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mercoledì 20 aprile 2016

E se l’Universo fosse un grande organismo vivente?


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Dal microbo più piccolo al mammifero più grande, l'uomo è convinto di riuscire a riconoscere la vita. Ma potrebbe esistere anche su scala molto più grande, diciamo a “livello cosmico”, 
in cui i pianeti fungono da cellule e i buchi neri da DNA dello spazio? 
I segreti del cosmo potrebbero risiedere nella biologia invece che nella fisica? 
Insomma, l'Universo è vivo? 



Cosa rende vivo un organismo? Cosa ci rende diversi da un sasso o da un robot?
È il battito del cuore? Sono i pensieri che abitano la nostra mente? O per il fatto che nasciamo, cresciamo e moriamo?
Alcuni scienziati hanno pensato che potremmo condividere questi aspetti con qualcosa di molto più grande: è possibile che l’intero cosmo sia un unico organismo vivente, nel quale viviamo e ci muoviamo?
Tutta la vita può essere fatta risalire ai pochi organismi unicellulari che esistevano nell’Archeano. Oggi, dopo circa 4 miliardi di anni, ci troviamo a condividere il pianeta con elefanti, balene e altre 8 milioni di specie eucariotiche.
Chiaramente, tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta sono interconnessi, tanto da far pensare di essere tutti parte di un unico organismo vivente. Siamo come le centinaia di diversi tipi di cellule del nostro corpo che costantemente muoiono e si rinnovano? Facciamo parte di un organismo complesso più grande di noi?
Il primo in Occidente a concepire l’universo come un grande organismo fu il filosofo greco Anassagora che in opposizione al meccanicismo atomistico pensava all’esistenza di un Nous (mente) che organizzasse il cosmo risollevandolo dal caos originario. Ma l’idea dell’universo come organismo vivente è stata ampiamente formulata anche da Platone, poi dagli stoici, da Plotino e dal neoplatonismo.
Secondo la visione “organicista”, le strutture che compongono l’Universo, cioè galassie, buchi neri, quasar, stelle, nebulose, pianeti e noi compresi, sono da considerare come i tessuti di un gigantesco essere vivente, un po’ come le parti che compongono il nostro organismo.
Se è vero che una delle caratteristiche degli esseri viventi è quella di nascere, crescere, riprodursi e morire, questi aspetti sono più che plausibili anche per l’Universo:
il Big Bang è praticamente la venuta al mondo del cosmo (probabilmente da un universo antenato); il fatto che l’Universo si espanda significa semplicemente che cresce; in futuro, quando l’entropia si sarà equilibrata, l’Universo morirà come tutti gli altri esseri viventi.
E per quanto riguarda la riproduzione? Tutti gli esseri viventi hanno una caratteristica in comune: provengono da un altro organismo. Se il nostro Universo fosse vivo, avrebbe anch’esso un genitore? E, a sua volta, potrebbe dare vita ad un Universo figlio?
Il fisico teorico Lee Smolin, uno dei fondatori del Perimeter Institute for Theoretical Physics, sostiene la possibilità che il nostro Universo abbia già dato vita ad una intera famiglia di universi-figli nascosti al di là dell’orizzonte oscuro dei buchi neri.
«Le leggi di natura sono perfettamente sintonizzate, in modo che l’Universo possa ospitare la vita», spiega Smolin. «Immaginiamo cosa succederebbe se cambiassimo anche solo leggermente queste leggi: l’Universo non sarebbe più così ospitale. Resta un mistero il motivo per cui l’Universo è così accogliente nei confronti della biologia».
I cosmologi si scontrano da tempo con questo enigma chiamato “Perfetta Sintonizzazione”. Se una qualsiasi delle forze della natura fosse più forte o più debole di una percentuale inferiore all’1%, le stelle e le galassie non si formerebbero mai. Persino gli atomi non esisterebbero.
Per molti, questo è il segno che il nostro Universo è stato accuratamente plasmato dalla mano di un creatore che la concepito in modo da fargli ospitare la vita umana.
Smolin, tuttavia, cercava una spiegazione più osservabile, trovandone una non nella fisica, ma nella teoria biologica dell’evoluzione. «La selezione naturale spiega come le strutture intricate della vita si sviluppano progressivamente», commenta Smolin, chiedendosi se anche il nostro Universo così complesso sia il frutto di una versione cosmica dell’evoluzione biologica.
«L’Universo potrebbe avere una storia? Potrebbe avere degli antenati? Mentre si è evoluto nel corso della storia, potrebbero esserci state variazioni casuali delle leggi, e poi una selezione delle stesse, privilegiando quelle che introducevano le strutture più complesse?», si chiede Smolin. A suo parere, la “selezione naturale cosmologica” potrebbe essere la risposta: «è la migliore che abbia trovato finora!», ammette lo scienziato.
Perchè la Teoria della Selezione Naturale Cosmologica di Smolin possa funzionare, ci deve essere un meccanismo per cui un intero cosmo possa riprodursi e subire una mutazione come nella trasmissione del DNA.
Secondo Smolin, la risposta si trova nel centro impenetrabile dei buchi neri, dove le leggi della fisica conosciuta smettono di esistere, con il sopravvento di altre leggi relative alla gravità quantistica finora ignote. Il fisico teorico ritiene che quando una stella esplode lasciando il posto ad un buco nero, in quel momento avviene la nascita di un nuovo universo.
«La stella che ha creato il buco nero collassa, e poco prima di diventare infinitamente densa, rimbalza e ricomincia ad espandersi», spiega Smolin. «A quel punto, si creano nuove regioni di spazio tempo, sempre all’interno dell’orizzonte del buco nero, le quali potrebbero crescere e diventare grandi come ha fatto il nostro Universo dopo il Big Bang».
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Dunque, il nostro Universo potrebbe essere un germoglio spuntato su un ramo di un gigantesco albero cosmico sempre in crescita. «Nel cosmo funziona come in biologia: esiste una popolazione di universi che generano una progenie attraverso i buchi neri», continua Smolin.
Ma questo non è l’aspetto più interessante della teoria di Smolin. Mentre studiava quali leggi della fisica permettono ad un piccolo universo di essere più prolifico, Smolin ha scoperto una misteriosa analogia tra l’albero genealogico cosmico e quello biologico.
«Perchè si formi un buco nero, occorre una stella molto grande. Inoltre, occorrono enormi nuvole di gas e polveri fredde, in modo che queste sostanze si trasformino in monossido di carbonio, quindi occorrono sia il carbonio che l’ossigeno, i due atomi essenziali per la formazione della vita», continua il ricercatore.
Questi due elementi sono presenti nell’universo in misura massiccia, quindi «la spiegazione per cui il cosmo ospita la vita non è altro che un effetto collaterale della sua stessa fertilità in termini riproduttivi».

