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lunedì 2 luglio 2012

Strumenti di crescita: "Osservazione"

 

Care amiche ed amici il compito della 1° settimana di luglio sotto il segno di Cancer riguarda la: "Osservazione".

 
Iniziando il lavoro di ripulitura dei corpi di manifestazione per renderli la "casa luminosa" dell'Anima che vi dimora, come il segno di Cancer afferma, poniamo la nostra attenzione sul primo strumento che permette di realizzare l'opera: l'osservazione. Senza osservazione non ci possiamo accorgere degli attaccamenti e illusioni a cui siamo soggetti.
 
Patanjali nel 17° sutra fa riferimento al riconoscimento della quadruplice natura di tutte le forme e quindi anche di noi esseri umani.
Egli afferma che un "oggetto" consta di forma, qualità, scopo ed anima. A noi saperle riconoscere attraverso l'esame formale, la discriminazione qualitativa, l'ispirazione che svela lo scopo e l'identificazione con la sua essenza o Anima.
In questo modo l'oggetto della nostra osservazione ci conduce dal particolare all'universale, riconciliando ed allineando la nostra coscienza con il principio divino.
Dunque l'osservazione, se condotta nel modo corretto, conduce l'osservatore dall'effetto della forma in manifestazione alla causa o principio che l'ha generata.
 
Esercitiamoci ad osservate un oggetto, esaminandone la forma per poi scomporla in figure geometriche (triangoli. poligoni, cerchi, ellissi...). In questo modo cogliamo le linee o vettori di forza che interagiscono e vitalizzano l'oggetto medesimo.
Passiamo poi a domandarci quali qualità esprima: durezza, morbidezza, forza, fragilità, ecc...; ascoltiamo anche i sentimenti o le emozioni e i ricordi che può evocare; quindi riconosciamone lo scopo principale, cioè a che cosa serve. Andiamo a ritroso nel tempo immaginando il momento in cui, per quella specifica funzione, un essere umano lo ha pensato, progettato e realizzato.
 
Per rivelarne l'anima dobbiamo porci in ascolto interiore e chiedere alla nostra essenza di entrare in contatto con l'essenza dell'oggetto. Sentiamoci l'oggetto stesso. A quel punto, se l'aspirazione è sincera, qualche cosa succede dentro di noi. Difficile descriverlo poiché è soggettivo; tuttavia, se viviamo una percezione di espansione totale, e si palesa un senso di comprensione profonda per la vita e la manifestazione dell'essere, è probabile che abbiamo raggiunto la giusta connessione.
 
Dall'oggetto ai sentimenti la procedura è la medesima. Entriamo in osservazione di ciò che le emozioni risvegliano nella nostra memoria profonda. Allo stesso modo possiamo osservare gli altri, senza giudicarli, bensì, cogliendo, attraverso i loro gesti, parole e pensieri, quale sentimento e soprattutto quale intento li animi.
 
Il pensiero seme è:
"Ogni forma è manifesta per svelare lo spirito che la vivifica".
Buon lavoro
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venerdì 11 maggio 2012

Osservare l'odio

Leggiamo un brano di Krishnamurti:


"Nessuno ti può insegnare ad amare. Se si potesse insegnare l’amore i problemi del mondo sarebbero molto semplici, no?...
Non è facile imbattersi nell’amore. È invece facile odiare e l’odio può accomunare le persone...
Ma l’amore è molto più difficile. Non si può imparare ad amare: quello che si può fare è osservare l’odio e metterlo gentilmente da parte.

