapevolezza è anche conosciuta come "Simran": momento per momento, il ricordo della nostra vera identità, "Naam Chit Aavai". Attraverso il nostro respiro, ci ricordiamo che siamo vivi nell'estasi di nascere e morire in ogni momento. L'Infinito fluisce in noi come l'elettricità.
Vediamo e sentiamo la sacralità in ogni momento.
Chi sta lavando i miei denti? Dio.
Chi sta parlando? Dio.
Chi sta ascoltando? Dio.
Chi sta pranzando? Dio.
Chi è l'insalata che sto mangiando? E' Dio che sta mangiando Dio. 
Noi alleniamo noi stessi alla consapevolezza attraverso la Sadhana. Noi viviamo in consapevolezza attraverso il Dharma. Cosa è il Dharma? Il Dharma non è altro che il risveglio, tenere il passo e scorrere nella volontà di Dio.


Vi è poi la resa. Quello che è difficile per molte persone.
Perché dovrei arrendermi?
A chi mi dovrei arrendere?
Come posso fidarmi abbastanza per lasciare andare?
Se mi arrendo, sto rinunciando alla mia identità?
Chi si prenderà cura di me se non lo faccio io?
Siamo addestrati per andare dietro quello che vogliamo; per arrivare e per avere successo. Noi non siamo addestrati per la vigile accettazione, né per rimanere nella nostra immobiltà.

"Il Maestro agisce senza fare nulla e insegna senza dire nulla. Le cose nascono e lui le lascia venire; le cose scompaiono e lui le lascia andare. Ha tutto ma non possiede nulla. Lui agisce ma non ha aspettative. Quando il suo lavoro è finito, tutti dicono, "abbiamo fatto tutto da noi stessi". Questo è il motivo per cui dura per sempre"
Tao Te Ching

Ecco dove entra in gioco il Guru. Guru è il sistema di Guida Divina costruito in ogni essere umano. E' la bussola nella tua cabina di pilotaggio e punta sempre verso il "vero Nord". "E' arrendendosi a questa presenza cosmica interiore che la relazione più sacra nella nostra vita si stabilisce.

Ora, qui viene il problema con la religione. La religione in se stessa non è un problema. Essa significa semplicemente collegarsi consapevolmente alla nostra propria origine, alla nostra fonte. Ma nelle religioni organizzate, le persone si sono addormentate e semplicemente vanno avanti con la "scena" della resa. Senza l'esperienza reale del Guru, le persone ritualizzano l'arrendersi ma non è la resa incondizionata che è necessaria per la vera spiritualità. E' in questo stato di ipocrisia che "bontà" e "pietà", appaiono.

Arrendersi al Guru senza condizioni, accettando il Guru come il tuo, accettando il Guru intorno a te, accettando il Guru dentro di te e dentro tutti, questo è ciò che è richiesto.
Affinché ciò avvenga, è necessario che tu abbia una reale esperienza del Guru. Non uno spettacolo esteriore, ma quello divino, l'intimo contatto che si trova oltre le parole. Questa esperienza è insopportabilmente dolce e assolutamente personale. Questa esperienza viene dalla grazia e la grazia Divina si guadagna attraverso vite di lavoro.

Per lo più, tutti cercano il piacere e cercano di evitare il dolore. In questo stato di grazia, non vi è alcuna differenza tra piacere e dolore, tra perdita e guadagno o tra oscurità e fama. Il dolore ci sveglia e il piacere ci mette a dormire. E' nei momenti di grande dolore che impariamo ad arrenderci. Questo è ciò che ci dà profondità.

Vuoi migliorare il mondo? Io non credo che possa essere fatto. Il mondo è sacro. Non può essere migliorato. E' assolutamente perfetto così com'è. Sii contento di quello che hai. Rallegrati in ogni momento del modo in cui le cose sono. Quando ti rendi conto che non c'è nulla che manca, allora tutto il mondo ti appartiene.

Il Guru Granth Sahib dice: "In mezzo alla speranza, lo yogi rimane senza la speranza." Questo è perché la speranza e la paura sono due fantasmi che emergono dal pensiero di sé. Quando non vediamo più il Sé, come Sé, che cosa dobbiamo temere o sperare? C'è solo ora. Il passato non esiste più e il futuro sta nascendo ora. E sta nascendo dai nostri pensieri, parole e azioni.

Guarda il mondo intero ed ogni cosa in esso, come te stesso. Abbi fede del modo in cui stanno le cose. Ama il mondo così come è - perché è il tuo Sé.




La mia preghiera personale è molto semplice. E' quello che dico ogni giorno, come mi inchino al mio Guru:

"Amato Guru Ji, io sono Tuo e Tu sei mio.

Benedici tutti per farli vivere sani, felici e santi".