La Vita del Cosmo

la-vita-del-cosmoLee Smolin
Secondo l’autore, la fisica contemporanea dovrebbe superare la vecchia impostazione newtoniana, e il pensiero fisico dovrebbe tener conto a tutti i livelli dei più recenti sviluppi teorici:
l’universo si comporta come se fosse soggetto alle leggi dell’evoluzione e della selezione naturale.
È tutto plastico, e le sue leggi non sono immutabili; esiste addirittura una “competizione tra universi possibili”, che dà come risultato la realtà in cui viviamo.

Se Smolin ha ragione, le leggi della fisica che conosciamo sono state accuratamente regolate in modo da mantenere fertile il cosmo per la sua riproduzione. Le stesse leggi rendono il nostro universo un luogo in cui la vita basata sulla chimica del carbonio può prosperare.
Seconto la Teoria della Selezione Naturale Cosmica, l’Universo in cui ci troviamo è un organismo vivente, e che quello della vita non è un fenomeno solo locale, ma anche scalare, cioè capace di manifestarsi non solo in diversi luoghi dell’Universo, ma anche su diverse scale di grandezza, tanto grandi da risultare a noi irriconoscibili.

In fin dei conti, siamo versioni in scala differente della stessa cosa.

lunedì 19 ottobre 2015

Universo, chi ti ha creato? E quale sarà la tua fine?

La fisica quantistica ci spiega come l'Universo, creato dal nulla, può anche finire nel nulla


Valentina Balestri - 19/10/2015 

Universo, chi ti ha creato? E quale sarà la tua fine?

Sembra davvero incredibile che tutto ciò che conosciamo, il mondo in cui viviamo, il cielo che guardiamo, con tutte quelle stelle, brillanti e lontane, possa essere nato dal nulla

Sembra incredibile che l’essere umano non abbia un vero motivo di esistenza se non quello di scoprire quale questo motivo possa essereperché esiste l'uomo è una domanda che ogni essere umano si è sempre fatto e sempre si farà!

Se l'universo fosse una persona, se gli potessi parlare faccia a faccia, la prima cosa che gli chiederei è: Universo, chi ti ha creato? Come sei nato? Quale sarà la tua fine? Hai un padre? Oppure l'unica cosa che c'era prima di te era un incomprensibile "nulla"?
E, detto tra me e te, sai per caso anche perché l’uomo è stato creato


L'Universo dal Nulla
Le rivoluzionarie scoperte che hanno cambiato le nostre basi scientifiche
Estratto da "L'Universo dal nulla"

Quale sarà la fine dell’universo?
Se potessimo determinare la natura della materia oscura e la sua abbondanza, potremmo essere in grado di determinare come finirà l’universo
Quest’ultima possibilità sembrava la più eccitante di tutte, per cui inizierò da qui. Di fatto, mi sono dato alla cosmologia perché volevo essere la prima persona a sapere come sarebbe finito l’universo.

Ogni galassia contiene forse cento miliardi di stelle e insieme ad esse probabilmente centinaia di miliardi di pianeti e, forse, civiltà da tempo perdute.
Attualmente siamo virtualmente sicuri che la materia oscura (la cui esistenza, ripeto, è stata indipendentemente corroborata in una miriade di diversi contesti astrofisici, dalle galassie ai cluster di galassie) deve essere fatta di qualcosa di interamente nuovo, qualcosa che non esiste ordinariamente sulla Terra. Questo tipo di sostanza, che non è sostanza stellare, non è neanche sostanza terrestre. Ma è qualcosa!

L’Universo ha uno scopo?
Come ho già detto, il sogno di una persona è l’incubo di un’altra persona.
Ad alcuni può sembrare che un universo senza scopo o guida renda la vita stessa insensata.
Per altri, me incluso, un universo del genere è vivificante.
Rende il fatto di esistere ancora più stupefacente, e ci motiva a dare un significato alle nostre azioni personali e a sfruttare al massimo la nostra breve esistenza sotto il Sole, semplicemente perché siamo qui, dotati di coscienza e con l’opportunità di farlo.
Ciò che è accaduto è accaduto, ed è accaduto su una scala cosmica, e ciò che sta per accadere su quella scala accadrà, che ci piaccia o no. Non possiamo influenzare il primo caso ed è poco probabile che possiamo influenzare il secondo.

Perché esistiamo?
Quello che possiamo fare, noi esseri umani, tuttavia, è cercare di capire le circostanze della nostra esistenza.
Ho descritto in questo libro uno dei più notevoli viaggi di esplorazione che l’umanità abbia mai compiuto nella sua storia evolutiva. È una ricerca epica volta all’esplorazione e alla comprensione del cosmo su scale semplicemente sconosciute un secolo fa. Un viaggio volto alla scoperta di chi ha creato l'universo e come. Il viaggio ha spostato i limiti dello spirito umano, combinando la disponibilità a seguire l’evidenza dovunque potesse condurre con il coraggio di dedicare una vita a esplorare lo sconosciuto, pur sapendo perfettamente che lo sforzo avrebbe potuto non condurre da alcuna parte; in ultima analisi, tutto ciò richiede una mescolanza di creatività e persistenza per affrontare il compito spesso noioso del vagliare infinite equazioni o innumerevoli sfide sperimentali.

Perché c’è qualcosa piuttosto che nulla?
Abbiamo scoperto che tutte le indicazioni suggeriscono un universo che potrebbe, ed è plausibile che l’abbia fatto, sorgere da un nulla più profondo, che implica l’assenza dello spazio stesso, e un giorno potrebbe ritornare al nulla non soltanto attraverso processi comprensibili ma anche attraverso processi che non richiedono alcun controllo o direttiva esterni.
Ho esposto chiaramente le mie preferenze personali: che il nostro universo sia sorto dal nulla attualmente mi sembra di gran lunga l’alternativa intellettuale più convincente. A voi trarre le vostre conclusioni.


Senza la scienza, tutto è un miracolo.
Con la scienza, rimane la possibilità che nulla lo sia. 