Non metterti a fare la guerra all’odio, non star lì a dire che cosa orribile è odiare gli altri. Piuttosto, invece, vedi l’odio per quello che è e lascialo cadere... La cosa importante è non lasciare che l’odio
 metta radici nella tua mente. Capisci? La tua mente è come un terreno fertile e qualsiasi problema, solo che gli si dia tempo a sufficienza, vi metterà radici come un’erbaccia e dopo farai fatica a tirarla via. Invece, se tu non lasci al problema il tempo di metter radici, allora non sarà possibile che esso cresca e finirà, piuttosto, con l’appassire. Ma se tu incoraggi l’odio e dai all’odio il tempo di mettere radici, di crescere e di maturare, allora l’odio diventerà un enorme problema. Al contrario, se ogni volta che l’odio sorge tu lo lasci passare, troverai che la mente si fa sensibile senza diventare sentimentale. E perciò conoscerà l’amore".
In un passo evangelico Gesù dice:
"Non resistete al male" (Mt 5, 39).
Tutto questo è in piena consonanza con la nostra pratica meditativa. Si medita anche per eliminare la nostra vergognosa abitudine a fare della nostra mente un terreno fertile all'odio, nel quale esso attecchisce, si moltiplica e ci domina.
È un esercizio che il buon meditante porta sempre con sé, anche fuori dalla nostra sala di meditazione. Una buona pratica qui conduce ad una buona pratica là fuori, e viceversa: ricordiamoci sempre questa regola evidente a tutti coloro i quali meditano già da un po' di tempo.
Facciamo un esempio. Sono in autobus, seduto in un posto non riservato ad anziani o a persone con difficoltà motorie. Dentro l'autobus c'è molta gente, tutti i posti a sedere sono occupati e anche le persone in piedi sono di un certo numero. Entra una signora anziana, con evidenti difficoltà nel destreggiarsi; si guarda in giro in cerca di un posto libero, io la noto e le lascio la mia sedia. La signora si siede senza ringraziarmi. Bene: cosa succede a questo punto? Nella stragrande maggioranza dei casi, nasce in me un moto di stizza, di antipatia per quella donna. Diciamolo pure: odio. Siamo abituati ad associare questa parola a grandi eventi, alla guerra, a relazioni veramente conflittuali. Ma è da queste piccole situazioni che l'odio si genera in noi; è qui che comincia a sedimentare in noi questo automatismo. Dunque mi accorgo che spesso e volentieri anche le azioni apparentemente più morali, più giuste, tante volte sono dei piccoli ricatti camuffati, dei do ut des: io faccio questa buona azione, ma dall'altra parte ci deve essere un tornaconto. Ti faccio un piacere? Bene, ma te lo devo fare pagare in un modo o nell'altro: attendo un tuo ringraziamento o un tuo gesto di piena riconoscenza. Faccio qualcosa che viene considerato moralmente elevato? Allora mi aspetterò un riconoscimento da parte di qualcuno, la famiglia, gli amici, la società, le persone che mi circondano.
Invece se vogliamo sviluppare la qualità della benevolenza e della equanimità, due aspetti molto importanti nella pratica della meditazione, bisogna cercare di svincolarci da tutto ciò.
È essenziale partire da queste piccole situazioni - che piccole poi non sono! - per poi procedere verso questioni più pesanti: è come sollevare i pesi, si inizia dal poco e poi, quando si è dovutamente allenati, si aggiungono altri chili al nostro bilanciere. Dunque, quando il seme dell'ira, dell'odio sta subdolamente facendo ingresso nella nostra mente, noi ci fermiamo, lo osserviamo, creiamo uno spazio vuoto attorno a lui, ed esso in brevissimo tempo scomparirà. Anche qui, come nella pratica meditativa, molto importante è non giudicare il male che fa capolino, ma solo osservarlo in modo distaccato, senza valutarlo in alcun modo. Lo stato subito seguente a questa operazione sarà qualcosa simile ad una quieta soddisfazione, un pacificato piacere: non ci siamo fatti ingabbiare dalla nostra reazione automatica che genera in noi odio al presentarsi di una certa situazione nella quale ci veniamo a trovare; siamo riusciti a svincolarci da un funzionamento puramente meccanico della nostra persona, abbiamo consapevolmente osservato e mutato il nostro stato. Si fa in noi quindi chiara la sensazione che su questa via, se perseguita, non si può che giungere ad estirpare un'abitudine malefica e sostituirla con un'abitudine benefica.
Ogni giorno si presentano innumerevoli occasioni per esercitarsi in questo modo. Davanti ad ognuna di esse abbiamo due possibilità: o continuare ad essere succubi delle circostanze, comportandoci come delle macchine che a certi input danno sempre certi output; oppure svegliarci dal nostro sonno, scegliendo un percorso di liberazione dalla nostra angusta situazione. Cosa scegliamo?



