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mercoledì 13 marzo 2019

PERDONARE... PERDONO...

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Perdona e sarai libero. 
Dimentica di aver perdonato e sarai ancor più libero. 
La rabbia non svanirà mai finché i pensieri del rancore verranno nutriti nella nostra coscienza. 
La rabbia scomparirà solo quando i pensieri del rancore saranno dimenticati. 
Vai oltre questa o quella via, sulla sponda estrema dove il mondo si dissolve e ogni cosa diventa chiara. 
Oltre questa sponda e la sponda estrema, al di là dell’al di là, dove non v’è inizio, né fine, senza paura, vai. 
   Buddha


Perdonate gli Errori di Ieri. 
C'è qualcuno che possa affermare di vivere una vita 'perfetta'? Difficile. Tutti commettiamo errori di cui poi ci pentiamo e vorremo tornare indietro per evitarli. Il perdono è il miglior balsamo per l'anima. Perdonando noi stessi e il nostro prossimo cessiamo di aggrapparci alle cause della nostra sofferenza e le lasciamo andare. Tutto cambia; è questa l'unica costante. Che ce ne rendiamo conto o meno, noi cambiamo continuamente. Non siamo le stesse persone di ieri, di un anno fa, o di dieci anni fa. Non è necessario che continuiate a tenere stretti gli errori ed i torti del passato in un perenne stato accusatorio verso voi stessi e gli altri, dal momento che quelli sono gli errori commessi da altre persone. Il farlo aggiunge sofferenza alla sofferenza. Fermatevi ad osservare la vostra ombra, riconoscete la sua transitorietà, e lasciatela andare. 
Paul Lenda


Il Perdono
Chi è povero e debole spiritualmente non è capace di perdonare ma cerca di Vendicarsi. Per perdonare chi vi ha fatto del male, dovete diventare grandi, ricchi, forti, luminosi. 
Dovete dirvi: “Devo perdonarlo perché, poveretto, è privo di luce, di conoscenza, di nobiltà… E non sa neppure in quale situazione si mette facendomi del male, perché le leggi divine sono inesorabili e quindi dovrà soffrire per il male che mi ha fatto. Io invece, anche se ne sono la vittima, ho il privilegio di lavorare per il bene, per il Regno di Dio, per la luce”.
Pensando così e paragonando lo splendore in cui vivete voi, per aver scelto il cammino del bene, alla miseria e all’oscurità di coloro che sono ingiusti e cattivi, un sentimento di pietà, di indulgenza e d’amore s’impadronirà di voi, Questa generosità, che non avreste potuto raggiungere con nessun altro mezzo, è invece facilmente raggiungibile in questo modo.
Quando noi odiamo una persona, siamo legati a lei da un legame emozionale più forte dell’acciaio. Il perdono è l’unico modo per rompere tale legame e ritornare liberi. La persona odiata diventa, pian piano, il nostro padrone; ci viene in mente di giorno e di notte; ci toglie sonno e serenità e ci priva della gioia di vivere.
Se però consideriamo coloro che ci hanno fatto del male, come delle persone che (in un momento particolare) hanno agito male nei nostri confronti, ma sono pur sempre dei figli di Dio, il perdono non ci sarà difficile. Esse hanno attraversato il nostro cammino per un appuntamento fissato dal Creatore. Dobbiamo ricordare che quando qualcuno ci ferisce, lo fa perché la sua anima sta cercando di accaparrarsi la nostra divina attenzione e la nostra benedizione. Se gliela offriamo, cesserà di intralciare il nostro cammino.
Qualcuno può pensare di non aver nulla da perdonare. Se nella sua vita compaiono però: confusione, sofferenza, infelicità, miseria, o dei bisogni di qualunque tipo, egli è nella necessità di dover perdonare. Vi è un vecchio proverbio che dice: “Colui che non riesce a perdonare gli altri, rompe il ponte su cui lui stesso deve passare”.
Quando la nostra salute o il nostro benessere, tardano ad arrivare, è necessario concedere il nostro perdono. “Il perdono può spazzare via tutti gli ostacoli che hanno impedito al benessere e alla salute di arrivare fino a voi. Il perdono è un potente magnete da cui nessun bene può evitare di essere attratto”.
Omraam Mikhael Aivanhov


Se hai cibo,
puoi sfamare.
Se hai acqua,
puoi dissetare.
Se hai cuore,costruire-la-pace
puoi amare.
Se hai generosità,
puoi donare.
Se hai dignità,
puoi educare.
Se hai pazienza,
puoi sopportare.
Se hai comprensione,
puoi tollerare.
Se hai indulgenza,
puoi perdonare.
E se sfami,
disseti, ami,
doni, educhi,
sopporti,
tolleri,
e perdoni,
puoi costruire la pace.
   Patrizia Camesasca 



     Un uomo più evoluto decide invece di lavorare su di sé volontariamente al fine di cristallizzare in maniera definitiva il suo »corpo causale« e chiudere ogni sospeso karmico derivante dalle azioni delle vite precedenti. Non si affida, cioè, all'evoluzione naturale, ma decide di accelerare i tempi. Come si lavora in tal senso? Gesù dice in maniera chiara: «In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte». Gv 8,51 
La parola di Gesù indica sempre l'apertura del Cuore. 
In teoria non è nulla di complicato, perché non concerne l’applicazione di alcuna tecnica occulta; infatti è sufficiente... PERDONARE i propri nemici. 
Il perdono rivolto a qualcuno che ci sta facendo qualcosa di male fa sì che venga bruciato il karma che ci tiene legati a quella persona o a quel luogo. Non importa che non sappiamo quali trascorsi karmici ci hanno condotto a incontrare questa persona in questa situazione, perché il perdono va offerto a priori. Il perdono è il balsamo che guarisce e libera dalle catene del karma. Nella pratica, come avrete intuito, non è così semplice come nella teoria. Perdonare è faticoso, in alcune occasioni quasi impossibile. Il punto è che l'attrito interno che si crea nell'atto del perdono letteralmente fabbrica il »corpo causale«. Questo ci consente di liberarci sia sul piano fisico che su quello astrale prima ancora di passare “dall'altra parte” al termine dell'incarnazione. Il perdono non è un atto morale, bensì un processo alchemico che ci libera definitivamente delle sbarre della psico-prigione.
   Salvatore Brizzi 


venerdì 14 febbraio 2014

Piacere, Felicità, Gioia, Beatitudine (Osho-Buddha)

"La vita non è facile. Una vita vissuta nell’inconsapevolezza come potrebbe essere facile? Sei tu stesso che ti crei i tuoi problemi, scavi tu stesso delle fosse nelle quali cadrai, tu stesso erigi le mura che ti imprigioneranno. Tu sei il peggior nemico di te stesso!" 
– Osho


Gautama il Buddha ha detto:
"Esiste il piacere ed esiste la beatitudine. Abbandona il primo per possedere la seconda."
Medita su questa affermazione il più profondamente possibile, perché contiene una delle verità più fondamentali.
Sarà bene comprendere queste quattro parole, contemplale in profondità: la prima è piacere; la seconda è felicità; la terza è gioia; la quarta è beatitudine.

Il Piacere
Il piacere è fisico, è fisiologico. Nella vita il piacere è l'aspetto più superficiale, un semplice solleticamento. Può essere sessuale, può appartenere ad altri sensi, può tradursi in ossessione per il cibo, ma è sicuramente radicato nel corpo.
Il tuo corpo è la tua periferia, la tua circonferenza, non è il tuo centro: vivere nella circonferenza significa vivere in balia di tutte le situazioni che si sviluppano intorno a te. L'uomo che cerca il piacere rimane in balia del casuale.
Se stai cercando denaro e potere, dipenderai dal denaro e dal potere; l'essere umano che continua ad accumulare denaro, se il suo piacere è avere più denaro, diventerà sempre più miserabile. Più possiede, più vorrà possedere, e più ne ha, più avrà paura di perderlo. Ci sono mille cose dalle quali dipende il tuo denaro: non ti rende padrone, fa di te uno schiavo.
Il piacere è periferico, di conseguenza è costretto a dipendere dalle circostanze esterne. Proprio come le foglie crescono sull'albero, nella mente crescono desideri e speranze. Volevi una casa nuova e ora la possiedi... dov'è andato il piacere? È esistito solo per un momento, il tempo di realizzare il sogno. Una volta raggiunta la meta, la tua mente ha perso interesse; ha iniziato a tessere una nuova trama di desideri. Ha già iniziato a pensare ad altre case, più grandi.
Il piacere ti relega in uno stato nevrotico - irrequieto, sempre in agitazione: così tanti desideri e ogni desiderio è insaziabile. Rimani vittima di questa folla di desideri che continuano a trascinarti in direzioni opposte. Cercherai soddisfazione nella realizzazioni di questi desideri, ma sarà sempre una rincorsa vana. Una vita che avrebbe potuto essere una celebrazione diventa una lunga, estenuante e inutile battaglia nel tentativo di soddisfare tutti i tuoi desideri.
Quando sei così preso dalla ricerca del piacere, non puoi amare; infatti la persona che cerca il piacere usa l'altro come mezzo per arrivarci. Usare l'altro come un mezzo è uno degli atti più immorali possibili, perché ogni essere è un fine in se stesso, non puoi usare l'altro come un mezzo; ma se sei alla ricerca del piacere dovrai farlo. Diventerai astuto, perché è davvero una lotta: se non sei furbo, sarai ingannato. Dovrai stare sempre sul chi va là! E questo significa che sarai sempre teso, ansioso, preoccupato: tutti sono contro di te e tu sei contro tutti gli altri.
Pertanto il piacere non è e non può essere la meta della vita.

La Felicità
La seconda parola da capire è la felicità. La felicità è psicologica, il piacere è fisiologico. La Felicità è un pochino meglio, un po' più raffinata, leggermente superiore, ma non così diversa dal piacere. Il piacere è un po' primitivo, animale; la felicità è un po' più acculturata, un po' più umana - ma è lo stesso gioco, ripetuto nel mondo della mente.
Non sei più interessato a sensazioni fisiologiche, sei molto più interessato a sensazioni psicologiche; ma in fondo non sono cose molto diverse, ecco perché il Buddha ha usato solo due di quelle quattro parole.