FONTE:  Universo, chi ti ha creato? E quale sarà la tua fine?

domenica 13 settembre 2015

Così la fisica spiega l’inspiegabile origine dell’universo | Aleteia.org

Galassia cosmo


di Umberto Minopoli  
"Un po’ di scienza allontana da Dio ma molta scienza riconduce a lui”. Louis Pasteur, il padre della microbiologia, è stato il primo a formulare questa paradossale conclusione. Applicata alla cosmologia, lo studio delle origini e del destino dell’universo, ha la forza di una profezia verificata: la domanda su Dio è ridiventata una controversia nella cosmologia contemporanea, dopo esserne stata espulsa per quasi due secoli.
Al culmine di un avanzamento esponenziale delle conoscenze sul cosmo nella seconda metà del Novecento, la scienza è tentata da due suggestioni.
La prima è inquietata dal paradossale contrasto tra l’immensa progressione delle conoscenze dell’ultima metà del secolo e la portata delle domande inevase e irrisolte sull’universo: cosa è stato veramente il Big Bang? Perché riusciamo a spiegarci solo il 4 per cento della materia che vediamo? Come è iniziata veramente la vita cellulare?
Questa parte della scienza non se la sente ancora, dinanzi a tanta incertezza, di dichiarare inammissibile scientificamente l’ipotesi di disegno intelligente, l’ipotesi di Dio. “Molta scienza” ci riporta a domande fondamentali e senza risposta. Dio non è escluso.
Ma c’è una seconda suggestione, opposta, che ritiene invece che l’accumulo di conoscenza cosmologica degli ultimi settant'anni consenta finalmente all'umanità di dichiarare chiuse le domande su Dio. Ormai sappiamo quanto basta, ha scritto Stephen Hawking: gli interrogativi fondamentali della vita hanno risposte e noi siamo vicini alla verità sul Grande disegno: non c’è un disegnatore! Su questa convinzione è nata una cosmologia che ha avuto un successo straordinario nella letteratura divulgativa, con i bellissimi libri di Hawking, Lawrence Krauss, Brian Greene, Richard Dawkins e altri, dichiaratamente neoateisti, come li definisce Amir Aczel, matematico, fisico e impareggiabile divulgatore, nel suo libro “Why Science Does Not Disprove God”.
Perché “neo”? Perché la negazione di Dio, che questa cosmologia intende dichiarare, non fa leva sui tradizionali attrezzi dell’agnosticismo: trappole delle prove ontologiche, dubbi razionali, ingenuità del letteralismo biblico: Insomma tutto l’armamentario che tanto piace al nostro professor Odifreddi.
La cosmologia neoateista ritiene di disporre, addirittura, delle prove scientifiche dell’inesistenza di Dio e di essere vicina al Graal di una Teoria del Tutto (Hawking).
E’ davvero così? Esistono davvero argomenti scientifici che abilitino la pretesa neoateista? Le sue asserzioni in larghissima parte non sono sottoponibili alla verifica della prova e dell’osservazione, Anzi.
Vedremo come la sua pretesa finisce addirittura, per gli argomenti che adduce, per apparire più metafisica delle ipotesi teologiche che intende combattere, per dirla con Alex Vilenkin, fisico russo e uno dei padri della cosmologia quantistica.
Gli ultimi tre secoli potrebbero essere descritti, in termini di modelli cosmologici, come la progressiva liberazione dal dominio della magia e del racconto mitologico, sulla nascita e il funzionamento del mondo, per approdare a una cosmologia compiutamente scientifica.
Un superficiale sunto della storia moderna della cosmologia, vista dal lato del rapporto con la religione, ci darebbe tre modelli prevalenti e in successione tra loro.
Con la fine della spiegazione tolemaica e con le scoperte di Keplero, Newton e Galilei, il primo modello, nel Sei-Settecento, è la meravigliosa architettura barocca dell’universo meccanismo, del cosmo orologio. Regolato dalla legge universale della gravitazione fantasmatica di Newton, il cosmo è un ordine complicato e meccanico in cui un Grande orologiaio interviene per aggiustarne i movimenti, lubrificarne i meccanismi e correggerne gli ingranaggi. La magia dei miti dell’origine e il rigido schema tolemaico si trasfigurano nel cosmo regolato e ordinato in cui la figura del Grande meccanico orologiaio tiene la giovane cosmologia copernicana saldamente ancorata alla presenza del divino.
Con il secondo modello, la cosmologia dei Lumi, l’Orologiaio esce di scena e dalla trama del cosmo. Il divino precipita al rango delle spiegazioni antinomiche, metafisiche e contraddittorie denunciate nelle due “Critiche” di Immanuel Kant.
L’interpretazione del filosofo di Königsberg dominerà fino a tutto l’Ottocento. E fisserà i paradigmi dominanti della cosmologia scientifica della modernità:
oggetti e forze si muovono, sulla tela dello spazio e del tempo assoluti, governati unicamente da leggi deterministiche e dal causalismo meccanico di Newton. Il cosmo è decifrabile esclusivamente con prove, esperimenti e osservazioni tradotte nel linguaggio matematico. Nato da una “nebulosa primordiale”, intuisce Kant anticipando la scoperta dell’origine del sistema solare (tutto l’universo conosciuto del suo tempo), il cosmo illuminista si è evoluto nella figura dell’immenso e del sublime. Perfettamente comprensibile, per Kant, solo con i mezzi della scienza. Il resto è speculazione. Solo ciò che si può osservare si può descrivere. Solo ciò che è percepibile dai sensi è oggetto di scienza e pronunciabile nel linguaggio della scienza.
Nessuno spazio per il divino, per ordini nascosti o finalità intenzionali: le domande ammissibili, continua Kant, sono quelle circoscritte alla descrizione di ciò che c’è nello spazio e nel tempo. E lì Dio non appare. Non è il suo territorio, afferma Kant. E’ pura antinomia e contraddizione, per Kant, cercare Dio nei fenomeni del cosmo. Dio è oltre.
Cercarlo negli eventi fisici è non sense. Dio non è mens insita omnibus come volevano Bruno e Spinoza. E non è dato dire, con i mezzi dell’indagine naturalista, se sia mens super omnia. Dal cosmo dei Lumi scompare lo spazio per ipotesi di atto creativo e di presenza del sacro. E’ lo scacco della teologia. Dio diventa oggetto opaco e precluso ai sensi: non si tocca, non si vede, non se ne avvertono profumi. E’ pura speculazione. Il suo territorio si restringe a quello della morale o delle scommesse di Pascal.

