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venerdì 22 giugno 2012

I gatti come gli angeli


 



I gatti come gli angeli 
I gatti come gli angeli dovrebbero essere magri;
i maiali e i cherubini dovrebbero essere grassi.
La gente sta di solito nel mezzo, un nodo
d’osso che sporge dal ginocchio che vorresti
imbottire, un rotolo di ciccia che s’affaccia
alla cintura. Ti autopunisci,
una di quelle palle di gomma che hanno i bambini
che rimbalzano sempre sulla
paletta, ripicchiando sulla stessa superficie.
Vorresti essere snella e liscia
come una saetta.
Quando ero giovane
amavo uomini spinosi con ghigni ascetici
tutti gomiti e parole e cartilagini
costoluti come chiglie grigio-nebbia sulla riva,
facce taglienti che accecano
come lame lucenti, menti
rivolti al saccheggio come prore Egee.
Ora cerco uomini le cui pance serene
mostrano piacere per la carne e per la tavola,
uomini che vengono in cucina
e si siedono, che non pensano che pelando patate
gli diventi piccolo; uomini con dita
larghe e palle violette come fichi,
uomini con rughe sgualcite e l’aspetto
stropicciato adatto ai letti recentemente
usati bene.
Non ci è richiesto
di sembrare dei quattordicenni malnutriti
malgrado quello che impone
la moda. Tu sei fatto per tirare un carretto,
per sollevare un carico pesante e reggerlo,
e trascinarlo lungo la salita, e sono così
anch’io, corpi contadini, rustici, solidi
belle pentole d’argilla scura che sopportano
bene il fuoco. Quando mettiamo le pance
insieme non facciamo rumori metallici
rimbalziamo sulla tappezzeria buona.
(Marge Piercy – USA)
L'Eros nella poesia al femminile in lingua inglese.
Traduzione di L.Magazzeni e A. Sirotti.

.

mercoledì 20 giugno 2012

Il colore irriproducibile.



A quelli che buttano la monetina passando di fretta non dico niente.
Neppure a quelli che si fermano solo a guardare. 
Non avendo nulla di meglio da risparmiare, faccio economia di parole. 
Le conservo per quelli che hanno il colore speciale nello sguardo.
Ogni tanto qualcuno si ferma non per guardare, ma per vedere 


e nel suo sguardo compare il colore irriproducibile, maledizione e benedizione dei pittori.
Allora appoggio i gessetti, mi alzo e sorrido.

Madonnari piedi

Esiste ancora il colore della possibilità, dico. Lo vedo nei tuoi occhi.
Loro in genere capiscono. 
Non mi sbaglio quasi mai su quel colore, benchè sia raro incontrarlo,
in questo mondo troppo sicuro di sè...' 
                                                                                                                                                                                                             Astrid Mazzola


giovedì 24 maggio 2012

Il viaggio spirituale

Itaca

 

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni o i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere:
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi o Lestrigoni no certo,
ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga,
che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre,
tutta merce fina, e anche profumi
penetranti d'ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
Raggiungerla sia il tuo pensiero costante.
Soprattutto, però, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

(Konstantinos Kavafis, 1911)


______________________________________

http://it.wikipedia.org/wiki/Konstantinos_Kavafis
http://it.wikipedia.org/wiki/Itaca
http://it.wikipedia.org/wiki/Ulisse






domenica 13 maggio 2012

Crisi





"Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere 'superato'.

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. L' inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla."

Albert Einstein

venerdì 11 maggio 2012

Osservare l'odio

Leggiamo un brano di Krishnamurti:


"Nessuno ti può insegnare ad amare. Se si potesse insegnare l’amore i problemi del mondo sarebbero molto semplici, no?...
Non è facile imbattersi nell’amore. È invece facile odiare e l’odio può accomunare le persone...
Ma l’amore è molto più difficile. Non si può imparare ad amare: quello che si può fare è osservare l’odio e metterlo gentilmente da parte.