[Fonte: Guruka Singh - Traduzione di Onkar Singh]


Da: 
Sat Nam, la Via dello Yoga. http://satnamsatnam.blogspot.it/





giovedì 19 maggio 2011

San Francesco e il Sufismo

 

(di Gabriel Mandel. Trascrizione di una conferenza )

Una premessa.
Dice Dio nel Corano:

Né i cieli né la terra Mi contengono, ma Mi contiene il cuore del Mio fedele.

Il cuore, non la mente; poiché infatti possiamo capire Dio con i sentimenti che simbolizziamo con il termine “cuore”; mai con il ragionamento, la ricerca scientifica, la speculazione razionale.
Mistico è colui che aspira ad infrangere i limiti terreni della sua carne, per giungere a capire sempre più Dio, per sentirlo nella Sua realtà ineffabile e incommensurabile, anche se, in effetti, secondo il Corano (50ª16), Dio è vicino a ciascuno di noi più della sua stessa vena giugulare.
Se facciamo cadere una goccia d’acqua in una coppa d’essenza di rose, questa goccia prende il colore e il profumo dell’essenza di rose. Così è l’anima perduta in Dio, annientata nella Sua infinitezza, con la fruizione piena della divinità senza più limiti terreni, nel più alto grado dell’esperienza religiosa.
Tutte le religioni hanno il loro lato mistico. Due tuttavia si differenziano dalle altre per due punti essenziali:

  1. la necessità della Grazia divina, ossia la necessità che sia Dio a chiamare il Suo fedele;
  2. la nozione precisa che questa chiamata non annulla né la trascendenza assoluta di Dio né l’individualità spirituale dell’anima che, purtuttavia, da Dio deriva ed è come goccia dell’oceano senza fine che è Dio. Queste due religioni sono la cristiana e la musulmana.

È ad ogni modo indubbio che, agli occhi di un ricercatore storico delle vie mistiche, balzano evidenti le analogie che, le profondità del pensiero mistico sia cristiano sia musulmano, propongono ad ogni piè sospinto. Si potrebbe facilmente tracciare tutta un’antologia di passi paralleli. Il poco tempo a disposizione in una chiacchierata come questa non lo permette, ma l’approfondimento del misticismo islamico è oramai possibile, grazie alla moltitudine di testi musulmani tradotti oggi nelle lingue occidentali, italiano compreso.
Così possiamo avvicinare i testi di Rabica, la più grande mistica musulmana, a quelli di santa Teresa d’Avila; i testi di alFarabi (?-950), trattatista di musica e filosofo mistico, a quelli di san Tomaso d'Aquino che appunto ad âlFarabi si ispirò. D’altronde è di norma paragonare san Tomaso d’Aquino – per la qualità del pensiero teologico - ad Averroè, o ad âlGhazzali, o a Îbn alcArabi, i tre più eminenti teologi e Maestri sufi dell’Îslâm.
Della mistica cristiana troviamo i primi spunti in Clemente Alessandrino e in Agostino, spunti che vennero sistematizzati dallo Pseudo Dionigi l’Areopagita in un Corpus Dionysiacum che, tradotto da Scoto Eriugena nel IX° secolo, ispirò a Bernardo di Chiaravalle un misticismo affettivo cristocentrico, e ad Ugo e a Riccardo di San Vittore un misticismo profondamente psicologico. Da qui derivò il misticismo candido di Francesco, quello colto di Bonaventura, quello apocalittico di Gioacchino da Fiore.

Citerò in particolare, a mo’ di esempio, due mistici di grande statura:
- san Francesco, frate, grande mistico della cristianità, e
- Jalâl âlDîn Rûmî, sufi, grande mistico dell’Îslâm,
entrambi molto vicini a Dio, e pertanto molto vicini fra loro. Essi hanno numerosi punti di contatto sia per ciò che riguarda la loro vita terrena, sia per ciò che riguarda la loro visione del divino.

Entrambi poeti, entrambi fondatori di una loro Confraternita monastica fra le maggiori, san Francesco nel Cristianesimo e Rumi nell’Îslâm. Entrambi vissero nel XIII secolo.
Osserviamo allora che questo XIII° secolo fu un periodo fertile di inizi, formazioni e delineazioni sia per il mondo Occidentale che per quello Orientale. Varie figure di prua del mondo cattolico e del mondo islamico, ad esempio, si trovarono in parallelo nel corso di questo secolo.
Dante è all’inizio della poesia in lingua italiana e Yunus Emre di quella in lingua turca; inoltre nel mondo islamico e in quello cattolico medici, architetti, filosofi in un parallelismo esemplare, come il Vesalio e Îbn Nafis (1203-1288) le cui anatomie vennero in seguito copiate anche da Leonardo da Vinci. Possiamo quindi dire che precipuamente omologo di san Francesco fu Jalal alDin Rumì.

Anzi: nel 1216 Rûmî fu a Damietta, in visita dal sultano Malik âlKamil, ripartendo subito per la Turchia; e san Francesco fu a Damietta nel 1219. Nel 1216 Rûmî parlò a Damasco con il grande mistico e teologo musulmano Îbn âl`Arabî; e con Îbn âl`Arabî san Francesco si intrattenne a Damietta nel 1219, quando si recò alla corte del sultano, ove incontrò vari sufi, conversando a lungo con loro. Ma non fu questo un primo incontro: già nella primavera del 1214 san Francesco aveva conosciuto dei sufi nella Spagna musulmana e in Marocco.