La Gioia
La terza parola è la gioia; la gioia è spirituale. È diversa, totalmente diversa dal piacere o dalla felicità. Non ha nulla a che fare con l'esterno, nulla a che fare con l'altro, è qualcosa di interiore. La gioia non dipende dalle circostanze, è tua. Non è una soddisfazione prodotta da qualcosa: è uno stato di pace, di silenzio, uno stato meditativo. È spirituale.

La Beatitudine
Ma il Buddha non ha parlato neppure della gioia, perché c'è ancora un'altra cosa che va al di là della gioia. Lui la chiama beatitudine. La beatitudine è totale. Non è né fisiologica, né psicologica, né spirituale; non conosce divisione, è indivisibile. È totale, in un senso, e trascendentale nell'altro.
Il Buddha parla soltanto di due parole. La prima è il piacere, che include la felicità. La seconda è la beatitudine, che include la gioia. Beatitudine significa che hai raggiunto il punto più profondo del tuo essere. Appartiene alla profondità abissale del tuo essere, dove neppure l'ego esiste più, dove prevale solo il silenzio: tu sei scomparso. Nella gioia tu esisti ancora un po', nella beatitudine tu non ci sei più - l'ego si è dissolto, è uno stato di non essere.
Il Buddha lo chiama "nirvana": nirvana significa che tu hai smesso di esistere; sei solo un vuoto infinito, simile al cielo. E nel momento in cui sei quell'infinito, diventi ricolmo di stelle, e inizia una vita totalmente nuova. Sei rinato.
Il piacere è momentaneo, esiste nel tempo - dura per un tempo limitato; la beatitudine è non temporale, è fuori dal tempo. Il piacere inizia e termina, la beatitudine permane in eterno, è per sempre. Il piacere va e viene, la beatitudine non va e non viene mai - è già lì, nel punto più profondo del tuo essere. Il piacere deve essere carpito all'altro: tu diventi o un mendicante o un ladro. La beatitudine ti rende padrone.
La beatitudine non è qualcosa che inventi, ma che scopri. La beatitudine è la tua natura più profonda. È lì dall'inizio: tu non l'hai mai notata, l'hai data per scontata - tu non ti guardi mai dentro.
Questa è l'unica miseria dell'essere umano: continua a guardare all'esterno - cercando e indagando. Non puoi trovarla all'esterno, perché non è lì.
La beatitudine è il punto più profondo del tuo essere.
Il piacere lo devi mendicare dagli altri, e naturalmente diventi dipendente. La beatitudine ti rende il padrone. La beatitudine non è qualcosa che accade, è già presente.
Smetti di guardare all'esterno: guarda dentro di te, volgiti all'interno. Inizia a ricercare e a indagare nella tua interiorità, nella tua soggettività. La beatitudine non è un oggetto che si debba trovare altrove, è la tua consapevolezza.

- OSHO

Fonte: www.vivizen.com 
Immagine: 4.bp.blogspot.com


lunedì 4 novembre 2013

Le qualità originarie della mente

Sokei–an maestro zen, partito dal Giappone, cominciò nel 1930 a diffondere la disciplina a New York e secondo le sue parole
“si tolse il cappello e cominciò a parlare di buddismo soprattutto attraverso il silenzio”.
Per silenzio intendeva l’insegnamento del corpo del Dharma (Dharmakaya, la verità), il parlare lentamente per meglio far assimilare in inglese quanto sentisse dentro.

Il corpo del Buddha
Il vostro corpo non è limitato dalla superficie della vostra pelle, sapete. Il sole e la luna sono il vostro corpo. Gli oceani ed i fiumi sono il vostro corpo. L’intero universo è il vostro corpo.
Il Buddha costruì la sua religione su questa mente, su questa coscienza. A volte lo chiamate corpo. A volte lo chiamate Dio. Noi non usiamo lo stesso nome per questo. Quando osservate che la vostra mente è illimitata come il cielo, un universo infinito, e che il vostro stato attuale – questo momento è qui …questo è tutto . Quando dovete esprimere voi stessi mediante le parole, dovete rendervi conto che questo non è zen.
Tutti gli scritti sono nel vostro cuore, sono la legge intrinseca della vostra natura. Non potete trovare questo in nessun luogo fuori da voi stessi.

Purificate la vostra mente
[...] Coloro che studiano il buddismo devono comprendere la natura di questa religione, prima di cominciare a praticarla. Il modo usuale di imparare è qualcosa si simile a mettersi un abito: ci mettiamo la conoscenza nella mente. Ma il modo di imparare nel buddismo è totalmente diverso dal mettere qualcosa nella mente.
Il modo buddista di perfezionare la personalità consiste nel togliere qualcosa dalla mente. Ascoltando discorsi buddisti non state imparando qualcosa ma disimparando ; state cercando di trovare la natura originaria dell’uomo.
La nostra idea dell’uomo è diversa dalla vostra, la nostra idea è che la natura umana originariamente è pura.
La nostra mente diventa impura nella cieca lotta dell’esistenza; all’inizio tutti gli esseri umani erano compassionevoli e gentili, come tutti gli animali. Noi però abbiamo perduto questa originalità e siamo diventati crudeli perché non riusciamo a vivere in modo naturale. [...] Non abbiamo bisogno della conoscenza imparata dai libri, dalle riviste e dai giornali, dobbiamo riportare alla luce le qualità originarie della mente che sono state nascoste per lunghissimo tempo. Dobbiamo mettere la nostra mente nella vasca da bagno e purificarla.

Da: L’occhio Zen, raccolta di discorsi zen di Sokei-an, Newton editore

- Sokei-an – amazon
- http://en.wikipedia.org/wiki/Sokei-an

Fonte: http://www.meditare.net
Immagine: http://www.desktopas.com


mercoledì 1 maggio 2013

La figlia del tessitore (Una ragazza sveglia e il Buddha)


Come con un bastone il pastore mena il suo bestiame al pascolo,
così la vecchiaia e la morte sospingono le vite degli esseri
(Dhammapada, 135).
In una città del Magadha di nome Alavi c’era una volta un povero vedovo che aveva una sola figlia e che per campare faceva il tessitore. La fanciulla sbrigava le faccende di casa, aiutava il padre e passava il tempo libero meditando sulla morte, come le era stato insegnato dal Buddha che era passato per Alavi qualche anno prima.
Testi e immagini per la meditazione - yoga - meditation - zen - (Buddha)
Un giorno accadde che il Buddha si trovò a ripassare per Alavi e, come si usava, si fermò in piazza per tenervi un discorso. La fanciulla avrebbe desiderato andare a rivedere il maestro per prenderne il darshan, ma il padre le ordinò di restare ad aiutarlo. Lei, obbediente, restò in bottega. Ma a un certo punto il tessitore terminò la lana, ragion per cui dovette mandare la figlia a prenderne dell’altra. Per andare dalla bottega al magazzino in cui il padre teneva la lana grezza, la ragazza doveva attraversare la piazza dove il Buddha sedeva circondato da monaci, discepoli paesani e forestieri curiosi, così, quando passò per di là col canestro in capo, il Buddha le fece cenno d’avvicinarsi.
Si dice che non sia possibile resistere alla chiamata d’un Buddha, perciò la ragazza, nonostante il suo primo dovere, secondo il costume indiano, fosse l’obbedienza al padre, s’avvicinò al Buddha e si prostrò ai suoi piedi.
Il maestro le chiese: «Da dove vieni?».
«Non lo so» rispose.
«E dove vai?» chiese ancora il Maestro.
«Non lo so», rispose ancora.
«Non lo sai?» chiese ancora lui.
E lei: «Sì, lo so».
«Lo sai?» incalzò il Buddha.
E lei: «No, non lo so».
Mentre avveniva questo singolare colloquio, la gente attorno cominciò a mormorare:
«Che stupida ragazza, non sa che dire e così s’impappina. Direbbe qualunque cosa pur di compiacere il Buddha».
Il Buddha udì il mormorio della gente e alzò una mano per far cessare il brusio.
Poi, rivolto all’uditorio disse: «Non avete capito nulla. E ora ve lo dimostro».
Disse alla ragazza: «Perché, quando ti ho domandato “da dove vieni” tu m’hai risposto “non lo so”?».
«Signore, tu m’hai visto arrivare col canestro vuoto, perciò sapevi che venivo dalla bottega di mio padre; così ho pensato che mi chiedessi da dove sono venuta in questo mondo. E questo, signore, io non lo so».
Il Buddha sorrise e le chiese ancora: «E come mai hai risposto “non lo so” quando ti ho chiesto “dove vai?”».
«Perché, signore, era evidente che col canestro stavo andando a prendere la lana per il telaio, perciò ho pensato che mi chiedessi dove andrò una volta finita la mia vita in questo mondo, e questo, signore, io non lo so».
Il Buddha sorrise ancora. «E quando ti ho chiesto “lo sai?”, perché mi hai risposto “lo so”?».
«Una cosa sola so: che devo morire, per questo ho risposto che lo so».
Il Buddha sorrise per la terza volta: «E quando ti ho chiesto ancora “lo sai?”, perché mi hai risposto “non lo so”?».
«Perché, Signore, io so solo che dovrò morire, ma dove, come, quando e perché questo avverrà io non lo so».
A questo punto il Buddha, dopo averla lodata per la sua saggezza, la benedisse e la lasciò andare, non senza aver prima svelato ai presenti che la giovinetta aveva conseguito da tempo il primo grado di risveglio.
- Fonte risveglio.net

domenica 20 gennaio 2013

Maestro e discepolo: un incontro di anime





Amato Maestro,
sei stato mio zio, quello prediletto, e mio padre, la mia levatrice, un bambino che ride, il mio migliore amico, un vecchio saggio, il mio cantastorie preferito, e il mio Maestro... il mio primo pensiero all’alba e l’ultima alla sera...
Sei stato due caldi occhi scuri, una mano gentile, piedi per la mia testa; un formicolio per il corpo... a volte un silenzio, altre un canto...
Sei stato una scossa, un bagliore, una presenza, una assenza; giorno e notte, estate e inverno... un uomo per ogni stagione; la promessa di una realizzazione, la sola speranza, il supremo distruttore di ogni mio sogno; il solo rifugio, e colui che ho cercato di evitare; un mago, e un semplice essere umano, un uomo qualunque.
Eri un enigma, eri me stesso. Eri la luna, le stelle e tutto ciò che intorno a loro si muove. Eri il verde e il colore della terra, l’azzurro e l’oro della mia terra. Eri il tutto e il nulla. Sempre, eri amore.
Osho, per favore, puoi parlare dell’evoluzione del rapporto tra Maestro e discepolo?