Non metterti a fare la guerra all’odio, non star lì a dire che cosa orribile è odiare gli altri. Piuttosto, invece, vedi l’odio per quello che è e lascialo cadere... La cosa importante è non lasciare che l’odio
 metta radici nella tua mente. Capisci? La tua mente è come un terreno fertile e qualsiasi problema, solo che gli si dia tempo a sufficienza, vi metterà radici come un’erbaccia e dopo farai fatica a tirarla via. Invece, se tu non lasci al problema il tempo di metter radici, allora non sarà possibile che esso cresca e finirà, piuttosto, con l’appassire. Ma se tu incoraggi l’odio e dai all’odio il tempo di mettere radici, di crescere e di maturare, allora l’odio diventerà un enorme problema. Al contrario, se ogni volta che l’odio sorge tu lo lasci passare, troverai che la mente si fa sensibile senza diventare sentimentale. E perciò conoscerà l’amore".
In un passo evangelico Gesù dice:
"Non resistete al male" (Mt 5, 39).
Tutto questo è in piena consonanza con la nostra pratica meditativa. Si medita anche per eliminare la nostra vergognosa abitudine a fare della nostra mente un terreno fertile all'odio, nel quale esso attecchisce, si moltiplica e ci domina.
È un esercizio che il buon meditante porta sempre con sé, anche fuori dalla nostra sala di meditazione. Una buona pratica qui conduce ad una buona pratica là fuori, e viceversa: ricordiamoci sempre questa regola evidente a tutti coloro i quali meditano già da un po' di tempo.
Facciamo un esempio. Sono in autobus, seduto in un posto non riservato ad anziani o a persone con difficoltà motorie. Dentro l'autobus c'è molta gente, tutti i posti a sedere sono occupati e anche le persone in piedi sono di un certo numero. Entra una signora anziana, con evidenti difficoltà nel destreggiarsi; si guarda in giro in cerca di un posto libero, io la noto e le lascio la mia sedia. La signora si siede senza ringraziarmi. Bene: cosa succede a questo punto? Nella stragrande maggioranza dei casi, nasce in me un moto di stizza, di antipatia per quella donna. Diciamolo pure: odio. Siamo abituati ad associare questa parola a grandi eventi, alla guerra, a relazioni veramente conflittuali. Ma è da queste piccole situazioni che l'odio si genera in noi; è qui che comincia a sedimentare in noi questo automatismo. Dunque mi accorgo che spesso e volentieri anche le azioni apparentemente più morali, più giuste, tante volte sono dei piccoli ricatti camuffati, dei do ut des: io faccio questa buona azione, ma dall'altra parte ci deve essere un tornaconto. Ti faccio un piacere? Bene, ma te lo devo fare pagare in un modo o nell'altro: attendo un tuo ringraziamento o un tuo gesto di piena riconoscenza. Faccio qualcosa che viene considerato moralmente elevato? Allora mi aspetterò un riconoscimento da parte di qualcuno, la famiglia, gli amici, la società, le persone che mi circondano.
Invece se vogliamo sviluppare la qualità della benevolenza e della equanimità, due aspetti molto importanti nella pratica della meditazione, bisogna cercare di svincolarci da tutto ciò.
È essenziale partire da queste piccole situazioni - che piccole poi non sono! - per poi procedere verso questioni più pesanti: è come sollevare i pesi, si inizia dal poco e poi, quando si è dovutamente allenati, si aggiungono altri chili al nostro bilanciere. Dunque, quando il seme dell'ira, dell'odio sta subdolamente facendo ingresso nella nostra mente, noi ci fermiamo, lo osserviamo, creiamo uno spazio vuoto attorno a lui, ed esso in brevissimo tempo scomparirà. Anche qui, come nella pratica meditativa, molto importante è non giudicare il male che fa capolino, ma solo osservarlo in modo distaccato, senza valutarlo in alcun modo. Lo stato subito seguente a questa operazione sarà qualcosa simile ad una quieta soddisfazione, un pacificato piacere: non ci siamo fatti ingabbiare dalla nostra reazione automatica che genera in noi odio al presentarsi di una certa situazione nella quale ci veniamo a trovare; siamo riusciti a svincolarci da un funzionamento puramente meccanico della nostra persona, abbiamo consapevolmente osservato e mutato il nostro stato. Si fa in noi quindi chiara la sensazione che su questa via, se perseguita, non si può che giungere ad estirpare un'abitudine malefica e sostituirla con un'abitudine benefica.
Ogni giorno si presentano innumerevoli occasioni per esercitarsi in questo modo. Davanti ad ognuna di esse abbiamo due possibilità: o continuare ad essere succubi delle circostanze, comportandoci come delle macchine che a certi input danno sempre certi output; oppure svegliarci dal nostro sonno, scegliendo un percorso di liberazione dalla nostra angusta situazione. Cosa scegliamo?