San Francesco si formò in gioventù a contatto diretto con trovadori francesi a loro volta educati dai trovadori musulmani in particolare andalusi. Sappiamo che san Francesco parlava correntemente il provenzale. Per ciò che riguarda l’ambiente del tempo in cui san Francesco visse, non vanno dimenticati l’imperatore Federico II°, detto per antonomasia «il più musulmano dei re cattolici, il più cattolico dei re musulmani», e il grande Dante Alighieri.
La poesia italiana si formò alla Corte di Federico II° per il contatto intenso con i poeti musulmani, di cui il maggiore, nella Sicilia stessa, fu Îbn Hamdîs (1055-1132).
Dante Alighieri trasse ispirazione strutturale e figurale per la sua Divina Commedia dal testo musulmano "Il viaggio notturno del Profeta Maometto" (studio completo del reverendo Miguel Asin Palacios, 1919). Del pari si ispirarono alla poesia musulmana i troubadours provenzali, i poeti spagnoli alla corte di Alfonso el Sabio, e i compagni di Dante detti 'I seguaci d'Amore', come possiamo leggere anche nel denso studio di Luigi Valli (Dante e i seguaci d’amore. Roma 1928).

Ben noti sono a voi i frati e le suore; forse un po’ meno quelli che si sogliono considerare i frati e suore dell’Islam, i sufi appunto. Qualche notizia allora sui sufi, i mistici dell’Islam.
Secondo Si Hamza Boubakeur (che fu rettore dell'Università islamica di Parigi, rettore della Moschea di Parigi, discendente diretto del primo 'califfo ben diretto' Âbû Bakr, nonché mio compianto e venerato maestro):

«Il Sufismo in se stesso non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni obbedienza. È innanzi tutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d'equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente. Lungi dall'essere una innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una marcia risoluta d'una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata».

I Sufi si dividono in Confraternite, a un dipresso, appunto, come le Confraternite dei frati e delle suore nel mondo cristiano, con la sola differenza che i sufi e le sufi si sposano e vivono nel mondo, o, come essi dicono: 

«Nel mondo, ma non del mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti.»

Le Confraternite dei Sufi si sono sgranate lungo il corso dei secoli, e in tutta la storia della cultura islamica, se si cita un grande scienziato, un grande poeta, un grande musicista, o architetto, o pittore, si cita quasi sicuramente un maestro sufi.
Punta di diamante dell'Îslâm, dal momento che l'Îslâm non si presenta come un blocco monolitico ma ha varie coloriture, varie sfaccettature e varie istanze a seconda dei luoghi geografici e delle diversificazioni storico-sociali, anche il Sufismo ha vari aspetti, e sette sono le sue grandi Confraternite maggiori. Possiamo dire che la vera origine del Sufismo è situabile nell'Asia turco-iraniana; per ragioni storiche esso ha via via riassunto e inglobato – fra il X° e il XII° secolo, insegnamenti esoterici buddhisti, indù, classico-egizi e cristiani pur scaturendo da una matrice sciamanica non mai sopita; mentre in certe zone dell'Arabia e del Nord Africa - soprattutto nei due ultimi secoli - è andato poi anche degenerando in aspetti folcloristico-popolari. Inoltre, forse sulla scia del New Age, sono comparse in Occidente anche false confraternite sufi che nulla hanno a che vedere con il verbo autentico del Sufismo, anche se del Sufismo scimmiottano stupidamente alcuni aspetti esteriori.
Per essere sufi occorre comunque essere musulmani, ed essere accolti e iniziati in una confraternita tradizionale e autentica.

Base imprescindibile del Sufismo è il Corano, correttamente letto, meditato, interpretato, come diceva appunto Si Hamza Boubakeur; e attenendosi strettamente al Verbo del Corano i veri Sufi seguono questi principi base:
- rispetto per le persone;
- rispetto per tutte le religioni;
- amore per la pace;
- comportamento corretto sulla base dell'etica.

Su questa base il Sufismo si ricollega a tutte le altre grande tradizioni mistiche anche per il suo rito precipuo, il dhikr, di cui è noto in Europa quello precipuo dei Mevlevi il Semà. I Mevlevi sono noti con il termine di dervisci roteanti. Va tenuto presente che i termini “dervisci”, “sufi” e “faqîr” sono sinonimi; la differenza fra questi termini è una questione di diversità di lingue.
Con il dhikr i sufi possono giungere a stati estatici, percepire la realtà divina, acquisire consapevolezze non altrimenti raggiungibili; e all’atto pratico possono anche infondere serenità, pace e benessere tramite alcuni aspetti precipui di quelle conoscenze sciamaniche che il Sufismo condivide con il Buddhismo e con certo induismo. Non è da tralasciare una conoscenza specifica del Sufismo, la Musicoterapia, dovuta anche al fatto che i più grandi Medici dell’Îslâm, il turco Avicenna ad esempio, erano sufi. La Musicoterapia dei Sufi è utile per la guarigione di malattie fisiche e di devianze psichiche, e anche per infondere nei cuori un senso di pace.