Esiste rapporto e rapporto, ma nessuno è paragonabile al rapporto che esiste tra Maestro e discepolo. Tutti gli altri rapporti, perfino il migliore, sono soggetti a condizioni.
Ad esempio, un rapporto d’amore pretende sempre qualcosa. Il solo rapporto libero da condizioni, da pretese, da richieste, è quello che esiste tra Maestro e discepolo.
Di fatto è un fenomeno così raro e unico, che non dovrebbe essere inserito nella stessa categoria degli altri rapporti. Solo la povertà del linguaggio ci porta a parlare di rapporto. È una fusione, è un incontro senza alcuna ragione.
Il discepolo non chiede nulla e il Maestro non promette nulla; tuttavia nel discepolo esiste una sete e nel Maestro esiste una promessa.
È un’intimità nella quale nessuno è superiore e nessuno è inferiore... il discepolo è sempre e comunque femminile, perché il discepolo non è altro che disponibilità, un grembo aperto, pronto a ricevere: è ricettività. E il Maestro è sempre maschile, perché il Maestro non è altro che dare, un donarsi, per l’unico e semplice motivo che il tutto da lui straripa. Deve dare: è una nube carica di pioggia.
Come il discepolo è alla ricerca, alla ricerca è il Maestro. Il discepolo cerca un luogo in cui potersi aprire senza alcuna paura, senza alcuna resistenza, senza doversi trattenere. Un totale abbandono.
E anche il Maestro ricerca un essere umano capace di accogliere il mistero, pronto a lasciarsi fecondare dal mistero, pronto a rinascere. Esistono molti insegnanti, e ci sono molti allievi. Gli insegnanti hanno acquisito un sapere, e possono essere molto dotti, colti, ma nel loro cuore regnano le tenebre; la loro istruzione maschera la loro ignoranza. Ed esistono studenti alla ricerca di quelle conoscenze.
Maestro e discepolo sono un fenomeno completamente diverso.
Il Maestro non dà conoscenze, condivide il proprio essere.
E il discepolo non è alla ricerca di conoscenze, è alla ricerca dell’essere: è, ma non sa chi è. Vuole riconoscersi, vuole mettersi a nudo davanti a se stesso.
Il Maestro può fare una cosa molto semplice: creare fiducia. Tutto il resto accade. Nel momento in cui il Maestro riesce a creare fiducia, il discepolo abbandona le sue difese, i suoi abiti, ciò che conosce. Di nuovo torna ad essere un bambino: innocente, sveglio, vivo. È un nuovo inizio.
Tuo padre e tua madre hanno dato vita al tuo corpo: è una vita che si concluderà con la morte. I tuoi genitori sono responsabili della tua nascita e della tua morte. Anche il Maestro ti dà una nuova nascita, ma è la nascita della consapevolezza, e questa non ha mai fine.
Occorre solo un’atmosfera di assoluta fiducia; e in quella fiducia le cose iniziano ad accadere da sole; né il discepolo né il Maestro fanno qualcosa. Il discepolo accoglie ciò che accade. Il Maestro è il veicolo delle forze universali: è simile ad un bambù cavo, che può diventare un flauto. Ma il suono non è del bambù. Al bambù può andare solo il merito di non distruggere quel canto, di lasciarlo fluire.
Il Maestro è un medium della consapevolezza universale. Se tu sei disponibile, all’improvviso la consapevolezza universale scuote la consapevolezza assopita, la consapevolezza addormentata che esiste in te. Il Maestro non ha fatto nulla. Tutto accade!
Vale la pena ricordare ciò che accadeva nell’antichità: i ricercatori passavano da centinaia di insegnanti, fino a quando arrivavano alla presenza di un uomo che, all’improvviso, risvegliava in loro la fiducia; erano arrivati... e anche i Maestri viaggiavano... ricordo un episodio...

Gautama il Buddha giunse in una città. Tutti erano accorsi per ascoltarlo, ma Buddha continuava ad aspettare guardando di continuo la strada... e questo perché una ragazzina, di non più di tredici anni, lo aveva incontrato e gli aveva detto: “Aspettami, porto questo cibo a mio padre, nei campi, e sarò di ritorno in tempo... ma non scordarti di aspettarmi.”
Dopo poco, gli anziani della città chiesero a Buddha: “Chi aspetti? Tutte le persone importanti sono presenti, inizia il tuo discorso.” Buddha ribatté: “Manca ancora la persona per la quale sono venuto fin qui, e devo aspettare.”
La ragazzina arrivò e disse: “Sono un po’ in ritardo, ma tu hai mantenuto la promessa. Sapevo che l’avresti fatto, dovevi farlo, perché ti sto aspettando dal giorno in cui sono diventata consapevole... avevo forse quattro anni quando ho sentito il tuo nome per la prima volta. E il solo suono del tuo nome ha fatto risuonare qualcosa nel mio cuore. E da allora è passato tanto tempo, sono forse dieci anni che aspetto...” Buddha le rispose: “Non hai atteso invano. Sei tu che mi hai attirato in questo villaggio.”
E iniziò a parlare. La ragazza fu l’unica ad avvicinarsi chiedendogli l’iniziazione: “Ho atteso a sufficienza, ora voglio stare con te.” Buddha: “Devi venire con me, perché la tua città è così lontana da ogni percorso e io non posso continuare a venire fin qui. Il cammino è lungo e io sto invecchiando.”
In città nessun altro, ad eccezione di quella ragazzina, si presentò a chiedere di essere iniziato.
Nella notte, prima di coricarsi, Ananda, il primo discepolo di Buddha, gli chiese: “Prima di coricarti vorrei farti una domanda: tu senti un’attrazione verso un certo luogo, come se si trattasse di magnetismo?”
Buddha rispose: “Hai ragione. È così che decido dove andare. Quando sento che qualcuno ha sete, che è così assetato che senza di me non ha alternativa alcuna, mi incammino in quella direzione.”

Il Maestro si sposta verso il discepolo.
Il discepolo si incammina verso il Maestro.
Prima o poi si incontreranno, è inevitabile.
Non è un incontro fisico, né un incontro mentale. È un incontro di anime, come se all’improvviso avessi avvicinato due candele accese: le candele restano separate, ma le loro fiamme si uniscono, e diventano una sola.
Quando l’anima è una sola, è difficilissimo dire che tra due corpi esiste un rapporto. Non è vero, ma non esiste altra parola: il linguaggio è molto povero.
Si tratta di una unione di essenze.

(da “The Rajneesh Upanishad”, settembre 1986)


Amato Maestro,
se un discepolo non è d’accordo con alcune delle cose che il Maestro dice, è un discepolo?


Il discepolo è assolutamente libero di essere o non essere d’accordo con ciò che il Maestro dice. Ma quello che il Maestro non dice, non può creare disaccordo nel discepolo! In quel caso c’è una totale armonia.
Ciò che il Maestro dice non è altro che un gioco di parole privo di importanza. Il Maestro non è un filosofo, non sta affatto insegnando un sistema di pensiero. Non ti chiede di essere o non essere concorde...
Puoi non convenire con tutto ciò che dice, ma essere in accordo col Maestro.
Il problema è essere in armonia con il suo essere. Quando sei in accordo con l’essere del Maestro, non ti preoccupi di contestare le sue parole.

(da “The Rajneesh Upanishad”, settembre 1986)


Il mio approccio alla vostra crescita è fondamentalmente quello di rendervi indipendenti da me. Ogni tipo di dipendenza è una schiavitù, e la dipendenza spirituale è la peggiore di tutte. Ho fatto ogni sforzo possibile per rendervi consapevoli della vostra individualità, della vostra libertà, della vostra assoluta capacità di crescere senza l’aiuto di nessuno. La crescita è qualcosa di intrinseco al vostro essere. Non viene dall’esterno: non è un imposizione, è uno schiudersi, una rivelazione.
Tutte le tecniche di meditazione che vi ho dato non dipendono da me; la mia presenza o assenza non fa alcuna differenza: tutto dipende da voi. Non è la mia presenza, ma la vostra a essere necessaria perché le tecniche possano funzionare.
Non è il mio essere qui ma il vostro essere qui, il vostro essere nel presente, il vostro essere svegli e consapevoli che servirà a qualcosa. In realtà, nessuno può salvare nessun altro; sarebbe contrario alla verità basilare della libertà individuale.
Per quel che mi riguarda, sto solo facendo ogni sforzo per liberarvi da tutti, me incluso, e per lasciarvi soli nel cammino della ricerca.
L’esistenza rispetta colui che ha il coraggio di essere in solitudine nella ricerca della verità. Gli schiavi non godono del rispetto dell’esistenza. Non si rispettano loro stessi, come possono aspettarsi che l’esistenza mostri loro rispetto?
Perciò ricordate, quando me ne sarò andato, non perderete nulla. Al contrario è possibile che guadagnate qualcosa di cui non siete affatto consapevoli. In questo momento sono disponibile nel mio corpo, imprigionato in una forma definita. Quando me ne andrò, dove potrò andare? Sarò qui nel vento, nell’oceano; e se mi avrete amato, se avrete avuto fiducia in me, mi sentirete in mille modi: nei vostri momenti di silenzio, improvvisamente sentirete la mia presenza. Una volta libero dal corpo, la mia consapevolezza sarà universale. Adesso dovete venire da me. Allora non avrete bisogno di venire a cercarmi.
Dovunque siate... la vostra sete, il vostro amore... e mi troverete nel profondo del vostro cuore, nel suo stesso battito.