« C'è una rivoluzione che dobbiamo fare se vogliamo sottrarci all'angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni in cui siamo afferrati. Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie e le ideologie, ma con una radicale trasformazione della nostra mente. »
(J. Krishnamurti, Di fronte alla vita)

martedì 8 maggio 2012

Riscrivere il Codice della Realtà



"Che esseri strani noi siamo!"
notò il mistico Rumi del 13.mo secolo,
"Che, stando nell'inferno nel fondo delle tenebre,
temiamo la nostra stessa immortalità!".

Forse è davvero il potere di scegliere la nostra immortalità, come pure ogni cosa dalla nostra guarigione personale alla pace nel mondo, che davvero ci spaventa!
Un crescente corpo di evidenza scientifica suggerisce che siamo noi – la nostra coscienza – che tiene la chiave della vita e perfino della realtà stessa. Nel 1967 il fisico pionieristico Konrad Zuse sposò le idee della coscienza con la moderna tecnologia e propose che il nostro Universo lavora come un grande computer della coscienza. E, proprio come ogni computer traduce comandi input in "risultati output", il nostro computer della coscienza cosmica pare fare esattamente la stessa cosa! Quando traduciamo le nostre più profonde credenze nella realtà del nostro mondo, noi stiamo letteralmente riscrivendo il codice che fa apparire l'Universo come appare.
Vivere in un Universo partecipativo.
Una serie di scoperte eccezionali ci ha dato un potente nuovo modo di pensare il nostro ruolo nell'Universo. Piuttosto della visione convenzionale che suggerisce che noi siamo degli osservatori passivi, che vivono un breve momento di tempo in una creazione che già esiste, le scoperte suggeriscono che è effettivamente la coscienza stessa che è responsabile per l'esistenza dell'Universo! Forse la scoperta più rivoluzionaria che supporta questa idea è il fatto scientifico che, quando osserviamo la materia di cui è fatto il nostro mondo – minuscole particelle quantiche come un elettrone, per esempio – proprio l'atto di noi che osserviamo quell'elettrone cambia il modo in cui esso si comporta in nostra presenza. Ma c'è di più: quanto più a lungo lo guardiamo, tanto più esso cambia!
Nel 1998 degli scienziati dell'Istituto israeliano delle scienze Weizmann documentarono questo fenomeno mostrando che "quanto più grande è l'ammontare dell'osservare, tanto più grande è l'influenza dell'osservatore su quanto effettivamente succede" (Nature, 26 Feb.1998). Citando questi esperimenti il fisico dell'Università di Princeton John Wheeler suggerisce che noi non solo abbiamo un ruolo nella creazione del nostro mondo di ogni giorno, ma che noi giochiamo il ruolo primario in quello che lui chiama un "Universo partecipativo".  Wheeler dichiara che non possiamo più pensare a noi stessi come spettatori che non hanno effetto sul mondo che ci circonda in quanto è impossibile osservare semplicemente. Se siamo vivi e consci noi stiamo influenzando il nostro mondo. "La vecchia parola "osservatore" – egli dice – deve semplicemente venire radiata dai libri… mentre dobbiamo mettere al suo posto quella nuova di "partecipanti!".
La chiave della proposta di Wheeler è la parola "partecipativo". In un Universo partecipativo voi e io siamo parte dell'equazione. Noi stiamo creando gli eventi della nostra vita, proprio come le esperienze di quello che creiamo: ambedue stanno avvenendo nello stesso tempo!