Fârisî (891 c.-980) disse:

«Le condizioni fondamentali del Sufismo sono dieci. Riassumendo, esse sono:
Credere nell’unicità di Dio, imparare, frequentare i confratelli, pregare, viaggiare, aver pazienza, fare voto di povertà, essere umili, pentirsi degli errori commessi, rinunciare.»

Questi furono i valori dei sufi nei primi secoli della loro storia.

E i Sufi predicano in modo particolare la Pace. Oggi tutti invocano la pace, ma secondo i concetti di Seyyd Hossein Nasr, sufi e grande filosofo iraniano contemporaneo,

«La Pace non è mai raggiunta proprio perché dal punto di vista metafisico è assurdo aspettarsi che una cultura consumistica ed egoistica, dimentica di Dio e dei valori dello spirito, possa darsi la pace. La pace fra gli esseri umani è il risultato della pace con se stessi, con Dio, con la natura, secondo una componente etica che abbia superato false morali, preconcetti, interessi unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è il risultato dell’equilibrio e dell’armonia che si possono realizzare soltanto aderendo agli ideali precipui delle correnti mistiche. In questo contesto è quindi di vitale importanza la pace fra le religioni.»

Così i Sufi dicono che
- l'Ebraismo è la religione della SPERANZA,
- il Cristianesimo è la religione dell'AMORE,
- l'Islâm è la religione della FEDE.

Ed ecco: questo è il terzo polo, equilibrio delle vicende umane in tutta la loro estensione: la Fede, la Speranza e l'Amore, origini della mistica, della spiritualità, dei valori sublimati che ci conducono alla comprensione di Dio, nostro Signore unico ed assoluto, il Creatore di tutto.
La comprensione dei 'valori dell'altro', il giusto equilibrio fra rispetto e reciproca conoscenza, sono i valori eminenti che possono restituire al mondo, dopo due millenni di incomprensioni e di lotte fratricide, la serenità interiore e la pace universale cui tutti gli 'uomini di buona volontà' aspirano. Questa, in definitiva, è la Via del Sufismo, una delle tante vie per adorare Dio nella sua più pura essenza.

Rabicah âlcAdawiyya (?-801), una grande mistica sufi dell’VIII° secolo, scrisse di Dio:

«Mio Dio: se ti adoro per paura dell’inferno bruciami nell’inferno;
se Ti adoro nella speranza del Paradiso, escludimi dal Paradiso;
ma se Ti adoro unicamente per Te stesso, non mi privare della Tua bellezza eterna.»

Ne sentiamo ancora gli echi nei primi quattro versi di un sonetto attribuito a santa Teresa d’Avila (1515-1582):

«No me muove, mi Dios, para quererte,
el Cielo que me tienes prometido,
ni me muove el infierno tan temido
para dejar por eso de ofenderte.»

(Ciò che mi spinge ad amarTi non è il cielo che mi prometti e non è l’inferno temuto da farmi trattenere a causa sua dall'offenderTi).

Disse il nostro Profeta, Muhammad (sws):

«Vi sono tante vie verso Dio quante sono le stelle in cielo, ma la via che permane, quella più sicura, è una sola: la Via della povertà
(Riportato da cAbd âlWahhâb Shacrânî, egiziano, 1493-1565).

E puntualmente Dante Alighieri, quando cita san Francesco nel Paradiso (Canto undicesimo), dice appunto che vede in Paradiso san Francesco in compagnia di Sorella Povertà.

Dalla 'Leggenda Maggiore' di San Bonaventura da Bagnoregio (FF 1063-1064):

«Quando giunse presso la curia romana, venne condotto alla presenza del sommo Pontefice. Il Vicario di Cristo [...] cacciò via con sdegno, come un importuno, il servo di Cristo. Questi umilmente se ne uscì. Ma la notte successiva il Pontefice ebbe da Dio una rivelazione. Vedeva ai suoi piedi una palma, che cresceva a poco a poco fino a diventare un albero bellissimo. Mentre il Vicario di Cristo si chiedeva, meravigliato, che cosa volesse indicare tale visione, la luce divina gli impresse nella mente l'idea che la palma rappresentava quel povero, che egli il giorno prima aveva scacciato.
«Il mattino dopo il Papa fece ricercare dai suoi servi quel povero per la città. Lo trovarono nell'ospedale di Sant'Antonio, presso il Laterano, e per comodo del Papa lo portarono in fretta al suo cospetto [...] e questi raccontò al Pontefice, come Dio gliel'aveva suggerita, la parabola di un ricco re che con gran gioia aveva sposato una donna bella e povera e ne aveva avuto dei figli che avevano la stessa fisionomia del re, loro padre e che, perciò, vennero allevati alla mensa stessa del re.
«Diede, poi, l'interpretazione della parabola, giungendo a questa conclusione:
“Non c'è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell'eterno Re; poiché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella. Se, infatti, il Re del cielo promette ai suoi imitatori il Regno eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi”!»