« C'è una rivoluzione che dobbiamo fare se vogliamo sottrarci all'angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni in cui siamo afferrati. Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie e le ideologie, ma con una radicale trasformazione della nostra mente. »
(J. Krishnamurti, Di fronte alla vita)

martedì 24 aprile 2012

Lo Sguardo

 



Il pensiero oggettivo è lo Sguardo dall'Alto.

Uno sguardo libero, lo sguardo che vede.
Senza questo sguardo posto su di me e che mi vede, la mia vita è la vita di un cieco che va dove lo spinge l'impulso senza sapere né come né perché.
Senza questo sguardo posato su di me non posso sapere che esisto.

Io ho il potere di elevarmi al di sopra di me stesso e di vedermi liberamente, di essere visto. Posso far sì che il mio pensiero non sia asservito: per questo è necessario che si distacchi da tutte le associazioni che lo tengono prigioniero, passivo, occorre che tagli i fili che lo tengono legato a tutte queste immagini, a tutte queste forme; occorre che si liberi dall'attrazione costante del sentimento. Occorre che il pensiero senta il potere che ha di resistere a questa attrazione, di vederla mentre esso si eleva progressivamente al di sopra. In questo movimento il pensiero diviene attivo, si attiva purificandosi; acquista così uno scopo, uno scopo unico: pensare "Me", realizzare "chi sono io", entrare in questo mistero.

Diversamente i pensieri non sono altro che oggetti, occasioni di schiavitù, reti nelle quali il pensiero reale perde il suo potere di oggettività e di attività volontaria. Offuscato da parole, immagini e forme che lo sollecitano, il pensiero perde la sua facoltà di vedere, perde il senso del Me.

Allora non sono altro che un organismo alla deriva, un corpo privo di intelligenza. Senza sguardo sono costretto a tornare all'automatismo e alla legge dell'accidente. Questo sguardo allo stesso tempo mi colloca e mi libera. E nei miei migliori momenti di raccoglimento accedo ad uno stato nel quale mi è dato di conoscere, di sentire il beneficio di questo sguardo che discende su di me, che mi abbraccia.
Mi sento sotto la luce, sotto lo splendore di questo sguardo.

Ogni volta il primo passo è il riconoscimento di una mancanza; sento la necessità di un pensiero, la necessità di un pensiero libero rivolto verso di me, così che io possa prendere realmente coscienza della mia esistenza. Un pensiero attivo il cui unico scopo, l'unico oggetto è Me ... ritrovare Me.

Questa è la mia lotta: una lotta contro la passività del mio pensiero. Una lotta senza la quale nulla di più cosciente potrà trovare posto, né potrà nascere. E' una lotta per uscire dall'illusione del "me" nella quale vivo, per avvicinarmi a una visione più reale. Nel cuore di questa lotta un ordine, una gerarchia si crea nel caos: si rivelano due piani, due mondi. Finché non esiste che un solo piano non può esserci visione. Il riconoscimento di un altro livello, questo è il risveglio del Pensiero.

Senza questo sforzo, il pensiero ricade in un sonno popolato di parole, di immagini, di rigide nozioni, di un sapere approssimativo, di sogni, di agitazione. E' il pensiero di un uomo senza intelligenza. E' terribile rendersi conto improvvisamente di aver vissuto senza un pensiero proprio, indipendente, senza intelligenza, senza nulla che possa vedere ciò che è reale. Quindi senza legame col mondo dell'Alto.
E' nella mia essenza che raggiungo colui che vede.
Se potessi restare lì, sarei alla sorgente di qualcosa di unico, di stabile, alla sorgente di ciò che non cambia.

 

 



Questo testo del 23 luglio 1958 è stato estratto da un quaderno di Jeanne de Salzmann
e pubblicato con l'autorizzazione del dottor Michel de Salzmann.