In altre parole noi siamo come degli artisti che esprimono le più profonde passioni, paure, sogni e desideri tramite l'essenza vivente di un misterioso canovaccio quantico. La differenza tra noi egli artisti convenzionali è comunque che siamo noi il canovacci, come pure le immagini sopra di essi. Noi siamo gli strumenti, ma pure gli artisti che li usano. E, proprio come gli artisti perfezionano un'immagine finché essa è proprio giusta nella loro mente, noi possiamo pensare di noi stessi come artisti perpetui, che costruiscono una creazione, che sta sempre cambiando e mai termina. Per il tramite della nostra tavolozza da artista, costituita da credenze, giudizi, emozioni e preghiere, noi ci troviamo in relazioni, lavori e situazioni di supporto e tradimento, che si svolgono con persone diverse in luoghi diversi. Che magnifica, bizzarra e possente concezione! Vivere partendo dalla risposta
La prospettiva di noi che partecipiamo a un Universo sempre in mutazione comporta che la soluzione di ogni condizione è un cambiamento di attitudine e credenza. E questo è il grande segreto di sospingere i desideri del nostro cuore dalla possibilità dell’immaginazione alla realtà delle nostre vite di ogni giorno. La chiave è la nostra capacità di sentire come se i nostri sogni si fossero già avverati, come se le nostre preghiere fossero già state esaudite, e vivessimo partendo da questa sensazione.
C'è una differenza sottile, eppure potente, tra il lavorare in vista di un risultato e il sentire partendo da quel risultato. Quando lavoriamo in vista di qualcosa noi ci imbarchiamo per un viaggio senza precisi limiti e che non termina mai. Mentre potremmo identificare delle pietre miliari e stabilire delle mete per portarci più vicini al compimento del viaggio, nella nostra mente noi siamo sempre in viaggio verso la meta, piuttosto che nell'esperienza di realizzare la nostra meta. Questo è precisamente perché l'invito di Neville di "entrare nell'immagine" del desiderio del nostro cuore, e di pensare "partendo da esso", è così potente nelle nostre vite.

Negli antichi studi sulle arti marziali noi vediamo una magnifica metafora nel mondo fisico proprio per il modo in cui questo principio lavora nella coscienza. Quando gli artisti delle arti marziali scelgono di spezzare un blocco di cemento come dimostrazione di focalizzazione, per esempio, l'ultimissima cosa che c'è nelle loro menti è quella del posto in cui la loro mano toccherà quel blocco. La chiave è quella di focalizzarsi sopra l'atto completo: la guarigione già avvenuta o il mattone già rotto. Come studente di arti marziali mi venne insegnato di fare ciò focalizzandomi su un punto nello spazio che è al di là del fondo del blocco. Il solo modo in cui la mia mano poteva essere in quel punto era quello che essa fosse già passata attraverso il mattone. In questo modo io stavo pensando partendo dal compimento, invece che dal pensare quanto duro sarebbe stato il raggiungere questo compimento. Io stavo sentendo la gioia di come ci si sente quando si compie quell'atto, piuttosto che pensare a tutte le cose che devono succedere prima che potessi avere successo.
Questo semplice esempio offre un'analogia potente relativa al modo in cui la coscienza sembra lavorare. E questo è il grande segreto che è stato protetto e preservato per noi nella saggezza del nostro passato. Dai monasteri dell'Egitto e del Tibet fino ai testi dimenticati delle nostre più amate tradizioni ci viene ricordato che noi siamo parte del mondo che ci circonda, piuttosto che separati da esso. Come parte di ogni cosa che vediamo noi abbiamo il potere di partecipare – e non di controllare o manipolare – ma di pianificare coscientemente il corso delle nostre vite e il nostro mondo.
Vi prego di non essere delusi dalla semplicità delle parole del filosofo contemporaneo Neville Goddard, quando suggerisce che tutto quello che abbiamo bisogno di fare è di "assumere la sensazione del nostro desiderio esaudito".