Il Papa approvò quindi la Regola, fece fare a tutti i frati che erano venuti con il servo di Dio delle piccole chieriche, e conferì loro il mandato di predicare liberamente la penitenza e la parola di Dio.

Una coincidenza: la novella che il santo raccontò al Papa la si trova anche in Farîd âlDîn Âttâr (1140 c.1220 c.) autore dell’Elahi-nameh, e poi in una variante nel Mathnawî di Jalâl âlDîn Rûmî. Con questo non intendo per nulla affermare che Francesco e Rûmî abbiano copiato da Âttâr; puntualizzo il fatto che a livello spirituale vi sono parallelismi e comunità di intenti in tutto simili, poiché il Misticismo e la fede in Dio sono un sentito unico, da qualsiasi punto di vista religioso li si avvicini.

Il sogno del papa (una palma) è un simbolo anche per i sufi: poiché in arabo Tariqat significa sia palma, sia Via mistica.

San Francesco istituì per la sua Confraternita, detta dei “Frati Minori”, tre ordini di frati. Così è anche nelle Confraternite sufi; e nell’un Ordine e negli altri vi vengono accostati i Grandi Fratelli, quelli ad esempio di Najim Kubrâ (?-1220). I sufi sono religiosi musulmani ma, come nel cristianesimo abbiamo preti e frati, così nell’Îslâm i sufi sono frati e non preti. Francesco rifiutò d’essere ordinato prete, e si accostò maggiormente all’ordinamento laico democratico più che a quello ecclesiastico. Così è anche dei sufi, il cui motto precipuo che ripeto di nuovo qui, dice:

«NEL mondo, ma non DEL mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti.»

E ancora: al pari di san Francesco, è scritto nelle agiografie che riguardano il il sopraccitato Najmuddin Kubra, che anche lui predicava agli animali, agli uccelli e al lupo.

Veniamo ora all’incontro del santo con il sultano dell’Îslâm.
Da: "I Fioretti del glorioso messer santo Francesco e d’alquanti suoi santi compagni". Capitolo XIV°.

«Il Soldano l’udiva volentieri e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’egli potessono predicare dovunque piacesse loro. E diede loro un segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona. Avuta dunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò questi suoi eletti compagni a due a due, in diverse parti di Saracini a predicare la fede di Cristo; ed egli con uno di loro elesse una contrada.»

Il saio è il mantello di lana con cappuccio precipuo dei sufi. È di lana, termine che in arabo è: suf, da cui Sufismo. Il saio francescano è quello stesso dei sufi in Terra Santa, in Marocco e nella Spagna; ed è quello che san Francesco vide alla corte del sultano.

In Kalâbâdhî, grande maestro sufi del X° secolo (913 c.-995), leggiamo:

« Povertà e pazienza sono il saio sotto il quale alberga un cuore che vede solo in Dio i giorni di festa e di serenità»

Veniamo ora ad un oggetto di devozione che tutti voi conoscete: il Rosario.

Dice il Corano: Dio ha i Nomi più belli (7ª180; 17ª110; 20ª8; 59ª24). Secondo la teologia musulmana i Nomi di Dio – rappresentazione vocalizzata dei Suoi attributi – sono quattromila. Mille di questi sono conosciuti solo da Dio; mille da Dio e dagli angeli; mille da Dio, dagli angeli e dai profeti; mille da Dio, dagli angeli, dai profeti e dai credenti. Di questi ultimi mille, trecento sono menzionati nel Pentateuco, trecento nei Salmi, trecento nei Vangeli e cento nel Corano. Di questi cento, novantanove sono noti ai fedeli comuni, mentre uno è nascosto, segreto e accessibile solo ai mistici più illuminati. Il Profeta stesso disse:

«Vi sono novantanove Nomi che appartengono solo a Dio. Colui che li impara, che li capisce e che li enumera entra in Paradiso e raggiunge la salvezza eterna».

E il mistico Tosun Bayrak, khalyfa della Jarrahiyya-Khalwatiyya negli Stati Uniti d’America scrisse:

«I bei Nomi di Dio sono la prova dell’esistenza e dell’unicità di Dio. O voi che siete arsi e turbati per il peso della sofferenza del mondo materiale, possa Dio far sì che i Suoi bei Nomi siano un balsamo lenitivo per i vostri cuori feriti. Imparate, capite e recitate i bei Nomi di Dio. Cercate le tracce di questi attributi di Dio nei cieli, sulla terra e in ciò che vi è di bello in voi stessi. Così troverete beneficio, a seconda della grandezza della vostra sincerità. Col permesso di Dio, chi dubita troverà sicurezza, l’ignorante troverà conoscenza, chi nega affermerà. L’avaro diventerà generoso, i tiranni chineranno il capo, il fuoco nel cuore degli invidiosi si spegnerà.»