Tratto da George Ivanovitch Gurdjieff, Dossier H, vol. I, pagg. 13-15
Edizioni Riza



mercoledì 21 settembre 2011

Dall'Io all'Essere

Prestando attenzione
al tuo modo di vivere,
sentire e pensare,
te ne liberi e lo trascendi.
La tua individualità si dissolve
e rimane solo il Testimone.
In seguito, potrai andare
oltre il Testimone.

Saggezza orientale

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Riceviamo da Giacomo e pubblichiamo


Riportiamo questo link che rimanda direttamente al bel video, su testi di Osho, suggerito nei commenti da Serpente Piumato (Grazie!):
- http://www.youtube.com/watch?v=imvWK9lIg5k&feature=related

Nello stesso posto potete trovare altri interessanti video sull'argomento.


domenica 17 luglio 2011

Paradossi e Sofismi § Coscienza individuale e globale

Riportiamo questo particolare, interessante, ironico, sintetico articolo sulla coscienza,
tratto da [Fonte]

Spirali di luce - A_Light_for_Dark_Places_by_nightmares06buythisprintfromwww_deviantart_com

Paradosso della molteplicità delle percezioni esistenziali coscienti

Il titolo fa figo. Questo è indubbio.
Dunque, ho risolto i grandi dubbi esistenziali con un po' di internet e di consapevolezza, niente di difficile. Ma c'è un dubbio che mi assilla e che non pare molto comune, anzi. Non ho mai letto nessuno porre un problema esattamente identico a quello che sto per porre, nonostante sia di estrema importanza per una comprensione completa dell'esistenza. Certo, della coscienza si parla tanto, ma non di come la sua individualità sia incompatibile con la logica basilare. Ho usato la funzione di ricerca avanzata, e ho cercato su internet in generale.
Sembrerò prolisso, ma mi si creda, è esaustività necessaria per la comprensione del dilemma.

Si intenda con il termine coscienza il nostro "io" pensante, la nostra consapevolezza, il nostro percepire l'esistenza, il percepire i cinque sensi di un determinato individuo fisico, si intenda l'anima o lo spirito, se così piace chiamarli.

È fondamentale capire cosa voglio intendere con quest'entità, prima di proseguire:

essa è rendersi conto di esistere; la persona vicino a voi vi dirà che lei si rende conto di esistere, che pensa, magari è pure solipsista, ma voi percepite soltanto i vostri pensieri e i vostri cinque sensi, non è vero? Ecco, questo vostro percepire è l'entità che io chiamo percezione, un'entità ricettiva esistenziale, in un certo senso astratta, la vera coscienza.
La questione è quella che segue.

Perché si avverte un'unica coscienza, e questa è legata ad un cervello fra tutti?

Oppure, riformulando, perché si avverte un'unica percezione, un'unica mente, un unico io e, perché questo io è legato ad un cervello fra tutti, ad un punto di osservazione e di ricezione sensoriale fra tutti quelli possibili?