Le galassie Antenne riprese dal telescopio spaziale
americano Hubble (foto Nasa/Esa/Hubble Heritage Team)

L’ottimismo e l’autosufficienza della fisica dei Lumi motivano la straripante utopia del marchese di Laplace: “Se esistesse un intelletto umano superiore, scrive orgoglioso il marchese di Laplace, che riuscisse a calcolare, con le attuali conoscenze della meccanica e della fisica, i moti e le direzioni di ogni corpo e di ogni forza che agisce nell'universo, sarebbe possibile spiegare passato, presente e futuro di ogni cosa”.
Aufklärung: la prima versione nella storia di un’agognata Teoria del Tutto. La cosmologia si laicizza. Diventa agnostica. E’ la giustapposizione kantiana e il definitivo divorzio tra scienza e fede. Che segnerà una lunga pagina della modernità. La morale del tempo è plasticamente fissata nel famoso apologo del perplesso Bonaparte, che sfogliando la prima edizione della “Exposition du système du monde” (1796) di Pierre Simon marchese di Laplace, l’opera più importante sulla meccanica celeste dopo i “Principia Mathematica” di Newton, chiede all’autore: “Non capisco, cittadino, come mai non abbiate fatto cenno all’azione del Creatore”. E poi, per inciso: “Eppure essa spiega molte cose”.
Cui Laplace replica sorpreso: “Cittadino Primo Console, non ho avuto bisogno di questa ipotesi”. La storia ha immortalato la risposta di Laplace. Il paradosso sarà che il tempo (e più scienza) ridarà dignità all'inciso del Bonaparte.
L’universo meccanicista, increato, deterministico e agnostico di Kant e Laplace evolverà nel modello del cosmo illuminista: infinito e statico, senza storia, meccanico, immoto nell'eternità. Bastevole a se stesso produce da sé, continuamente, la materia di cui ha bisogno. Questo modello di universo resisterà fino agli anni Venti del XX secolo. Poi vacillerà.
 Il cosmo è veramente infinito, statico ed eterno? Sarebbe bastato prestare più attenzione a una strana ed enigmatica domanda che aveva turbato, fin dal Seicento, menti come quella di Keplero, di Halley e di altri. E che aveva la forma del quesito ingenuo di un bambino o del delirio di un innamorato:
“Perché di notte il cielo è buio?”. Heinrich Wilhelm Olbers, medico tedesco e astronomo amatoriale, riprovò a formularla un anno prima della morte di Laplace: “Se l’universo fosse davvero infinito, statico ed eterno e visto che la luce ha velocità finita, quella delle stelle, di tutte le stelle, dovrebbe aver avuto tutto il tempo di raggiungerci. E allora perché, di notte, c’è il buio?”. Provate a smontare la logica stringente di un tale assunto.
La spiegazione verrà un secolo dopo, negli anni Venti e Trenta del XX secolo, appunto.
Un arruffato, confusionario e scapestrato impiegato di Berna aveva, letteralmente, spazzato via il cosmo meccanicista di Newton e ciò che di esso era passato nella cosmologia dei Lumi e nelle idee dell’Ottocento. Mettendo a soqquadro paradigmi e certezze del racconto cosmologico da Newton a Kant a Laplace. E sfidando il senso comune e le convinzioni più intuitive, popolari e radicate. Tutto era sottosopra nelle incredibili ma inoppugnabili affermazioni della relatività: lo spazio come tela e scenario assoluti, il tempo che scorre uguale per tutti, le cause che precedono gli effetti, la simultaneità degli eventi ecc.
Eppure la prodigiosa mente di Einstein era inciampata in un problema imbarazzante. Causato da un residuo di conservatorismo culturale. E da un maldestro tentativo di soluzione. Il mondo fantastico ma più reale e aderente alla realtà della relatività, ristretta e generale, era stupendamente raccontato da Einstein in un gruppo di equazioni tormentate, eleganti, ricche di fattori “misteriosi”: spazi curvi, ruolo della luce, nuove versioni del fattore tempo, una geometria non euclidea, e una matematica non lineare. Una meraviglia, complessa ma elegante, che spiegava il cosmo assai meglio di quanto non facesse la scarnificata, povera e lineare matematica di Newton.
Eppure le equazioni contenevano un baco. Avevano un problema: si sbilanciavano, portavano a risultati impossibili. In quelle equazioni l’universo non stava fermo. Rischiava di implodere o collassare. Non era statico e stabile come i moderni, Einstein compreso, pensavano che fosse. Prevalse un atto conservatore, insieme ingenuo e maldestro, di Einstein: la sua “più grande stupidaggine” come lui stesso la definirà. Nel tentativo di arrestare quelle equazioni e quell'universo che non stava fermo, che tendeva al collasso o evaporava negli abissi della morte termica, Einstein ricorse a una trovata, una soluzione ad hoc delle equazioni: la “costante cosmologica”, la chiamò. Aggiunse un numero alle sue formule. Un semplice numero: inspiegato, ineffabile, venuto dal nulla ma con le quantità giuste per stabilizzare l’universo.
Inserito nelle equazioni della relatività generale esso consentiva ai risultati matematici di consegnarci, di nuovo, l’universo statico e senza tempo della credenza illuminista. Il grande innovatore pensò, così, di riconciliarsi col tempo e con la logica. Ma era solo un trucco. E neanche elegante. Infatti scomparirà.