In effetti capire «l’essenza» di questi attributi acquieta l’animo, infonde fiducia e arricchisce spiritualmente. Ecco perché, sul piano strettamente pratico, è consuetudine musulmana ripetere i Nomi facendo scorrere tra le dita un rosario composto di novantanove grani (o di trentatré fatti scorrere tre volte). Questo rosario si chiama subha in arabo e tashbî (o anche komboloy) in turco. È ben noto che esso deriva attendibilmente da quello buddista, di centootto grani, in uso nell’Asia centrale e orientale fin dal IV° secolo, così come è noto che dalle organizzazioni monacali buddhiste derivano quelle sufi. A sua volta il rosario musulmano introdotto nell’Îslâm dai Sufi, fu adottato da san Francesco al suo ritorno dalla Terra Santa, dando origine al rosario cattolico diffuso dai francescani appunto e in seguito definito nella forma attuale da san Domenico.

Ancora dai Fioretti (Capitolo XI°) leggiamo:

«Andando un dì santo Francesco per cammino con frate Masseo, il detto frate Masseo andava un poco innanzi: e giungendo a un trebbio [trivio] di via, per lo quale si poteva andare a Firenze, a Siena e ad Arezzo, disse frate Masseo: Padre, per quale via dobbiamo noi andare? Rispuose santo Francesco: Per quella che Dio vorrà. Disse frate Masseo: E come potremo noi sapere la volontà di Dio? Rispuose santo Francesco: Al segnale che io ti mostrerò; onde io ti comando, per merito della santa obedienza, che in questo trebbio, nel luogo ove tu tieni i piedi, tu ti aggiri intorno intorno [...]. Allora frate Masseo incominciò a volgersi in giro; e tanto si volse [...] Alla perfine, quando egli si volgea bene forte, disse santo Francesco: Sta’ fermo e non ti muovere; ed egli istette e santo Francesco il domandò: Verso qual parte tieni la faccia? Rispuose frate Masseo: Inverso Siena. Disse santo Francesco: Quella è la via per la quale vuole Dio che noi andiamo.»

Voi sapete bene chi è san Francesco. Forse qualcuno di voi avrà però sentito parlare anche dei sufi Mevlevi, i cosiddetti “Dervisci roteanti”, la Confraternita fondata a Konya da Jalâl âlDîn Rûmî. A quelli di voi che conoscono i Mevlevi non può essere sfuggita la simiglianza fra il roteare di frate Masseo e il roteare dei sufi Mevlevi nella loro cerimonia specifica, il Semà, simile al rito che san Francesco poté vedere di persona alla corte del Sultano.
Le prime forme di samâc apparvero presso i Sufi di Baghdâd a metà del IX° secolo, sviluppandosi poi soprattutto fra i turchi del Khurâsân, a volte perfino in forme non differenti dal dhikr usuale. Completarono il rito sul finire del XIII° secolo i Mevlevi di Rûmî.
Nel suo insieme, tutto il Samâc (in turco: Semâ) ha plurime valenze. Anzitutto: i Mevlevi danzano a Konya un Semâ completo la seconda settimana di dicembre per celebrare la morte di Jalâl âlDîn Rûmî . Questa danza, altamente emblematica, altamente spirituale, è l’espressione stessa della realtà divina e della realtà fenomenica, in un mondo in cui tutto, per sussistere, deve ruotare come gli atomi, come i pianeti, come il pensiero.
Beninteso: questa cerimonia non intende simbolizzare né la rotazione degli atomi né quella dei pianeti (come a volte qualcuno ha commentato): è un errore interpretarla così. Come qualsiasi tipo di dhikr agito dalle varie Confraternite Sufi, il Semâ è un rito in grado di indurre uno stato estatico. Esso porta all’ascesa spirituale - viaggio mistico dall’essere a Dio - in cui l’essere si dissolve ritornando poi sulla terra.

E veniamo ora al Cantico delle Creature, o di Frate Sole. (Lettura):

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
A te solo, Altissimo, se Konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue creature
spetialmente messer lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna et le stelle:
in cielu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi Signore, per frate vento,
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale enallumini la nocte:
et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra madre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribuatione.

Beati quelli ke ‘sosterranno in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morranno ne la peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne la tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate
et serviateli cum grande humilitate.