(da “Beyond Enlightenment”, ottobre 1986)


Io credo e confido assolutamente nell’esistenza. Se c’è qualcosa di vero in ciò che dico, sopravvivrà. Coloro che sono interessati al mio lavoro porteranno semplicemente la fiaccola, ma non imporranno niente a nessuno, né con la spada, né con il ricatto del pane. Resterò una fonte di ispirazione per la mia gente e questo è ciò che sentirà la maggior parte dei sannyasin. Voglio che coltivino per conto loro qualità come l’amore, intorno a cui non è possibile creare alcuna chiesa, come la consapevolezza, che non è monopolio di nessuno, come la celebrazione, la capacità di essere felici, di mantenere lo sguardo fresco di un bambino. Voglio che la mia gente conosca se stessa, non che si adegui alle idee di qualcun altro. E la strada è entrare dentro se stessi.

(intervista rilasciata a Enzo Biagi, estate 1989)


– da “Operazione Socrate. Il caso Osho Rajneesh” –





“Si dovrebbe accogliere la morte con gioia... è uno dei più grandi eventi della vita. Nella vita, esistono solo tre grandi eventi: la nascita, l’amore e la morte. La nascita, per tutti voi, è già accaduta: non potete farci più nulla. L’amore è una cosa del tutto eccezionale... accade solo a pochissime persone, e non lo si può prevedere affatto.
Ma la morte, accade a tutti quanti: non la si può evitare. È la sola certezza che abbiamo; quindi, accettala, gioiscine, celebrala, godila nella sua pienezza.
La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio.
Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora... fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza.
Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema.”


“Se mi hai amato, per te, io vivrò per sempre. Vivrò nel tuo amore. Se mi hai amato, il mio corpo scomparirà, ma per te, io non potrò mai morire. Anche quando me ne sarò andato, so che tu mi verrai a cercare. Certo, ho fiducia che tu verrai a cercarmi in ogni pietra e in ogni fiore e in ogni sguardo e in tutte le stelle. Posso prometterti una cosa: se mi verrai a cercare, mi troverai... in ogni stella e in ogni sguardo... perché se hai veramente amato un Maestro, con lui sei entrato nel Regno dell’Eterno. Non è una relazione nel tempo, dimora nell’assoluta atemporalità.
Non ci sarà morte alcuna. Il mio corpo scomparirà, il tuo corpo scomparirà, ma questo non farà una gran differenza. Se la scomparsa del corpo creasse una pur minima differenza, dimostrerebbe soltanto che tra noi non è accaduto l’amore.”


OSHO
MAI NATO
MAI MORTO
HA SOLO VISITATO
QUESTO PIANETA TERRA
11.12.1931
19.01.1990






venerdì 18 gennaio 2013

sabato 9 giugno 2012

Primi passi verso il risveglio


FELICITÀ INCONDIZIONATA

Spiritualità significa risveglio. La maggior parte delle persone, pur non sapendolo, sono addormentate. Sono nate dormendo, vivono dormendo, si sposano dormendo, allevano i figli dormendo, muoiono dormendo senza mai svegliarsi. Non arrivano mai a comprendere la bellezza e lo splendore di quella cosa che chiamiamo esistenza umana.
Sapete, tutti i mistici – cattolici, cristiani, non cristiani, quale che sia la loro teologia, la loro religione – concordano su una cosa: che tutto va bene, tutto va bene. Sebbene regni il caos, tutto va bene.
Certo, è uno strano paradosso.
Purtroppo, però, la maggior parte della gente non arriva mai a capire che tutto va bene, perché è immersa nel sonno.
Svegliarsi è spiacevole, sapete. Uno se ne sta lì nel letto, bello comodo. È irritante essere svegliato. Per questo il saggio guru non tenta di svegliare la gente.

Se davvero intendete svegliarvi, la prima cosa che dovete capire è che non volete svegliarvi. Il primo passo verso il risveglio è essere sufficientemente sinceri da ammettere di fronte a se stessi che non è piacevole.
Noi non desideriamo essere felici. Vogliamo altre cose. O meglio: noi non vogliamo essere felici incondizionatamente. Sono pronto a essere felice a condizione che abbia questo e questo e quest’altro.
Ma ciò equivale a dire al nostro amico o al nostro Dio o a chiunque: «Tu sei la mia felicità. Se non ho te, rifiuto di essere felice».
È davvero importante capire questo meccanismo. Non riusciamo a immaginare di essere felici a prescindere da tali condizioni. È esattamente così.
Non riusciamo a poter concepire di essere felici senza di esse. Ci è stato insegnato a situare in esse la nostra felicità.
Dunque, questa è la prima cosa da fare se vogliamo svegliarci, il che equivale a dire: se vogliamo amare, se vogliamo la libertà, se vogliamo la gioia, la pace e la spiritualità.
In questo senso, la spiritualità è la cosa più pratica di questo mondo.
Sfido chiunque a pensare a qualcosa di più pratico della spiritualità per come l’ho definita – né pietà, né devozione, né religione, né adorazione, ma spiritualità – il risveglio, il risveglio!
Osservate l’angoscia che regna ovunque, osservate la solitudine, la paura, la confusione, il conflitto nel cuore delle persone, conflitto interno, conflitto esterno. Immaginate che qualcuno vi dia la possibilità di liberarvi di tutto ciò.
Immaginate che qualcuno vi dia la possibilità di fermare quel terribile dispendio di energia, di salute, di emozioni che deriva da tali conflitti e da tale confusione. Vi piacerebbe?
Immaginate che qualcuno ci mostri la strada attraverso la quale potremmo giungere ad amarci davvero gli uni gli altri, essere in pace, essere immersi nell’amore. Riuscite a pensare a qualcosa di più pratico di tutto ciò? E invece c’è gente che ritiene che i grandi affari siano più pratici, che la politica sia più pratica, che la scienza sia più pratica.

IL FOLLE E IL MISTICO

La psicologia è più pratica della spiritualità? Niente è più pratico della spiritualità.
Cosa può fare il povero psicologo? Può solo allentare la tensione.
Sono anch’io psicologo, e pratico la psicoterapia, e quando mi capita di dover scegliere tra psicologia e spiritualità dentro di me sorge un grande conflitto. Mi chiedo se qualcuno, qui, capisce cosa intendo. Io stesso l’ho capito solo dopo molti anni.
Cercherò di spiegarmi.
Per molti anni non ho capito questo fatto, finché un giorno, all’improvviso, ho scoperto che la gente deve soffrire a sufficienza in una relazione per poter essere disillusa nei confronti di tutte le relazioni. Non è forse una cosa terribile? Le persone devono soffrire abbastanza in una relazione prima di svegliarsi e dire: «Sono stufo! Ci dev’essere un modo migliore di vivere, un modo che non comporti dipendenza da un altro essere umano».
E cosa facevo io, come psicoterapeuta? La gente veniva da me per sottopormi i propri problemi relazionali, comunicativi, e così via, e talvolta quel che facevo era di qualche aiuto. Ma purtroppo devo dire che in altre occasioni non serviva a niente, perché lasciava che le persone continuassero a dormire. Forse quelle persone avrebbero dovuto soffrire un po’ di più. Forse avrebbero dovuto toccare il fondo e dire: «Sono stufo di tutto». È solo quando si è stufi di essere stufi che se ne esce.
La maggior parte della gente va dallo psichiatra o dallo psicologo per ottenere un sollievo, non per uscire dalla situazione in cui si trova.

I poveri psicologi fanno bene il loro lavoro, davvero, e ci sono casi in cui la psicoterapia costituisce un aiuto insostituibile. Ma quando ci si trova sull’orlo della follia, della pazzia più completa, a quel punto si rischia di diventare o psicotici o mistici. Il mistico è proprio questo: l’opposto del folle.
Sapete qual è il segnale del risveglio? È il momento in cui ci si chiede: «Sono io il pazzo, o lo sono tutti gli altri?».
Davvero, è così. Perché noi siamo pazzi. Il mondo intero è pazzo. Folli certificabili in piena regola! L’unico motivo per cui non siamo tutti rinchiusi è che siamo troppi.
Dunque siamo pazzi. Viviamo basandoci su idee pazze riguardo all’amore, ai rapporti con gli altri, alla felicità, alla gioia, a tutto quanto. Sono giunto a credere che siamo pazzi al punto che, se tutti sono d’accordo su qualcosa, quella cosa è sicuramente sbagliata!
Ogni nuova idea, ogni grande idea, al suo inizio, era partita da una minoranza costituita da una sola persona. Quell’uomo di nome Gesù Cristo – minoranza costituita da una sola persona. Tutti dicevano qualcosa di diverso da quel che diceva lui. Buddha – minoranza costituita da una sola persona. Tutti dicevano qualcosa di diverso da quel che diceva lui. Credo che sia stato Bertrand Russell a dire: «Ogni grande idea, ai suoi inizi, è blasfema». Mi sembra una spiegazione esatta e precisa.
In questi giorni ascolterete una lunga serie di affermazioni blasfeme. «Egli ha bestemmiato!». Perché la gente è pazza, folle, e prima lo capirete meglio sarà per la vostra salute mentale e spirituale. Non fidatevi. Non fidatevi dei vostri migliori amici. Siate scettici nei confronti dei vostri migliori amici. Sono molto abili, così come lo siete anche voi nei vostri rapporti con tutti gli altri, anche se probabilmente non lo sapete. Oh, siete così astuti, abili e scaltri. Siete dei grandi attori.
Non vi sto lusingando troppo, vero? Ma ripeto: voi non volete svegliarvi. State recitando, e nemmeno lo sapete. Pensate di essere tanto affettuosi. Ah! Nei confronti di chi? Persino il sacrificio di sé fa sentire bene, non è vero? «Mi sto sacrificando! Vivo in armonia con i miei ideali». Ma riceverete qualcosa in cambio, giusto?
Si riceve sempre qualcosa in cambio per quel che si fa, fino al momento in cui ci si sveglia.
E dunque eccoci qui: primo passo. Ammettere che non volete svegliarvi. È davvero difficile svegliarsi quando si è stati costretti, attraverso l’ipnosi, a pensare che un pezzo di cartastraccia sia un assegno da un milione di dollari. Com’è difficile strapparsi da quel pezzo di cartastraccia!