Grazie a una scoperta, quella forse più importante degli ultimi trecento anni: l’universo si espande. Edwin Hubble, l’astronomo americano che lo scoprì, dette il colpo mortale a una convinzione plurisecolare: l’immobilità del cosmo.
A un tasso costante e persino matematico, ogni attimo le galassie si allontanano le une dalle altre. Tra loro si crea sempre nuovo spazio. Il cosmo non è statico. Inesorabile. Olbers aveva, finalmente, una spiegazione.
Non c’era paradosso: il cielo di notte è buio perché le galassie si allontanano. E la luce delle stelle non fa in tempo a raggiungerci.
Fu un prete cattolico, astrofisico belga, Georges Lemaître, a intuire la sconvolgente portata della scoperta di Hubble. Egli ragionò: “Se l’universo si espande, vuol dire che se riavvolgessimo mentalmente all’indietro, come una pellicola rivista dalla fine all'inizio, quello che Hubble ha osservato, l’espansione, dovremmo esperire una contrazione”. Elementare! E dove finisce, indietro nel tempo, la contrazione? Dov'è che l’espansione comincia? Le equazioni di Einstein, finalmente liberate dalla mostruosità del numero ad hoc, provavano che
il film riavvolto dell’espansione di Hubble si concludeva con la contrazione del cosmo in un “punto”: ineffabile, senza dimensioni. Una singolarità. Era l’inizio del tutto. Al sacerdote cattolico non sembrò vero: “C’è allora scientificamente l’inizio!”, addirittura testato da equazioni matematiche! L’universo non solo non è statico ma ha un’origine indietro nel tempo:
“Chi ha messo lì quel punto? Da dove salta fuori un punto, una singolarità, da cui inizia un cammino, al posto del niente?”,
chiedeva trionfante Lemaître. E poteva concludere: lì, nel punto, ci sono le “carte di Dio”!
Il punto, l’inizio, sarà sarcasticamente chiamato da Fred Hoyle, un geniale diffidente, Big Bang. Non era un bang: era un punto che, all’improvviso, iniziò a dilatarsi, dando vita a un’espansione.
Che continua ancora oggi. E, persino, accelera. Il cosmo di Einstein, Hubble e Lemaître, quello del Big Bang, raccontava che l’universo ha una storia. Non è sempre esistito.
E’ nato da un punto che conteneva un’infinita energia che, per qualche ragione ha preso a dilatarsi, a farsi materia e a dare vita ai costituenti dell’universo.
Ovvio che, da allora, una domanda inevitabile cominciasse a inquietare la cosmologia scientifica: quale ragione fisica spiega il Big Bang? A che si deve l’enigmatica dinamica dell’inizio e dell’espansione? Perché il punto, la singolarità, prese improvvisamente a crescere e dilatarsi? Non c’è spiegazione fisica (almeno fino a Krauss e Hawking). Solo ipotesi.
Per la scienza, però, è tornata in campo la domanda che Kant riteneva un’antinomia, metafisica e contraddittoria: “Com’è nato tutto?”, perché c’è qualcosa e non il nulla? La cosmologia scientifica del Big Bang ridà dignità a dilemmi che gli illuministi (e sant’Agostino) avrebbero definito “speculazione”: cos’è, realmente, il Big Bang? Cosa c’era prima del “punto”? Dove porterà l’espansione di Hubble? Con il processo a Galileo la teologia si era distaccata dalla modernità. Con Kant e l’illuminismo aveva, addirittura, divorziato dalla scienza.
Con la fisica del Big Bang, il terzo modello della cosmologia della modernità, domande che si pensavano teologiche, quelle sull'origine e sulla fine, tornano a far capolino nella discussione cosmologica. E proprio nel momento, per dirla con Pasteur, in cui “molta scienza” era entrata, in progressione esponenziale, nella spiegazione dei fenomeni fisici. Relatività e scienza quantistica realizzeranno nella seconda metà del Novecento due imprese impensabili: ricostruiranno, con esattezza scientifica stupefacente, la storia dell’universo, la ricostruzione esatta, fisica e chimica, del film dell’evoluzione cosmica (13,7 miliardi di anni) fino al Big Bang e ai suoi primi istanti di vita; scenderanno nelle abissali profondità dell’atomo per scoprire i costituenti ultimi della materia e, persino, con le stupefacenti macchine del Cern, ricostruendo in laboratorio le impensabili energie del Big Bang. Per guardare dentro e da vicino l’inizio di tutto.
Sorge insomma un paradosso imprevisto dall'ottimismo illuminista: più scienza e fisica entrano nelle spiegazioni dell’universo, più domande emergono, più cresce l’opacità, l’ineffabilità della materia, l’inquietante dissimulazione dell’origine. Quel punto, l’inizio, quella singolarità non si lascia decifrare. Non solo. Più penetriamo gli abissi della materia e le profondità del cosmo, più inciampiamo in misteri disarmanti: conosciamo, ancora approssimativamente, solo il 4 per cento della materia di cui è fatto l’universo; misuriamo la presenza certa di un’energia oscura ma nulla sappiamo di essa (e servirebbe saperlo per declinare ipotesi sul futuro del cosmo); non sappiamo ancora come è emersa effettivamente la vita, ecc. Molta fisica, insomma, ci è ancora velata. Sulle cose significative del Tutto possiamo solo fare ipotesi, congetture, illazioni. Su quelle famose “carte di Dio” sembra si debba dire quello che Churchill pensava della Russia comunista: un mistero che cela un enigma che nasconde un segreto.