La risposta stolta, che non comprende il quesito, afferma: «Perché tu sei quel determinato cervello e quindi quello avverti».
Ma la domanda indaga come sia possibile che esistano, se davvero è così, tante percezioni anziché una soltanto, tante coscienze anziché una, che la natura posiziona casualmente o meno in determinati cervelli.
Posto infatti che la materia è una, da essa dovrebbe generarsi una sola percezione.
Elaboro.
La materia, ciò che è fisico, ciò che è, è uno. Noi esseri umani possiamo distinguere in questo tutto delle cose singole, grazie alla logica. Ma il mio piede fa parte dell'Universo, è la stessa materia della formica. Se quindi da processi fisico-elettrici della materia si genera una percezione della materia, ovvero una capacità della materia di riflettere sul suo stesso essere, di accorgersi di essere, ha senso credere che tale percezione sia una.
Invece pare di pensiero comune credere che le coscienze siano tante, ognuna per i vari esseri che noi con nostra logica umana abbiamo distinto. Ma benché i cervelli siano tanti, possa contarli, possa vederli tutti, le coscienze non posso percepirle tutte: percepisco solo la mia.
Si scopre dunque un paradosso esistenziale: la coscienza dovrebbe essere una monade, una per tutti, per tutta la materia esistente, e invece io ne avverto una che è specificatamente correlata al cervello della mia persona fisica, e di conseguenza sarebbe verosimile che gli altri cervelli ne avvertano anch'essi una differente, ma ciò, di nuovo, è assurdo poiché la materia è una.
Io ho i miei ricordi. Li ho perché sono nella memoria del mio cervello, ma li posso leggere solo perché c'è una percezione, un'entità ricettiva esistente. È assurdo che quest'entità sia confinata e legata al mio cervello anziché estesa all'intero universo. Per capire a fondo il problema è necessario comprendere che è proprio assurdo. Finché sembrerà normale vorrà dire che non si è davvero colto il problema esposto.
Questa domanda trova una possibile risposta nel solipsismo, il quale afferma che tale monade è appunto quella che il filosofo individuo avverte; nel mio caso, essa sono io e io soltanto. È vero che ogni individuo può essere solipsista e può ammettere di essere lui la vera coscienza, tuttavia, anche un robot, opportunamente programmato, può ammettere di esserlo, quindi ciò non smonta l'idea che l'unica vera percezione dell'esistenza sia la mia, che l'unica percezione sia Io che scrivo.
Nonostante ciò, è comprensibile ch'io sia alla ricerca di una diversa conclusione, perché il solipsismo appare incongruente con la realtà visibile-logica. Voglio dire, di tanto tempo, di tanto spazio, di tanti esseri, non c'è alcunché che possa spiegare perché l'impianto di tale percezione sia avvenuto sul mio cervello anziché sui numerosi altri cervelli possibili.
Mi viene l'idea di una percezione materica che viaggi lungo il tempo attraversando diversi cervelli come fosse vento, ma pare quasi un'idea religiosa o un film.
Un'altra risposta dice che esiste una coscienza globale e che io sono una parte di essa, e perciò avverto solo tale parte. Ma la percezione è percezione, punto. È una cosa. Esiste lo spazio, esiste il tempo, esiste la percezione esistenziale. Punto. Lo scenario di chi risponde vorrebbe invece che essa si divida in tanti piccoli pezzi, ognuno per ogni cervello. È come dire che l'universo esistente è separato in un certo numero di sotto-universi non comunicanti, in base al numero, chessò, di galassie o di ammassi di galassie. Nonsense. E anche se fosse, non c'è ragione perché Io avverta soltanto una sottoparte della percezione globale (l'Io della frase è di comodo).

Altra risposta: «La coscienza è un'illusione».
In pratica, quest'idea racconta che ogni cervello si autoconvince di essere l'unica mente pensante. Quindi saremmo tutti dei robot pensanti. Il problema è che il ragionamento funziona fintanto che si guarda l'universo dall'esterno e lo si analizza come se fosse qualcosa di separato da colui che analizza, ma non appena ci si accorge di essere l'unica "percezione percepibile" che vive tra i robot, la spiegazione va a farsi benedire, perché si reinstaura la domanda iniziale.
Uno potrebbe dire: «Ma è proprio questa l'illusione!»; no, perché si dimentica totalmente un elemento d'analisi, cioè la propria percezione, lo si lascia fuori mentre s'ha invece da tenerne conto per consentire un'analisi completa e corretta. Troppo facile scartare ciò che dà fastidio cambiandone la natura.

In sintesi, di seguito.

A favore della coscienza unica:
- si percepisce una sola coscienza, la propria;
- la materia è una, e da essa si deve generare una sola percezione.

Contro la coscienza unica:
- è assurdo che la percezione esistenziale universale sia legata ad un singolo cervello fra tutti;
- il solipsismo è un po' troppo fantastico, alla Matrix.