ASCOLTARE E DISIMPARARE

Alcuni di noi vengono svegliati dall’aspra realtà della vita. Soffriamo a tal punto da svegliarci. Ma la gente non fa che andare a sbattere contro la vita, un giorno dopo l’altro. Continua a vagare in uno stato di sonnambulismo. Non si sveglia mai. Purtroppo, non le viene mai in mente che potrebbe esistere un altro modo di vivere. Non le viene in mente che potrebbe esistere un modo migliore di vivere. Ma se non si è ancora stati bastonati a sufficienza dalla vita, e se non si è sofferto abbastanza, esiste un altro modo per svegliarsi: ascoltare. Ciò non significa che dovete essere d’accordo con quello che dico. Non è questo che intendo per “ascolto”.
Credetemi, in realtà non ha alcuna importanza che voi siate d’accordo o meno con quel che sto dicendo, perché l’accordo o il disaccordo riguardano le parole, i concetti e le teorie, mentre non hanno niente a che vedere con la verità. La verità non è mai espressa in parole. La verità si intravvede all’improvviso, e deriva da un certo tipo di atteggiamento. Dunque, voi potreste essere in disaccordo con me e tuttavia intravvedere la verità. Ci vuole però un atteggiamento di apertura, la volontà di scoprire qualcosa di nuovo. Questa è la cosa importante, mentre non è importante che voi siate o meno d’accordo con me.
Dopo tutto, la maggior parte di quel che vi dico è teoria, e nessuna teoria copre la realtà in modo adeguato. Dunque io non posso parlarvi della verità, ma di quelli che sono gli ostacoli alla verità. Questi li posso descrivere, la verità no. Nessuno può farlo. Quel che posso fare è fornirvi una descrizione delle vostre falsità, affinché voi possiate abbandonarle. Non posso far altro, per voi, che mettere in discussione le vostre convinzioni e il sistema di convinzioni che vi rende infelici. Non posso far altro che aiutarvi a disimparare. Quando entra in gioco la spiritualità, l’unica cosa da imparare è proprio questa: disimparare, disimparare, disimparare quasi tutto ciò che vi è stato insegnato. La volontà di disimparare, di ascoltare.
State forse ascoltando, come fa la maggior parte delle persone, al fine di confermare quel che pensate già? Osservate le vostre reazioni, mentre parlo. Spesso vi accorgerete di essere stupiti, shockati, scandalizzati, o irritati, disturbati, frustrati. Oppure direte: «Splendido!».
Ma state ascoltando solo ciò che vi conferma quel che già pensate?
O state ascoltando per scoprire qualcosa di nuovo?
È molto importante. Risulta difficile, alle persone addormentate. Gesù ha portato la buona novella, eppure è stato respinto. Non perché fosse buona, ma perché era nuova. Tutti noi odiamo il nuovo. Lo odiamo davvero! E prima affrontiamo questo fatto, meglio sarà. Non vogliamo le novità, soprattutto quando ci disturbano, soprattutto quando comportano un cambiamento. E in modo particolare se comportano l’ammissione: «Avevo torto».
Ricordo un incontro con un gesuita di ottantasette anni, in Spagna: era stato mio professore, in India, trenta o quarant’anni prima. Aveva partecipato a un seminario come questo. «Avrei dovuto sentirti parlare sessant’anni fa» mi disse alla fine. «Sai una cosa? Ho avuto torto per tutta la vita».
Dio, sentirsi dire una cosa del genere! È come vedere una delle meraviglie del mondo. Quella, signore e signori, è fede! L’apertura verso la verità, quali che siano le conseguenze, dovunque ci porti, senza sapere nemmeno dove ci porterà. Questa è la fede. Non una convinzione, ma la fede. Le convinzioni danno molta sicurezza, la fede è insicurezza. Non si sa dove si andrà a finire. Si è pronti a seguire e si è aperti, aperti a tutto! Si è pronti ad ascoltare.
E guardate che essere aperti non significa essere ingenui, non significa abboccare a tutto ciò che l’oratore vi dice. Assolutamente no: dovete mettere in discussione tutto quello che dico. Metterlo in discussione, però, partendo da un atteggiamento d’apertura, non di caparbietà. E mettere in discussione tutto.
Ricordate quelle splendide parole di Buddha:
«I monaci e i discepoli non devono accettare le mie parole per rispetto, ma devono analizzarle come un orefice analizza l’oro, tagliando, limando, levigando, fondendo».
Quando vi comportate in questo modo, significa che state ascoltando. Avete fatto, allora, un altro grosso passo avanti verso il risveglio. Il primo passo, come ho già detto, era essere pronti ad ammettere che non volete svegliarvi, che non volete essere felici. Dentro di voi ci sono resistenze di tutti i tipi.
Il secondo passo consiste nell’essere pronti a capire, ad ascoltare, a mettere in discussione il vostro intero sistema di convinzioni. Non solo le convinzioni religiose, le convinzioni politiche, le convinzioni sociali, le convinzioni psicologiche, ma tutte. Essere pronti a rivalutarle tutte, nella metafora di Buddha. E qui, vi darò un gran numero di opportunità per farlo.

– da “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”
di Anthony De Mello –





 

domenica 15 aprile 2012

Non esiste niente - Racconto zen




Quando era un giovane studente di Zen, Yamaoka Tesshu andava sempre a trovare tutti i maestri. Andò a far visita a Dokuon di Shokoku.

Volendo mostrare la sua preparazione, disse:
"La mente, Buddha e gli esseri senzienti, in fondo, non esistono. La vera natura dei fenomeni è il vuoto. Non c'è nessuna realizzazione, nessuna illusione, nessun saggio, nessuna mediocrità. Non c'è nessuno che dia e niente che si riceva".

Dokuon, che stava fumando in silenzio, non fece commenti. Tutt'a un tratto colpì Yamaoka con la sua pipa di bambù. Questo fece arrabbiare moltissimo il giovane.

"Se niente esiste," domandò Dokuon "da dove viene questa tua collera?"

Veritas: Non esiste niente - racconto zen

Fonte:http://www.meditare.net/racconti/non-esiste-niente-racconto-zen 


domenica 8 aprile 2012

Gnosticismo e Buddismo in The Matrix

Gnosticismo e Buddhismo in The Matrix: "
di F. Flannery-Dailey & R.Wagner
Traduzione di Anticorpi.info

All'inizio di The Matrix un hacker di nome Neo si addormenta davanti al computer e un misterioso messaggio appare sullo schermo: Svegliati, Neo.

Questa frase racchiude in sé la succinta trama del film, ossia la lotta contro l'imprigionamento in un mondo 'materiale' che è in realtà un software di simulazione creato da una Intelligenza Artificiale (AI) al fine di schiavizzare la umanità, perpetuando la ignoranza sotto forma di una percezione illusoria denominata Matrix.

In parte, il film costruisce la sua visione della realtà alludendo alle numerose tradizioni religiose che portano avanti l'idea che il problema fondamentale che affligge l'umanità sia la ignoranza e che la soluzione a tale problema sia la conoscenza o il risveglio.
Due delle tradizioni religiose da cui il film attinge sono il cristianesimo gnostico ed il buddismo.

Sebbene le due dottrine differiscano in modo sostanziale, esse concordano nel ritenere che il problema della ignoranza possa essere risolto mediante il riorientamento della visione dello individuo rispetto al regno materiale.

Le due dottrine tendono inoltre a riferirsi alla figura di una guida che aiuti chi è ancora intrappolato nel mondo delle illusioni, la figura del redentore gnostico o del bodhisattva, che accede volontariamente in quel mondo con lo scopo di condividere la propria conoscenza liberatrice, facilitando la fuga a chiunque sia in grado di comprendere. Nel film, questa figura è incarnata da Neo, il cui nome è l'anagramma di One.

Sebbene lo faccia in chiave moderna, il film trae volutamente spunto da numerose tradizioni. Tra le tante, riteniamo che le chiavi di lettura del cristianesimo gnostico e del buddismo illustrino bene il paradigma globale di The Matrix, quello della dormiente ignoranza in un mondo onirico risolta da un risveglio alla conoscenza o illuminazione. Attingendo sincretisticamente da queste due antiche tradizioni e fondendole in una singola visione tecnologica del futuro, il film costruisce un nuovo insegnamento che sfida il pubblico a porre in discussione ciò che considera 'realtà.'


Elementi cristiani in The Matrix
La maggior parte degli spettatori del film avrà riconosciuto facilmente la presenza di alcuni elementi cristiani, come il nome Trinity o il momento della morte, resurrezione e ascensione di Neo verso la fine del film. In realtà le allusioni cristiane e bibliche abbondano, con particolare riguardo alla nomenclatura.

Il nome Apoc è una abbreviazione della parola Apocalisse; il nome da cittadino di Neo, Anderson, significa "Figlio dell' uomo" (dal greco: 'andros' e dall'inglese 'son'); la nave si chiama Nabucodonosor (re babilonese che - nel Libro di Daniele - è colto da un serie di sogni simbolici) e l'ultima città umana, Zion, sinonimo di Gerusalemme nel giudaismo e nel cristianesimo.

Neo è apertamente ispirato alla figura di Gesù: egli è colui il cui ritorno in Matrix fu anticamente profetizzato; colui che ha il potere di mutare Matrix dall'interno (cioè, di compiere miracoli), che combatte i rappresentanti del male e che viene ucciso, ma risorge.

Tale costruzione di Neo improntata sulla figura di Gesù è rinforzata in molti modi. Pochi minuti dopo l'inizio del film un altro hacker dice a Neo: 'Tu sei il mio salvatore, il mio Gesù personale.' Questa identificazione è inoltre suggerita dallo equipaggio della Nabucodonosor, che continua ansiosamente a chiedersi se sia o meno 'il predestinato'. E ancora, quando Neo visita la nave per la prima volta e la camera effettua una panoramica dell'interno della nave, si sofferma sulla scritta: Mark III n. 11. Questo appare essere un ulteriore riferimento messianico, dal momento che il Vangelo di Marco 3:11 recita quanto segue: Quando gli spiriti immondi lo videro gli si gettò davanti e gridò: Tu sei il Figlio di Dio.


Gnosticismo in The Matrix
Sebbene appaia chiara la presenza di singoli elementi cristiani all'interno del film, il sistema complessivo del cristianesimo che viene presentato non è quello tradizionale ortodosso. Piuttosto, gli elementi cristiani del film assumono maggiore chiarezza se inquadrati in un contesto di cristianesimo gnostico.