La nebulosa Farfalla (foto Nasa/Esa/Hubble Sm4 Ero Team)

Alcuni anni fa, in un libretto stupefacente, “Dio e la scienza”, duettando con i fratelli Bogdanov, astrofisici e istrioni televisivi, un po’ geni e un po’ lestofanti, nipoti dell’omonimo autore otzovista, amico-nemico di Lenin, Jean Guitton, forse il più eminente filosofo cristiano del nostro tempo, metteva a nudo le due lacune che, a suo dire, invalidavano l’ottimismo illuminista e la sua pretesa di realizzare, attraverso l’impresa scientifica, il programma di Nietzsche: far morire Dio.
La prima lacuna è, appunto, il mistero dell’origine, l’inizio del Big Bang. Guitton lo chiama, elegantemente, “vertigine d’irrealtà”: come si è prodotto? Da quali processi fisici ed energetici? Cosa c’era prima del primo istante? E’ il tempo oscuro del Big Bang. Si vaga nel buio.
E’ curioso: grazie alla fisica relativista sappiamo quasi tutto dell’evoluzione dell’universo in 13,7 miliardi di anni. Ma dell’inizio vero sappiamo poco, anzi nulla. La scienza si ferma, sorprendentemente, solo ad un attimo (in senso letterale) dal Bang. Non è veramente riuscita a penetrare l’inizio.
E’ costretta a fermarsi un po’ di tempo prima. Quanto tempo prima? Un attimo. La cui lunghezza e durata ci sono note: 10-43 secondi dopo l’inizio. Un muro. Si chiama “tempo di Planck”. E’ considerato in fisica la più piccola durata di tempo concepibile: miliardesime di miliardesime di miliardesime volte più piccola di un secondo (c’è anche una misura di Planck che riguarda l’estensione:
 10-33  centimetri: la più piccola dimensione concepibile).
Quando si giunge, con la ricostruzione della storia fisica dell’universo a questa distanza dal Bang, tutto si annebbia: la fisica che utilizziamo smette di funzionare, la matematica salta, le equazioni vacillano, le conoscenze fisiche diventano inservibili. Entra in campo la fisica quantistica, che riguarda ogni cosa microscopica, più piccola dell’atomo, con le sue stranezze. Ma in un modo che fa a cazzotti con la fisica relativistica. Che poi sarebbe quella che ci ha consentito di arrivare così vicini al Bang.
A 10-43 secondi dopo il Bang si manifesta un divieto. Una sorta di “censura cosmica” evita alla scienza di proseguire oltre e penetrare il momento vero dell’inizio. E’ il mistero più grande del Big Bang: il tempo di Planck! Non è incredibile? Della storia cosmica di 13,7 miliardi di anni siamo riusciti a ricostruire quasi tutto tranne quel microscopico tempo di 10-43 secondi.
Cosa succede lì? Possiamo solo congetturare
La fisica ipotizza che lì funzioni un mondo diverso da quello che conosciamo: il tempo e lo spazio sono intrecciati tra loro e non sono distinti; le quattro forze che governano l’universo conosciuto (forte, debole, gravitazionale ed elettromagnetica) sono tutt'uno; le dimensioni non sono quattro (altezza, lunghezza, larghezza e tempo) ma infinite. L’universo del tempo di Planck è un vero guazzabuglio. Definito dai fisici una “schiuma” in cui tutto è confuso e indefinito, avvolge ancora la vera conoscenza del Big Bang.
Direte: ma si tratta di una frazione di tempo così minuscola! Com'è possibile che contenga eventi significativi? E invece.
Non dimenticate che, in quella frazione di tempo, gli eventi sono quantistici. Il tempo non è quello macroscopico che conosciamo. Non è ancora distinto dallo spazio, non scorre, non prosegue inesorabile come una freccia, non è lineare come lo misuriamo coi nostri orologi.
Al tempo di Planck, nella frazione 
di 10-43 secondi, attimo ed eternità non sono distinti, così come non lo sono passato, presente e futuro.
Quel tempo minuscolo, insomma, è anche immenso. Può essere davvero successo di tutto. E avendo a disposizione tutto il tempo per succedere. Speculazione? Non tanto. Il tempo di Planck è un problema fisico reale. Entra negli esperimenti quantistici. E’ una misura effettiva. Che funziona nelle prove quantistiche. E che inquieta i fisici: non si accorda con la relatività. Lasciando così la fisica monca. E irrita i cosmologi: eleva un muro di opacità, mistero e ignoranza sulla vera dinamica del Big Bang. E, soprattutto, lascia spazio a possibili, disturbanti ipotesi creazioniste.
Per Guitton, c’è una seconda lacuna della cosmologia scientifica. Lui la chiama il “miracolo matematico” o enigma delle coincidenze. L’universo esibisce una strana particolarità: le sue leggi appaiono perfettamente decifrabili e traducibili per noi. Ma solo grazie a un particolare: l’esistenza in natura di alcune costanti, numeri inspiegabili, adimensionali e immotivati che combinati tra loro ci rendono i costituenti della materia e le forze che li fanno stare insieme.
Insomma esistiamo grazie a quei numeri. Se anche uno di loro fosse solo leggermente diverso dal valore che ha… noi non ci saremmo. Ad esempio: se la “costante di struttura fine” (la misura dell’intensità delle interazioni elettromagnetiche) fosse solo leggermente diversa da 1/137 (un numero primo e senza decimali) la luce non interferirebbe con la materia e il mondo sarebbe opaco e informe; se la massa del protone non fosse esattamente 1.836,153 quella dell’elettrone o se le cariche dei quark (le particelle costitutive di protoni e neutroni) non fossero esattamente speculari e opposte a quelle degli elettroni, gli atomi non si formerebbero; se la costante gravitazionale di Newton non fosse esattamente pari a 6,67384 moltiplicata per 10-11, ogni corpo fuggirebbe nel cielo da ogni altro e non ci sarebbero stelle e pianeti. E così per altri parametri e costanti in natura.
Da dove vengono fuori numeri così coincidenti? Come può essersi verificato questo misterioso tuning? Può essere frutto del caso? Della lotteria di eventi prodotti solo dalla probabilità? Certo che no. La probabilità che una combinazione plurima vincente di tante costanti, sintonizzate tra loro, si sia realizzata per caso, nel “breve” tempo dell’evoluzione cosmica dal Big Bang, equivale a… zero.
Solo un numero infinito di lanci, in un tempo infinito, della pallina della roulette cosmica avrebbe consentito di realizzare combinazioni così precise di numeri. No. Il caso non spiega! Guitton ha argomenti solidi: o si ipotizza un “miracolo matematico” o non abbiamo spiegazioni. Dilemmi urticanti per la cosmologia ateista. 