Âbu âlFath âlWâsiti, egiziano (?-1184), i cui discepoli erano alla corte del Sultano quando vi fu san Francesco, scrisse un testo: La lode a Dio secondo le parole del Corano, che ora vi leggo. Sono tutte citazioni tratte dal Corano, e quindi già presenti in Europa, dove il Corano fu tradotto per la prima volta, in latino, nel 1143, da Roberto di Ketton (Robertus Ketenensis) per incarico di Pietro il Venerabile, abbate di Cluny (manoscritto a Parigi, Biblioteca dell’Arsenale). Si tratta quindi di un “centone coranico”, e per chiarire bene il termine leggo un passo del Vocabolario Treccani della lingua italiana, al lemma Centone: «componimento, tipico della tarda letteratura greca e latina, formato dalla giustapposizione di parole, fresi, emistichi o versi di qualche famoso autore.» Ecco perché lo chiamiamo un “centone coranico”.

Ed ecco il testo della Lode di Wâsiti:

«Nel Nome di Dio, Misericordioso, Misericorde. Lode a Dio signore dei Mondi (1ª1)
«Certo, il vostro Signore è Dio, che ha creato i cieli e la terra in sei periodi, e poi si è posto sul Trono. Egli copre il giorno con la notte, ininterrottamente. E il sole, la luna, le stelle sono sottomessi al Suo comando. La Creazione e il comando appartengono solo a Lui. Sia lode a Dio, il Signore dei mondi. Invocate il Signore con umiltà e raccoglimento (7ª54-55)
«Non avete visto come Dio ha creato i sette cieli sovrapposti? Egli ha posto la luna come una luce; Egli ha posto il sole come una fiaccola. Dio vi ha fatti crescere dalla Terra come le piante, poi vi ci rimanderà e poi vi farà uscire con una uscita. Dio ha posto per voi la Terra come un tappeto, affinché camminiate attraverso i suoi valichi'» (71ª15-20).
«Egli, il Fenditore dell’alba, ha fatto della notte un riposo; il sole e la luna per computare. Egli vi ha assegnato le stelle affinché grazie ad esse vi guidiate nelle tenebre della terra e del mare. Certo noi esponiamo prove per coloro che sanno. Egli vi ha creato a partire da un'anima unica, ricettacolo e deposito. Egli fa scendere dal cielo l’acqua. Poi con essa vien fatta germogliare ogni pianta dalla quale vien fatta uscire una verzura, e da questa i semi sovrapposti gli uni agli altri; e la palma, dalla cui spata regimi di datteri vicini. Ed anche i vigneti, l’ulivo e il melograno, simili o differenti gli uni dagli altri. Guardate i loro frutti quando si producono e quando maturano. Ecco dei segni per coloro che hanno fede (6ª96-99)
«Gloria a Dio che fa scendere dal cielo un'acqua pura, preziosa, ed umile per far rivivere con essa una contrada morta e dar da bere ai molti animali e agli esseri umani che ha creato (25ª48).
«Chi farà rivivere le ossa quando esse saranno imputridite?» Di': «Le farà rivivere Colui che le ha create la prima volta, poiché Egli è abile in ogni creazione; Egli vi ha fatto scaturire il fuoco dall'albero verde, ed ecco che voi accendete con esso. Forse che Colui che ha creato i cieli e la Terra non sarà capace di creare altri come loro? Sì, poiché Egli è il Creatore [âlKhâliqu], il Sapiente (6ª78-81) Avete riflettuto sul fuoco che fate scaturire? Siete voi che fate crescere il suo legno, o siamo Noi che facciamo ciò? Ne abbiamo fatto un Richiamo e una cosa utile per i viaggiatori del deserto. Glorifica dunque il Nome del tuo Signore, l'Immenso (56ª71-74).
«Ovunque voi siate, la morte vi raggiungerà, foste anche in torri impenetrabili (4ª78). «Certo, la morte che voi fuggite vi raggiungerà. Sarete poi ricondotti davanti a Colui che conosce il visibile e l'invisibile. Egli vi informerà di ciò che facevate.» (63ª8) 57 Ogni anima gusterà la morte, poi verrete ricondotti a Noi. Quanto a quelli che credono e compiono opera buona, faremo abitare loro, nel Paradiso, località elevate, sotto le quali scorrono ruscelli, e nelle quali rimarranno in eterno. Eccellente sarà la mercede di coloro che agiscono perseverando pazientemente e che confidano nel loro Signore (29ª57-59).
«Ciò che è nei cieli e sulla Terra celebra le Sue lodi. Egli è l'Onnipotente, il Saggio (59ª24). Lodate dunque Dio la sera e la mattina e anche la notte e a mezzogiorno. A Lui la lode nei cieli e sulla terra (30ª17-18).
«Amîn.»

Con questo non affermo che vi sia una derivazione diretta del Cantico di san Francesco dal Centone di Wâsiti; parlo – e torno a ripeterlo - di una comunità di sentimenti che avvince e lega ogni mistico, a qualsiasi religione appartenga.

Un cerchio: sul suo perimetro si dispongono l’una dopo l’altra, come segmenti, le religioni, mentre il centro del cerchio simbolizza Dio. Da queste religioni partono, e tendono al centro del cerchio, come altrettanti raggi, i mistici. Più si avvicinano a Dio e più avvicinano fra loro...

E per concludere.