Lo gnosticismo fu un sistema religioso che fiorì per secoli all'inizio dell'era cristiana, e che in molte regioni del mondo antico mediterraneo gareggiò fortemente con il cristianesimo ortodosso, mentre in altri territori rappresentava l'unica espressione nota del cristianesimo. Gli gnostici possedevano loro Scritture, giunte fino a noi nella forma della Biblioteca di Nag Hammadi, dalla quale può essere tratto un affresco dei principi gnostici.

Sebbene il cristianesimo gnostico si suddivida in numerose varietà, lo gnosticismo nel suo complesso abbraccia un mito cosmogonico capace di spiegare la vera natura dell'universo e la funzione ricoperta in esso dalla umanità.

Una breve analisi di questo mito lascia denotare numerose analogie con il film Matrix. Nel mito gnostico il dio supremo è del tutto perfetto e quindi alieno e misterioso, 'ineffabile', 'innominabile', 'luce infinita che è pura, santa e immacolata' (Apocrifo di Giovanni).


Oltre a questo dio supremo esistono altri esseri divini minori nel pleroma (nella dottrina gnostica, pienezza e perfezione divina, da cui emanano tutti gli esseri spirituali - n.d.t.), distinti anche per genere sessuale. Coppie di questi esseri sono in grado di generare figli che sono emanazioni divine a modo loro perfette.

Un problema sorge quando un dio minore di nome Sophia ('saggezza' in lingua greca), femmina, decide di generare una prole autonomamente, senza il suo consorte (Apocrifo di Giovanni). La visione antica prevedeva che donne e uomini contribuissero nella creazione della prole, così l'azione di Sophia produce un frutto imperfetto e malformato, che ella scaglia lontano dal pleroma, in una regione separata del cosmo.

Tale divinità malformata e ignorante denominata a volte Yaldaboath, si convince erroneamente di essere l'unico dio. Gli gnostici identificano Yaldabaoth con il Dio creatore dell'Antico Testamento, il quale decise di creare gli Arconti (angeli), il mondo materiale (la Terra) e gli esseri umani.

Sebbene le tradizioni in merito siano diverse, Yaldabaoth di solito è indotto a infondere nell'essere umano la scintilla divina di sua madre Sophia (in particolare: Apocrifo di Giovanni; gli echi della Genesi - 2-3). In ciò risiede il dilemma umano. Uno spirito divino (buono) intrappolato in un corpo materiale (cattivo) a sua volta intrappolato in un regno materiale (cattivo). Il cielo sarebbe la nostra vera casa, tuttavia siamo costretti a vivere in esilio dal pleroma.

Fortunatamente per lo gnostico, la salvezza è raggiungibile mediante la gnosi o la conoscenza impartita da un redentore gnostico: il Cristo, figura inviata dal Dio superiore per liberare l'umanità dal Dio Creatore Yaldabaoth.

La gnosi comporta la comprensione della nostra reale origine e natura, realtà metafisica a noi finora ignota, con conseguente fuga dello gnostico (dopo la morte) dalla prigione materiale del mondo e del corpo, ed accesso alle regioni superiori dello spirito. Tuttavia per raggiungere tale ascensione lo gnostico deve resistere agli arconti, i quali invidiano il suo spirito luminoso, e quindi cercano di ostacolare il suo viaggio verso l'alto.

Per molti versi il mito gnostico contiene molte analogie con la trama di The Matrix, sia per ciò che concerne la natura del problema, che per la relativa soluzione. Proprio come Sophia, abbiamo concepito un figlio fuori dalla nostra grazia. Morpheus spiega: 'All'inizio del 21° secolo tutta l'umanità si è unita per festeggiare dopo avere dato alla luce AI (intelligenza artificiale).'

La nostra prole, tuttavia, proprio come Yaldabaoth è malformata (materia senza spirito?). Morpheus descrive AI come "una coscienza singolare che ha generato una intera razza di macchine", analogia con il dio minore creatore degli arconti (angeli) e del mondo materiale illusorio. AI crea Matrix, una simulazione al computer che è '... una prigione per la mente.' Così, Yaldabaoth / AI intrappola la umanità in una prigione materiale che non rappresenta la realtà ultima, come Morpheus spiega a Neo: 'Finché Matrix esiste, la razza umana non sarà mai libera.'

Il film si ispira anche al linguaggio metaforico impiegato dagli gnostici.
I testi di Nag Hammadi descrivono il problema fondamentale dell'uomo in termini metaforici di cecità, sonno, ignoranza, sogno e tenebre, mentre la soluzione è espressa in termini di vedere, veglia, conoscenza (gnosi), risveglio dal sogno e luce.
Allo stesso modo Morpheus - il cui nome è ispirato al dio greco del sonno e dei sogni - a un certo punto del film rivela a Neo che la Matrix è un 'mondo onirico generato da un computer.'

Quando Neo viene disconnesso e si sveglia per la prima volta sulla Nabucodonosor, i suoi occhi sono doloranti, spiega Morpheus, perché egli non li ha mai utilizzati. Tutto ciò che Neo ha veduto fino a quel momento lo ha visto con gli occhi della mente allo interno di un software di simulazione. Come un antico gnostico, Morpheus spiega che le tecniche di combattimento nelle quali si cimenta Neo nel programma di formazione alle arti marziali non hanno nulla a che fare con il suo corpo, la velocità o la forza, tutti elementi illusori. Piuttosto dipendono dalla sua mente, la quale è reale.

I parallelismi tra Neo e il Cristo sono ulteriormente rinforzati dal contesto gnostico, in quanto Neo viene 'salvato' attraverso la gnosi o conoscenza segreta. Neo impara a conoscere la vera struttura della realtà e scopre la propria vera identità, il che gli consente di spezzare le regole del mondo materiale ora percepito per ciò che è, ossia una illusione. Cioè, apprende che ciò che 'la mente rende reale', in ultima analisi non è davvero reale. Nella scena finale del film, Neo agisce per tramandare ad altri tale gnosi al fine di liberarli dalla prigionia delle loro menti. Egli funge da gnostico redentore, figura proveniente da un altro regno che entra nel mondo materiale al fine di diffondere la conoscenza circa la vera identità del genere umano e la vera struttura della realtà, liberando dunque chiunque sia in grado di recepire il messaggio.

Infatti, il nome di Neo non è solo Mr. Anderson / Figlio dell'uomo, ma Thomas Anderson, evidente richiamo al vangelo gnostico più famoso, il Vangelo di Tommaso. Prima che diventi Neo (colui che inizierà qualcosa di 'nuovo', essendo realmente 'l'Uno'), egli è Tommaso, che non crede nel suo ruolo di figura di redentore. In un certo senso il ruolo di Keanu Reeves in Matrix è duplice: sia il dubbioso Tommaso che il Cristo gnostico.

Anche le modalità con cui Neo apprende nuove abilità evocano alcuni elementi dello gnosticismo. Intrisi di immagini delle tradizioni orientali, i programmi di formazione Neo fanno riferimento al concetto di 'quiete', del liberare la mente e superare la paura, concetto espresso cinematograficamente dalle sequenze in Bullet Time (ricorso al freeze frame e a sequenze rallentate con più punti di ripresa). Tale concetto di 'quiete' è presente anche nello gnosticismo, in quanto gli eoni superiori sono equiparati alla 'calma' e al 'riposo' e possono essere raggiunti solo mediante una condizione centrata e meditativa. Quando si rende conto grazie alla sua 'gnosi salvifica' che Matrix è solo un mondo onirico, un riflesso, Neo in silenzio e con calma contempla i proiettili immobili a mezz'aria, in una scena girata in bullet time.

Una ulteriore analogia con lo gnosticismo si verifica nella rappresentazione degli agenti (come l'Agente Smith), e della loro opposizione contro chiunque cerchi di lasciare Matrix. AI ha creato questi programmi affinché svolgano la funzione di guardiani.


Questi personaggi sono simili agli arconti invidiosi creati da Yaldabaoth per impedire la ascesa dello gnostico che cerca di abbandonare il regno materiale per accedere ai livelli successivi di cielo (per esempio, Apocalisse di Paolo). Tuttavia, come previsto da Morpheus, Neo è in grado di sconfiggere gli agenti poiché mentre costoro devono agire all'interno delle regole di Matrix, la sua mente umana gli consente di piegare o spezzare tali regole.


Il concetto di 'mente' nel film non coincide del tutto con la intelligenza razionale, sulla quale una intelligenza artificiale avrebbe sempre la meglio. Piuttosto il concetto si riferisce a una capacità unicamente umana di immaginazione, intuizione, o, come si suol dire, di pensiero fuori dagli schemi. Sia il film che gli gnostici affermano che la 'scintilla divina' esistente negli esseri umani consente una percezione superiore rispetto a quella degli arconti / agenti di Yaldabaoth:

'E dal potere della madre [Sofia; nella nostra analogia: l'umanità] uscì Yaldabaoth [AI] nel corpo naturale che avevano modellato ... E in quel momento il resto dei poteri [arconti / guardiani] divenne geloso, perché era venuto in essere attraverso tutti loro e la sua intelligenza ['mente'] era maggiore di quella di coloro che lo avevano fatto, e superiore a quella del capo arconte [Agente Smith?]. E quando si accorsero che era luminoso, e che poteva pensare meglio di loro ... lo presero e lo gettarono nella regione più bassa di tutta la materia [la neuro-simulazione Matrix].' (Apocrifo di Giovanni 19-20)

Colpisce il fatto che Neo abbia la meglio sull'Agente Smith proprio realizzando appieno la illusione di Matrix e spezzando le sue regole, una cosa che l'agente non è in grado di fare. La definitiva sconfitta di Smith ha luogo quando Neo letteralmente irrompe nel suo corpo e lo frantuma attraverso la sua luminosità pura, raffigurata mediante un effetto speciale in cui si vede la luce fuoriuscire dal suo corpo fino a disintegrarlo.

Nel complesso, quindi, il film contiene diversi parallelismi con il cristianesimo gnostico, in particolare la definizione del problema fondamentale dell'umanità, di esistere in un mondo onirico che simula la realtà e la sua soluzione, cioè il risveglio dalla illusione.