Come ci si può atteggiare dinanzi a essi? In due modi: alla maniera di Einstein. Se il cosmo presenta ancora zone d’ombra, dilemmi e misteri, è lecito pensare che ciò avviene perché esistono variabili nascoste, ribatteva Einstein a Bohr e agli ortodossi delle “stranezze” quantistiche, e la scienza non è ancora arrivata a scoprirle.
Un ragionevole esempio di sobrietà scientifica. Hawking, Krauss, Greene e Dawkins hanno sposato la tesi opposta: la realtà non presenta variabili nascoste. Il microcosmo è, realmente, controintuitivo. L’evidenza quantistica non si raggiunge con lo sperimentalismo “classico”. Se è coerente con la “stranezza” intima degli assunti quantistici, una teoria può essere dichiarata vera. Opportunamente interpretata, la fisica dei quanti consente ipotesi accettabili per spiegare, insieme, il mistero dell’origine e quello delle coincidenze. La prova dell’inesistenza di Dio è, rassicurano i neoateisti, a portata di mano. Un irragionevole esempio di eccesso intellettuale. Che, forse, prima o poi, porterà a far fioccare premi Nobel secolarizzati.
Due sono le fascinose e stravaganti ipotesi che la cosmologia neoateista ha ideato per produrre la prova. La prima è la fluttuazione quantistica. Che dovrebbe spiegare l’inizio del Big Bang.
Secondo Lawrence Krauss (“L’universo dal nulla”) la fisica quantistica ha svelato il meccanismo per cui possono darsi fenomeni privi di causa: eventi che sorgono, letteralmente, dal nulla. Effettivamente c’è in fisica quantistica un fenomeno accertato: si chiama “pair production”. Afferma che in uno spazio vuoto può manifestarsi, senza causa apparente, una coppia di particelle, prima “virtuali” e poi “reali”, che sembrano emergere dal niente. Si chiama fluttuazione quantistica del vuoto.
Attenzione: del vuoto, non del nulla. Per la fisica nulla e vuoto non sono sinonimi. Il nulla è banalmente il niente. Il vuoto è, invece, un oggetto fisico reale. Non è il niente. E’ un qualcosa. In fisica quantistica il vuoto è, in realtà, un pieno: di campi di forze e di energia, potenziale e latente. E dunque invisibile. Attraverso la fluttuazione quantistica questa energia potenziale si trasforma, per via della formula  
E=mc2 e senza una causa osservabile o un evento scatenante, in energia cinetica di particelle reali.
Dal vuoto è nato qualcosa. Dal vuoto, appunto. Non dal nulla. Nella fase del tempo di Planck questo può essere successo: che dalle fluttuazioni di un vuoto ricchissimo di energia potenziale si sia prodotto qualcosa.
Quella di Krauss, scrive Amir Aczel, è una “meravigliosa bugia”, un trucco ingenuo per motivare la non necessità scientifica di ipotesi creazioniste: il mondo può essere emerso dal niente, dal nulla. E invece no.
L’energia non si crea dal nulla. All'attimo del Big Bang non poteva esserci il nulla. Preesisteva qualcosa: energia potenziale! Dal nulla non nascono fiori. Ma allora siamo al punto di partenza: chi ha messo lì quell'energia? Come si è prodotto quel potenziale? Krauss non ci fa fare passi avanti. Il dilemma dell’origine resta.
La seconda prova, immaginata dalla cosmologia neoateista, è la teoria del multiverso. Essa dovrebbe liquidare, ad avviso dei suoi sostenitori, il dilemma delle coincidenze. Se nel caso della teoria di Krauss, del qualcosa dal nulla, si trattava di una “meravigliosa bugia” qui impattiamo una vera bizzarria metafisica.
Anche in questo caso i cosmologi neoateisti distorcono, forzano e strumentalizzano un’effettiva, ma reale e verificata, stranezza quantistica: la teoria dei “molti cammini”, secondo la definizione di Richard Feynman, uno dei padri più geniali della fisica quantistica. L’esperimento più enigmatico della fisica quantistica, e quello più noto e praticato, è l’esperimento della doppia fenditura. Esso prova il carattere ambivalente della luce: insieme onda e particella. Lanciate un fotone di luce o una particella subatomica verso uno schermo con su incisa una doppia fenditura. Da dove passa la particella? Da quale fenditura? Il risultato dell’esperimento non lascia dubbi: il fotone o la particella mostrano, inequivocabilmente, di essere passati da entrambe le fenditure. Pazzesco. Come ha fatto la particella a scegliere?
Non ha scelto, afferma Feynman: ha semplicemente percorso istantaneamente tutti i cammini a essa consentiti: è passata da entrambe le fenditure e, anche, da nessuna di esse. Tutti i cammini possibili si sono sovrapposti, dice Feynman. Com’è stato possibile? Ipotesi: essendo un’onda, la particella (pensate a un’onda del mare) non è in un punto preciso, ma si distribuisce su uno spazio esteso. Esperisce, così, tutti i cammini che le sono consentiti, in quanto onda, dalle sue misure: lunghezza, frequenza, altezza. E’ così? Non si sa. Ma è una spiegazione. Che fanno i neoateisti?
Estrapolano questa ipotesi del mondo subatomico e delle sue enigmatiche stranezze e la applicano al mondo macroscopico. Traendone una conclusione bizzarra e metafisica: l’universo intero e tutti gli eventi che in esso avvengono si comportano come una singola particella di luce o di materia: messo davanti alla decisione di una scelta, l’equivalente macroscopico della doppia fenditura, non sceglie! Semplicemente: percorre tutti i cammini a disposizione. Come? Biforcandosi, moltiplicandosi, realizzando ogni possibilità a disposizione. A ogni istante le versioni dell’universo si moltiplicano. In un numero infinito.
Ci sono, secondo i teorici del multiverso, infinite versioni reali di ognuno di noi in universi lontani o vicinissimi (compattati in dimensioni sconosciute) che non si toccano. Infinite versioni di noi, reali e coscienti. Pensateci: fosse vero avremmo realizzato la vita eterna.
Ovviamente non abbiamo indizi o segnali di esistenza di tali universi. Essi non sono osservabili in alcun modo. C’è solo da credere.
Che significa il multiverso per il dilemma delle coincidenze? Semplice. Non c’è più dilemma. Esse non sono dovute al caso e, tanto meno, a un miracolo. Noi osserviamo solo le costanti, i numeri, le combinazioni che, nell'infinita produzione del multiverso, si sono realizzate qui consentendoci di esistere. Ma ogni altra versione dei numeri si è realizzata da altre parti. Non c’è tuning e non c’è il caso.
Decisamente un’ipotesi “dispendiosa”, la definisce Samir Aczel. E decisamente più metafisica dell’ipotesi creazionista.