In linea di massima tutti i procedimenti religiosi per raggiungere lo stato estatico si possono suddividere in due tipologie precipue:

  1. o una contemplazione passiva, silenziosa, tendente a liberare la mente da ogni pensiero consapevole (ed è per solito individuale);
  2. o una tecnica attiva di invocazione secondo la ripetizione di formule mantriche (col suono ritmico di strumenti musicali o anche senza), e ciò ha luogo per solito nell’ambito della collettività.

Vi è inoltre una necessità comune per tutte le Vie mistiche, a qualsiasi religione appartengano, e che determina forme diverse di istruzione, anche notevoli:
la necessità di un Maestro.
Un esperto, cioè, che abbia già percorso il cammino e che sappia quindi guidare convenientemente, sappia preservare dagli errori, dalla tendenza a fuggire per la tangente a causa del pericolo sempre in agguato, e perfino – per una forma paranoica - dai conseguimenti effettivamente raggiunti (nel Corano, 7ª16-17, Satana dice a Dio: «Io li insidierò lungo la Tua retta Via, poi li assalirò davanti, dietro, da destra e da sinistra»).
Un Maestro del tutto disinteressato, amorevole, paternamente sollecito, ma soprattutto consapevolmente o anche solo intuitivamente esperto della psiche e delle sue devianze. Ciò ha determinato una lunga serie di convenzioni, di scuole e di conseguimenti, e tutte le religioni ne hanno generati. Inoltre tutte le correnti hanno tratti in comune e conseguimenti omologhi.

Ma perché questa eterna presenza di una ricerca mistica?
Ha ancora valore in un mondo, quello d’oggi, che sembra così tanto mutato davanti alla necessità di una fede?

In risposta a queste domande, e come conclusione di questa ricerca, lascio di nuovo la parola al già citato Seyyed Hossein Nasr, che ha scritto:

«La ricerca mistica è perenne perché si trova nella natura delle cose, e la società umana è sana nella misura in cui tale ricerca è stata riconosciuta quale elemento basilare nella vita della comunità. Quando una collettività, o una società, non riconosce più questo profondo anelito e quando è sempre più limitato il numero di coloro che seguono la vocazione alla via mistica, la collettività stessa crolla per il peso della sua struttura o viene distrutta da malattie psichiche che essa non è in grado di curare per il semplice fatto di aver negato ai suoi membri l’unico cibo spirituale che può saziarne l’anima.
Alcuni uomini continueranno ancora a cercare e a seguire la via mistica, ma la società alla quale appartengono non sarà più capace di trarre totale beneficio dalla presenza illuminante di coloro che, appunto per il fatto di ricercare quanto è sovrumano, permettono ai loro simili di rimanere al livello umano, e provvedono la società stessa degli unici veri criteri di valutazione della sua importanza e del suo valore.»
«Se anche nei periodi più cupi di eclisse dello spirito vi sono sempre uomini dotati di una natura spirituale e contemplativa, ciò accade precisamente perché l’economia della collettività umana ha bisogno della loro esistenza. Una società totalmente priva di uomini contemplativi cesserebbe semplicemente di esistere [...]. La ricerca dell’infinito è l’unica che conferisca significato al mondo finito, nel quale l’uomo si trova ad essere. L’impronta di quella perfezione che l’uomo porta entro di sé gli rende qualunque esistenza finita sopportabile, ma soltanto a condizione che possa condurlo all’infinito e all’assoluto. Di qui la perennità della ricerca mistica e lo sforzo che gli uomini di tutti i tempi hanno fatto per poter vedere oltre il finito, in quanto l’infinita realtà determina e abbraccia tutte le cose.»

Questa è la Via, questa è la via di san Francesco, di Rûmî, di tutti gli uomini di buona volontà che tendono alla pace nel loro cuore e al bene di tutta l’umanità.
Questo è ciò che auguro a voi tutti, a tutti noi, di poter essere.
Grazie.

Gabriel Mandel,
Vicario generale per
l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti

Fonte:
- http://flashdesmond.blogspot.com/2011/03/san-francesco-e-i-sufi.html

Link:
- L'addio-terreno-di-gabriele-mandel-khan
-
http://www.fmboschetto.it/religione/San_Francesco_dell_Islam.pdf 
- Altri scritti di Gabriel Mandel
-
Al-Faqr, o la povertà spirituale 
- Teaching Stories from Tierno Bokar 
- La scienza delle lettere 
- Il linguaggio degli uccelli 
 

PER APPROFONDIRE

Sufismo e Taoismo
Il Sufismo
Il Sufismo
I Sufi - Mediterranee
"

Coscienza di Sé e illuminazione spirituale

 

Fonte: http://www.pomodorozen.com/zen/


lunedì 9 maggio 2011

Attraversare la Vita

Attraversare la Vita
   come il vento la pianura
   come le nuvole il cielo
   come le stelle lo spazio
   come il pensiero l'infinito...


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di Resalvato

Immagine di P. M. B.

 


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