Si genera dunque un paradosso.
Diversamente da ciò che si potrebbe dire sull'universo, ovvero che esiste perché così è, non si può affermare lo stesso per la percezione, a causa di questo paradosso.
Sulla sorgente della coscienza, per chiarire meglio:
pare che la coscienza nasca da processi cerebrali e quindi può sembrare ovvio che ogni cervello abbia una singola coscienza propria la quale si è generata da esso.
Dove sta dunque l'inghippo? Nel fatto che di tutte le coscienze esistenti, tu lettore, avverti soltanto quella della persona fisica [tuo nome e cognome].
Per immedesimarmi in te lettore e rendere la frase precedente più corretta, posso dire che si percepisce soltanto la coscienza della persona fisica [tuo nome e cognome].
Questa è un'inconsistenza logica, un paradosso. Si dovrebbero infatti percepire tutte le singole coscienze, seppur in qualche modo mantenendole collegate ai vari cervelli.
Si dovrebbe essere un dio che può coesistere in tutti i cervelli. Invece non è così, e ciò mi risulta inspiegabile.
Ebbene, molto probabilmente non c'è soluzione a questo paradosso esistenziale, ma mi trovo costretto verso la ricerca di una risoluzione e verso la diffusione di tale dilemma.

[Fonte]

Immagine: Spirali di luce - A_Light_for_Dark_Places

Note:
1. Nello spazio-tempo, alcune volte si ha la percezione di percepire ciò che percepisce un'altra coscienza (la ripetizione del termine "percepire" è evidentemente voluta...). Si ha la sensazione di condividere un certo tipo di percezione...
2. Nell'esoterismo una coscienza "monadica" percepisce tutto come uno, come una coscienza unica; possiamo, quindi, ipotizzare che possono esistere diversi tipi e diversi livelli di coscienza...


sabato 22 gennaio 2011

Disidentificazione Osservatore Testimone

di Bruce Lyon

Cercare il Testimone
La pratica che preferisco fra quelle di questo tipo è quella della lama rotante del Buddismo vajrayana.
Fondamentalmente l’idea consiste nell’usare tecniche d’identificazione finché la focalizzazione della coscienza non diventi causale o ‘testimone’.
Testimone perché si è capaci di essere testimoni dei propri pensieri, delle proprie sensazioni e delle proprie azioni senza aver investito su di essi.
A quel punto, permanendo saldi nella coscienza del testimone, si cerca attivamente il testimone. Invertendo l’attenzione del sé dall’esterno e dalle forme, verso il soggetto stesso e mandandolo alla ricerca del sé si possono avere alcune esperienze pienamente liberatorie.
Ecco come Thurman lo descrive:

Il diamante è quel senso di un unico, assoluto e sostanziale nucleo interno, e quando ruota su se stesso girando intorno in cerca di se stesso diventa una trivella. (16)

Il ‘sé’ che è il testimone e l’osservatore in coscienza rivolge ora la sua attenzione su se stesso e comincia a districare il ‘nodo’ centrale della propria identità.
Il processo s’intensifica finché l’intera illusione soggetto-oggetto comincia a dissolversi.

Poi improvvisamente ti senti come se fossi aperto come il cielo.
Improvvisamente non puoi trovare neppure l’osservatore che vuole guardare, e non puoi trovare quello che il vedente non ha trovato, e non puoi trovare il non-trovare.
Improvvisamente ti capita proprio di scioglierti e di diventare come uno spazio vuoto, come se il vento soffiasse attraverso te...
Allora la tua assolutezza si scioglie, come legnetti per accendere il fuoco che vengano strofinati finché si accendono in una fiamma, come un diamante che esegue un taglio su se stesso, come la fissione nucleare o la fusione nel Sole.
(17)

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Un’introduzione divulgativa si può trovare nel libro ‘Circumambulando la Montagna Sacra’ di Robert Thurman e Tad Wise.

(16) Robert Thurman & Tad Wise. Circling the Sacred Mountain, pag. 113-114.
(17) Robert Thurman & Tad Wise. Circling the Sacred Mountain, pag. 114.

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Fonti:
- Lyon B., Agni, Istituto Cintamani, Roma 2006, pag. 31-32

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