[Tratto da Il Foglio del 29/6/2015]

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sabato 5 settembre 2015

Il Campo Quantico: La Coscienza Dell’Universo


il-campo-quantico


Mi piace immaginare il campo quantico come un teatro, un teatro in cui viene rappresentato tutto ciò che accade nell’Universo, un recipiente che contiene il Tutto e al di fuori del quale vi è il nulla. Questo teatro è la coscienza dell’Universo e ciò che noi oggi comunemente chiamiamo coscienza umana altro non è che una serie di aspetti differenti della medesima coscienza dell’Universo. In pratica, ci illudiamo di essere separati da essa,produciamo un’illusione (il maya indiano) e non ci rendiamo conto di come il campo quantico serva proprio per interconnettere tutto ciò che è presente sul teatro.Ognuno di noi è connesso con tutto ciò che lo circonda, che si tratti di persone o di pianeti, non c’è differenza, tutto è interconnesso, perché tutto è Uno. E non sono io a dirlo, dal Buddha ad Einstein il concetto è chiaro: siamo Uno! La coscienza è il fondamento dell’esistenza, al di là del nostro cervello e di qualsiasi cosa che possiamo immaginare, ipotizzare o intuire.
I primi fisici della storia separarono il mondo in materia e pensiero, poi in materia ed energia. Significa che consideravano ciascun elemento del dualismo come separato l’uno dall’altro. Questo modello culturale ha influenzato per secoli la nostra visione del mondo con il risultato che fino a qualche tempo fa quasi tutti coltivavano l’idea che la realtà che vivevamo fosse già predeterminata e che nessuno avesse le facoltà di cambiare le carte in tavola con le proprie azioni, o figuriamoci, con i propri pensieri. Ma non solo i fisici, anchela religione Cristiana imponeva le sue idee: Dio ha creato il cielo e la terra, piante e animali, tutto in sei giorni, quindi la realtà era già bella e pronta, creata, e ciascuno di noi non poteva far nulla per modificarla o, eventualmente, crearne una nuova. Poi i vari Cartesio, Newton, affermavano di come la realtà operasse in base a principi meccanicistici, e consideravano l’Universo e gli stessi esseri umani come “macchine” che potevano essere frammentate in pezzi da studiare e misurare. In questo modo si andava perdendo di vista l’intero, e si dava sostanza al paradigma della separazione di tutte le parti dell’Universo e degli uomini. L’idea base della filosofia della frammentazione si fondava sulla teoria che tutto ciò che esiste in questo Universo galleggi in un vuoto cosmico, un vuoto che separa ogni cosa l’una dall’altra.
albert-einstein-formula-mc2Per fortuna poi arrivarono gli sperimentatori quantistici, insieme ad un certo Albert Einstein, che produssero con i loro risultatiil ribaltamento della visione meccanicistica di Newton, una rivoluzione delle idee che ha portato a rivedere la nostra percezione del mondo. Dimostrarono come energia e materiasono da considerarsi, in fondo, come la stessa cosa, due facce della stessa medaglia. Infatti, fino al 1905, tutti pensavano che la massa e l’energia fossero due realtà fisiche molto diverse, separate tra loro e senza alcuna interconnessione. Ma quel “genio” di Einstein, proprio in quell’anno, pubblicò e dimostrò quella sua semplice ma rivoluzionaria formula “E=mc²”,secondo cui si stabilisce che massa ed energia sono due forme perfettamente equivalenti della medesima cosa! Ciò vuol dire che la massa può essere trasformata in energia e l’energia può essere trasformata in massa. A qualcuno tutto ciò può sembrare strano se non addirittura eretico, ma se ci si riflette su, si possono intuire diversi “passaggi” che evidenziano quanto sopra enunciato. Prendiamo ad esempio la massa che diventa energia: possiamo dimostrarla con le radiazioni che ci arrivavano dal nostro sole. Il sole, che per l’appunto è massa, si trasforma in energia solare. Apparentemente più difficile è dimostrare l’energia che si trasforma in massa, ma possiamo “intuire” come l’Universo sia nato e vissuto i suoi primi tempi soltanto come energia, e solo successivamente si è avuta la trasformazione dell’energia presente in massa che si è poi aggregata nelle forme che noi oggi conosciamo.
Quindi, è agli sperimentatori quantistici come Einstein, Planck, Bohr, De Broglie, Everett e a tanti altri, ai quali dobbiamo la nostra riconoscenza per averci evidenziato come, in quello che un tempo era ritenuto il vuoto cosmico, esiste in realtà un campo di energia molto particolareil campo quantico. Un campo quantico di energia potenziale, un campo che custodisce caratteristiche molto particolari e che pervade l’intero Universo, di ciò che si vede e di ciò che non si vede. Tutto, compresi noi esseri umani, siamo immersi in questo campo, in modo tale che grazie ad esso ogni minima parte del cosmo, qualunque cosa sia, è istantaneamente in contatto con il Tutto. Naturalmente una tale visione determina un capovolgimento totale della percezione della realtà e dell’Universo. Tutto è collegato e unito “in” e da questo campo di energia. Siamo intimamente legati ad ogni cosa, e ad ogni essere vivente nell’Universo, e la “separazione” altro non è che un’illusione, un banale errore di prospettiva 😉 !!
La realtà fondamentale del cosmo è che noi siamo tutti uniti dall’energia “virtuale” di questo campo quantico. Nel campo quantico infatti, non esiste né lo spazio né il tempo, in quanto, non essendoci separazione, l’informazione NON viaggia da un punto A ad un punto B, ma è istantanea, perché il campo è cosciente, e il punto B sa immediatamente ciò che accade al punto A. Questa è la coscienza dell’Universo.
cocoscienza-umana-possibilitàIl campo quantico è pertanto un luogo dove sono previste tutte le possibilità, immaginabili e inimmaginabili, contiene tutte le memorie passate dell’Universo manifesto e quelle che devono ancora venire. Il campo, però, non “decide”, questo compito spetta alla coscienza umana, che sceglie alcune delle possibilità presenti per far sì che le “possibilità” si manifestano concretamente nel mondo fisico. Tutto ciò può sembrare “strano” per qualcuno, che storcerà il naso chiedendo delle prove tangibili del campo quantico. Ma la verità è chel’oggettività delle cose a livello quantico scompare, ed è indimostrabile una verità che si trova ad un livello vibratorio elevato, usando strumenti e metodi che funzionano ad un livello vibratorio più basso, come quelli degli attuali scienziati. Noi siamo abituati a credere soltanto a ciò che vediamo, ma la realtà visibile rappresenta soltanto il 5% dell’intera realtà, e l’altro 95% soltanto perché è intangibile, non significa che non esiste! Dobbiamo renderci conto che i nostri cinque sensi e gli strumenti fisici di misurazione, che rappresentano una loro estensione, sono soltanto una finestra “limitata” sulla realtà. Dovremmo imparare a sviluppare capacità di percezione più raffinate, più dettagliate, in grado di offrirci una visione più completa e olistica della realtà.
Di fatto, la scienza di oggi, forse senza volerlo, punta nella direzione degli insegnamenti spirituali dei grandi maestri della sapienza antica, ed è un gran bene per tutti noi, in quanto il campo di energia quantica che pervade tutto l’Universo è ciò che le antiche tradizioni hanno di volta in volta definito come “Spirito di Dio”, “Energia Universale”, “Coscienza Cosmica”, “Piano Eterico” e via dicendo. Questa direzione intrapresa ci potrà fornire numerose risposte, non solo perché il campo quantico è in grado di risolvere molti degli enigmi della scienza, ma soprattutto perché può dare la spinta definitiva all’umanità per un salto quantico della coscienza verso un mondo non più frammentato, regno delle macchine e della separazione, bensì verso un mondo unitario e coerente, dove non ci siamo noi e gli altri, ma solo l’Uno, indiviso e indivisibile.
L’essere umano è una parte di quel tutto che noi chiamiamo “Universo”, una parte limitata nello spazio e nel tempo. L’uomo sperimenta sé stesso, i suoi pensieri e i suoi sentimenti scissi dal resto — una sorta di illusione ottica della propria coscienza. Lo sforzo per liberarsi di questa illusione è l’unico scopo di un’autentica religione. Non per alimentare l’illusione ma per cercare di superarla: questa è la strada per conseguire quella misura raggiungibile della pace della mente.” Albert Einstein

Tragicomico

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