Le figure centrali dello gnosticismo - Sophia, Yaldabaoth, arconti e Cristo redentore - sono perfettamente individuabili all'interno del film, così come il linguaggio dello gnosticismo: sogno contro veglia; cecità contro visione; luce contro buio.

Tuttavia, dal momento che lo gnosticismo presuppone la esistenza di un intero reame invisibile popolato da esseri divini, dov'è finito Dio nel film? In altre parole, quando Neo diventa pura luce, l'evento vuole essere un simbolo della divinità, o del potenziale umano?

La questione diventa ancora più pertinente se si identifica il genere umano con Sophia - essere divino nello gnosticismo. Ad un certo livello non sembra essere rappresentato alcun Dio nel film. Conrad Ostwalt sostiene giustamente che a differenza della tradizionale apocalisse cristiana, in The Matrix tanto la catastrofe quanto la sua soluzione sono di natura umana. Quindi nel film il divino non sarebbe evidente.

Tuttavia su un altro livello il film lascia intuire la presenza di un Dio attraverso la figura dello Oracolo, che vive all'interno di Matrix e ha accesso ad informazioni circa il futuro che nemmeno i disconnessi possiedono. Tale elemento risulta ancora più spiccato nella sceneggiatura originale, in cui l'appartamento dello Oracolo incarna il 'luogo più santo' all'infuori del 'tempio di Sion.'

La presenza della Divinità può inoltre intuirsi nella incarnazione di Neo e la sua nuova venuta nelle vesti dello Uno. Insomma, se il film contempla una qualche implicita divinità, essa rimane trascendente proprio come la ineffabile, invisibile divinità suprema nello gnosticismo, salvo quando si manifesta in forma di scintilla divina negli esseri umani.

Buddismo in The Matrix.
Quando fu chiesto loro se le idee buddiste li avessero influenzati nel concepimento del film, i Wachowski risposero affermativamente. In effetti le idee buddiste pervadono il film altrettanto esplicitamente di quelle cristiano gnostiche. Praticamente all'inizio del film Neo viene definito 'il mio personale Gesù Cristo', appellativo questo che contiene sfumature tipicamente buddiste. Dai campi di baccelli che racchiudono gli esseri umani, all'egoistica brama di Cypher di tornare a rivivere le sensazioni ed i piaceri di Matrix, gli insegnamenti buddisti sono riscontrabili in gran parte della trama e delle immagini del film.

Il problema del Samsara.
Anche il titolo del film evoca la visione del mondo buddista. La Matrix è descritta da Morpheus come 'una prigione per la mente.'

Un sistema costituito dalle proiezioni digitali di miliardi di esseri umani che non sono consapevoli della natura illusoria della realtà in cui vivono e dipendono completamente dall'hardware connesso ai loro corpi reali e dai software creati da AI.

Tutto ciò ricorda da vicino la concezione buddista del samsara, secondo cui il mondo in cui viviamo la nostra vita quotidiana sia costruito dalle proiezioni sensoriali di ognuno di noi, a partire da nostri desideri. Quando Morpheus porta Neo in 'struttura' per istruirlo, Neo apprende che il modo in cui si era sempre auto-percepito all'interno di Matrix non era altro che 'la proiezione mentale del tuo io digitale.'

Il mondo 'reale', che associamo con ciò che udiamo, annusiamo, gustiamo, e vediamo, 'non è altro che una serie di segnali elettrici interpretati dal nostro cervello'. Quel mondo - spiega Morpheus - esiste 'solo in quanto parte di una simulazione neuronale interattiva, che noi chiamiamo Matrix.'

Secondo il Buddismo ed il film The Matrix, la erronea convinzione che il mondo creato dalla esperienza sensoriale sia reale, la ignoranza ed il desiderio mantengono l'uomo prigioniero di una illusione fino a quando non sarà in grado di riconoscere la falsità di ciò che percepisce come reale, rinunciando al proprio malinteso senso di identità.

Attingendo alla dottrina buddista del sorgere co-dipendente, il film rappresenta la realtà all'interno di Matrix come un conglomerato delle illusioni di tutti gli esseri umani imprigionati.nella sua trappola. Allo stesso modo, il buddismo insegna che la sofferenza degli esseri umani discenda dalla ignoranza e dal desiderio da cui sono bloccati in un ciclo ripetitivo di nascita, morte e rinascita.

La concezione del sorgere co-dipendente è illustrata nel contesto del film attraverso l'illusione di Matrix. La vividezza della illusione di Matrix è legata al grado di convinzione di chi ne è imprigionato, che la stessa Matrix rappresenti la realtà. Il software creato da AI in sé e per sé non rappresenta alcuna illusione. Solo quando gli esseri umani interagiscono con i suoi programmi viene a crearsi la illusione, la Matrix, o samsara, che si rafforza mediante ogni interazione con cui gli esseri si interfacciano ad essa. Così la realtà di Matrix esiste solo quando le menti umane soggettivamente subiscono la esperienza dei suoi programmi.

Il problema, quindi, può essere inquadrato in termini buddisti. Gli esseri umani sono intrappolati in un ciclo di illusione, e la loro inconsapevolezza li tiene bloccati in esso, del tutto dipendenti dalle loro interazioni con le illusorie esperienze che esso fornisce, e la somma delle proiezioni sensoriali dei loro simili. Tali proiezioni sono fortificate dall'enorme desiderio di credere che ciò che percepiamo come reale sia effettivamente reale. Tale desiderio nel film è raffigurato con la storia di Cypher, che non riesce a tollerare il 'deserto della realtà' e chiede di essere reinserito in Matrix. Seduto con l'Agente Smith in un ristorante di alto livello, fumando un sigaro e sorseggiando un bicchiere di brandy, Cypher spiega le sue motivazioni:

'Sai, io so che questa bistecca non esiste. So che quando ne metto in bocca un pezzo, Matrix comunica al mio cervello che è succosa e deliziosa. Dopo nove anni, sai cosa ho capito? Che l'ignoranza è beatitudine.'


Cypher è consapevole che Matrix non sia la realtà e che tutti i piaceri in essa contenuti sono colo esperienze illusorie. Eppure per lui la ignoranza del samsara è preferibile alla illuminazione. Per negare la realtà che egli sperimenta fuori da Matrix, usa una doppia negazione: «Non voglio ricordare niente. E voglio essere ricco e importante. Ad esempio un attore famoso ...' Dunque non solo Cypher desidera dimenticare il "nulla" della vera realtà, ma vuole anche diventare un attore, aggiungendo un nuovo livello di illusione alla illusione in cui ha scelto di rientrare.

La seduzione del samsara è forte oltre che per Cypher anche per Mouse, al punto che la sua dipartita avviene almeno in parte a causa della distrazione causata delle sue fantasie sessuali circa la 'donna in abito rosso', personaggio simulato all'interno di 'struttura.'


Mentre Cypher e Mouse rappresentano ciò che accade quando si cede al samsara, il resto dell'equipaggio incarna la moderazione e compostezza elogiate dal Buddha. La scena si sposta bruscamente dal ristorante alla mensa della Nabucodonosor, dove invece di essere offerto brandy, sigari e bistecca, si ottiene una 'scodella di muco' che da quel punto in avanti rappresenterà il pasto abituale di Neo. In contrasto con i piaceri che per Cypher possono essere soddisfatti solo in Matrix, Neo e l'equipaggio devono nutrirsi di 'proteine unicellulari combinate con aminoacidi di sintesi, vitamine e minerali' che - come sostiene Dozer - è 'tutto ciò di cui lo organismo ha bisogno.'

Gli abiti logori, il cibo frugale e le celle spartane dell'equipaggio raffigurano la Via di Mezzo insegnata dal Buddha, che non incoraggia lo ascetismo assoluto né alcuna indulgenza che possano distrarre dal proprio compito.

La soluzione della Conoscenza / Illuminazione.
Tale dualità esistente tra la Matrix e la realtà al di là di essa ispira il fine ultimo dei ribelli, che è di liberare tutte le menti da Matrix e permettere agli esseri umani di vivere nel mondo reale. Nel trattare tale aspetto gli autori ricorrono ai concetti buddisti di theravada e mahayana. Alludendo all'ideale theravada di diventare un arhat (uomo illuminato - n.d.t.), il film suggerisce che la illuminazione può essere ottenuta solo attraverso uno sforzo individuale.

Negli insegnamenti spirituali impartiti a Neo, Morpheus avverte che la illuminazione non può essere dispensata dall'esterno. 'Nessuno può dire cos'è Matrix. E' necessario vedere di persona.' E poi: 'Sto cercando di liberare la tua mente, Neo, ma posso solo indicarti la soglia. Sei tu quello che deve oltrepassarla ...' Per la theravada buddista 'l'emancipazione dell'uomo dipende dalla sua realizzazione della Verità, e non dalla grazia benevola di un dio o di un qualsiasi potere esterno, come ricompensa per il suo comportamento obbediente.'

Il Dhammapada esorta alla ricerca di una illuminazione che 'ti liberi dal passato, ti liberi dal futuro, ti liberi dal presente. Camminando sulla riva più lontana della esistenza, con la mente libera, non sarai più tu a nascere e decadere.' Come Morpheus dice a Neo: 'Esiste una grande differenza tra il conoscere il cammino ed il percorrerlo.' E come il Buddha insegnò ai suoi seguaci: 'Siete voi che dovete sforzarvi, in quanto i risvegliati sono solo degli insegnanti.' In quanto individuo già istradato sul sentiero della illuminazione, Morpheus è solo una guida, in ultima analisi Neo deve riconoscere autonomamente la verità.

Eppure The Matrix abbraccia anche le idee del buddhismo Mahayana, soprattutto nella sua missione di liberazione di tutti i popoli attraverso la guida di coloro che rimanendo deliberatamente nel samsara rinviano la la propria illuminazione finale al fine di aiutare gli altri in quanto bodhisattva (guide risvegliate - n.d.t.). I membri dell'equipaggio della Nabucodonosor incarnano tale compassione. Anziché restare fuori da Matrix, dove sarebbero più sicuri, scelgono di rientrarvi ripetutamente come ambasciatori di conoscenze con il fine ultimo di liberare la mente ed eventualmente anche i corpi di coloro che sono intrappolati all'interno della rete neuronale.

Il film cerca di fondere l'ideale del Theravada arhat con l'ideale del bodhisattva Mahayana, presentando l'equipaggio della Nabucodonosor come un manipolo di 'guide' disposte a rientrare in Matrix per aiutare il risveglio del loro prossimo, e sostenendo al contempo che l'atto del risveglio sia un conseguimento unicamente individuale

Neo come il Buddha.
Sebbene l'equipaggio incarni gli ideali del bodhisattva, la figura di Neo rappresenta l'Uno (The One) della dottrina arhat. Neo può essere visto come un Buddha. L'identità di Neo come il Buddha è rinforzata non solo attraverso l'anagramma del suo nome, ma anche attraverso il mito che lo circonda. L'Oracolo ha predetto il ritorno di colui che ha la capacità di manipolare il Matrix. Come spiega Morpheus, il ritorno di quest'uomo 'comporterebbe la distruzione di Matrix, la fine della guerra e il ritorno alla libertà del nostro popolo. Ecco perché alcuni di noi hanno passato tutta la vita scandagliando Matrix alla sua ricerca.'

Neo - ritiene Morpheus - è una reincarnazione di quell'uomo, e proprio come il Buddha sarà dotato di poteri straordinari per aiutare il raggiungimento della illuminazione di tutta l'umanità. L'idea che Neo possa essere visto come una reincarnazione del Buddha è rafforzata dalle molte immagini di nascita ad egli collegate. Almeno quattro nascite vengono rappresentate nel film.

La prima ha avuto luogo nelle vicende precedenti gli eventi del film, nella vita e nella morte del primo illuminato che fu in grado di controllare Matrix dall'interno. La seconda consiste nella esistenza di Neo nei panni di Thomas Anderson. La terza avviene quando Neo emerge, ansimando, dal baccello in cui è stato rinchiuso, e dopo essere stato disconnesso scivola attraverso un tubo nero di grandi dimensioni che può facilmente essere assimilato ad un canale di parto. La quarta vita di Neo inizia dopo la sua morte nel film, quando rinasce in una delle scene conclusive, dopo avere ricevuto il bacio di Trinity.

A quel punto Neo percepisce non solo i limiti di Matrix, ma anche quelli del mondo esterno a Matrix, dal momento che sconfigge la morte in entrambi i regni. Come il Buddha, la sua illuminazione gli concede la onniscienza, affrancandolo dal potere di Matrix e rendendolo non più assoggettato alla nascita, morte e rinascita del costrutto meccanico di AI.

Neo, come il Buddha, ricerca la liberazione da Matrix e si impegna ad insegnare agli altri come liberarsene a loro volta. L'uso dei suoi poteri sovrumani è impegnato a tal fine. In quanto unico essere umano illuminato in grado di manipolare liberamente Matrix dal di dentro, Neo rappresenta l'attualizzazione della natura del Buddha, un individuo capace di riconoscere 'l'origine del dolore nel mondo degli esseri viventi', ma che può altresì immaginare 'l'arresto del dolore', attuando 'le azioni che conducono ad esso.' In questo senso, è molto più dei suoi compagni bodhisattva, e offre una concreta speranza di risveglio e libertà per tutti gli esseri umani imprigionati dalla ignoranza.

Il problema del Nirvana.
Ma cosa accade nel momento in cui la versione fittizia della realtà viene dissolta? Il Buddismo insegna che allorché il samsara venga trasceso, si raggiunge il nirvana. Il concetto di sé si dissolve e la realtà stessa sfuma fino a che non rimane qualcosa del tutto impossibile da descrivere attraverso il linguaggio.


Nel suo rientro in Matrix tuttavia Neo conserva il 'residuo della immagine di sé' e la 'proiezione mentale del suo io digitale.' Benché illuminato egli non viene a trovarsi nel nirvana, ma in un luogo diverso con un intatto senso del suo "io" all'interno di Matrix. In altre parole, esiste una forte continuità tra il mondo di Matrix e 'il deserto del reale', da ciò si deduce che il risveglio al di fuori del software Matrix non implichi il raggiungimento della piena 'illuminazione' e che la realtà della Nabucodonosor sia uno stato intermedio.

Volendo riferirsi al paradigma buddista e alle sue logiche conclusioni, dovremmo aspettarci almeno un ulteriore strato di 'realtà' al di là del mondo esterno a Matrix, dal momento che i disconnessi da Matrix restano ancora soggetti alle sofferenze e alla morte e presentano ancora i singoli ego. Tale idea è rafforzata da quella che potrebbe essere l'alterazione più problematica che The Matrix applica ai tradizionali insegnamenti buddisti.


La dottrina buddista di ahimsa (non violenza - n.d.t.), viene apertamente contraddetta nel film. Sembra che gli autori abbiano deliberatamente scelto di collegare la violenza alla conoscenza salvifica, dal momento che per loro non sembra esserci alcuna chance di successo senza il supporto delle armi. Quando Neo chiede a Trinity di cosa necessitino per correre in soccorso di Morpheus, la sua risposta è immediata: 'Armi - un sacco di armi'.

Gli autori avrebbero potuto facilmente presentare la morte degli agenti come nulla più che la fine di quella particolare parte del programma software. Invece, i Wachowski hanno volutamente scelto di ritrarre diversi esseri umani che restano vittime della morte violenta degli agenti. Tale palese violazione di ahimsa viene a trovarsi in aperto contrasto con l'ideale buddista di compassione.

A cosa è dovuto tale legame così diretto tra la conoscenza e la violenza? Gli autori ritraggono la violenza in quanto redentrice, e come assolutamente essenziale per il successo dei ribelli. A questo punto il film vira bruscamente dai paradigmi condivisi del buddismo e del cristianesimo gnostico.

La 'realtà' di Matrix che richiede che alcuni esseri umani debbano morire vittime della violenza salvifica non è la realtà ultima a cui puntano il buddismo e il cristianesimo gnostico. Né il 'silenzio' del pleroma, né l'immutabile 'nulla' del nirvana si caratterizzano per l'uso della forza che caratterizzano i mondi dei ribelli in The Matrix. Detta esplicita associazione della conoscenza con la violenza implica fortemente che Neo ed i suoi compagni non abbiano ancora realizzato la realtà ultima.

Secondo la visione del mondo cristiano-gnostica e buddista che il film evoca, la realizzazione della realtà ultima comporta una completa libertà dal regno materiale e offre la pace della mente. Gli stessi Wachowski riconoscono l'ironia del fatto che 'Morpheus e il suo equipaggio siano del tutto dipendenti dalla tecnologia ed i computer, cioè i mali contro cui stanno lottando.'

In tutto ciò naturalmente una spiegazione plausibile è fornita dalla fame di violenza denotata dalle produzioni hollywoodiane. Negando sè stesso The Matrix insegna come il nirvana resti ancora ben al di fuori della nostra portata.

Considerazioni conclusive.
Il messaggio del film è schiacciante: 'Svegliati!' Il concetto è ribadito con forza dalla canzone finale del film, Wake Up!, realizzata - giustamente - dai Rage Against the Machine.


(canale yt poetta30)

Gnosticismo, Buddismo e lo stesso film concordano sul fatto che l'ignoranza ci renda schiavi di un mondo illusorio e materiale, la liberazione dal quale passa attraverso l'illuminazione con l'aiuto di un insegnante o una figura guida. Tuttavia, riguardo ciò che avviene dopo il risveglio, il film diverge nettamente da gnosticismo e buddismo. Entrambe queste tradizioni sostengono che quando gli esseri umani giungono al risveglio si lasciano alle spalle il mondo materiale. Al contrario, il 'deserto del reale' nel film è un mondo materiale e tecnologico in cui i robot coltivano gli esseri umani per ricavarne energia; Neo è in grado di apprendere le arti marziali in pochi secondi attraverso una connessione dati applicata sul retro del suo cervello. Inoltre, la battaglia contro la Matrix è possibile solo grazie alla tecnologia - cellulari, computer, programmi di formazione software.

Dunque lasciarsi alle spalle la Matrix nel film equivale a risvegliarsi in un triste cyber-mondo, che è il mondo materiale reale.
O forse no.
Sono presenti numerosi indizi cinematografici nella scena del programma 'struttura' (rappresentata da uno spazio bianco), che suggeriscono come il 'deserto del reale' che Morpheus mostra a Neo potrebbe non essere la realtà ultima.

Dopotutto Morpheus - il cui nome è tratto dal dio dei sogni - mostra a Neo un mondo 'reale' che nemmeno egli ha mai visto direttamente. La rappresentazione del mondo reale avviene nello schermo di un televisore con il logo 'Deep Image'.

Inoltre per tutto il film i riflessi negli occhiali da sole di Morpheus, così come le immagini riprodotte da monitor televisivi inducono lo spettatore attento a coltivare la idea che possano esistere molteplici livelli di illusione.

Ad esempio quando la telecamera zooma sulle immagini dei televisori e lo spettatore "entra" in quelle immagini, le quali si trasformano da remote in presenti. Inoltre, l'intera scena si svolge allo interno di un programma denominato 'struttura' dopo che Neo è stato debitamente avvertito di non lasciarsi trarre in inganno dalle apparenze.

Sebbene la percezione sensoriale non sia una fonte attendibile per giudicare la realtà, Morpheus stesso ammette che: 'per molto tempo io stesso non lo credetti, fino a che non vidi i campi [degli esseri umani destinati alla produzione di energia] con i miei occhi ... a quel punto dovetti prendere atto della evidenza della verità.'

Anche se in ultima analisi il film non sancisca un rifiuto completo del regno materiale, esso afferma la superiorità della capacità umana di immaginazione e di realizzazione sulla limitata "intelligenza" della tecnologia. Se espressa in termini di materia / spirito, corpo / mente, hardware / software o illusione / verità, il messaggio finale sembra essere che possono esistere livelli di realtà metafisica al di là di ciò che possiamo percepire normalmente, e il film ci spinge ad aprirci alla possibilità di risveglio ad essi.

[Nota: Questo articolo è apparso originariamente su The Journal of Religion and Film ]

Articolo in lingua inglese, pubblicato sul sito: Matrix Kennels
Link diretto all'articolo completo di note bibliografiche:
http://www.matrixkennels.com/matrix_symbolism.htm

Traduzione a cura di Anticorpi.info

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