In un Universo partecipativo di nostra propria fattura, perché mai dovremmo aspettarci che pace, guarigione e una vita lunga e sana dovrebbe essere ancora difficile da raggiungere?


 


martedì 24 aprile 2012

Lo Sguardo

 



Il pensiero oggettivo è lo Sguardo dall'Alto.

Uno sguardo libero, lo sguardo che vede.
Senza questo sguardo posto su di me e che mi vede, la mia vita è la vita di un cieco che va dove lo spinge l'impulso senza sapere né come né perché.
Senza questo sguardo posato su di me non posso sapere che esisto.

Io ho il potere di elevarmi al di sopra di me stesso e di vedermi liberamente, di essere visto. Posso far sì che il mio pensiero non sia asservito: per questo è necessario che si distacchi da tutte le associazioni che lo tengono prigioniero, passivo, occorre che tagli i fili che lo tengono legato a tutte queste immagini, a tutte queste forme; occorre che si liberi dall'attrazione costante del sentimento. Occorre che il pensiero senta il potere che ha di resistere a questa attrazione, di vederla mentre esso si eleva progressivamente al di sopra. In questo movimento il pensiero diviene attivo, si attiva purificandosi; acquista così uno scopo, uno scopo unico: pensare "Me", realizzare "chi sono io", entrare in questo mistero.

Diversamente i pensieri non sono altro che oggetti, occasioni di schiavitù, reti nelle quali il pensiero reale perde il suo potere di oggettività e di attività volontaria. Offuscato da parole, immagini e forme che lo sollecitano, il pensiero perde la sua facoltà di vedere, perde il senso del Me.

Allora non sono altro che un organismo alla deriva, un corpo privo di intelligenza. Senza sguardo sono costretto a tornare all'automatismo e alla legge dell'accidente. Questo sguardo allo stesso tempo mi colloca e mi libera. E nei miei migliori momenti di raccoglimento accedo ad uno stato nel quale mi è dato di conoscere, di sentire il beneficio di questo sguardo che discende su di me, che mi abbraccia.
Mi sento sotto la luce, sotto lo splendore di questo sguardo.

Ogni volta il primo passo è il riconoscimento di una mancanza; sento la necessità di un pensiero, la necessità di un pensiero libero rivolto verso di me, così che io possa prendere realmente coscienza della mia esistenza. Un pensiero attivo il cui unico scopo, l'unico oggetto è Me ... ritrovare Me.

Questa è la mia lotta: una lotta contro la passività del mio pensiero. Una lotta senza la quale nulla di più cosciente potrà trovare posto, né potrà nascere. E' una lotta per uscire dall'illusione del "me" nella quale vivo, per avvicinarmi a una visione più reale. Nel cuore di questa lotta un ordine, una gerarchia si crea nel caos: si rivelano due piani, due mondi. Finché non esiste che un solo piano non può esserci visione. Il riconoscimento di un altro livello, questo è il risveglio del Pensiero.

Senza questo sforzo, il pensiero ricade in un sonno popolato di parole, di immagini, di rigide nozioni, di un sapere approssimativo, di sogni, di agitazione. E' il pensiero di un uomo senza intelligenza. E' terribile rendersi conto improvvisamente di aver vissuto senza un pensiero proprio, indipendente, senza intelligenza, senza nulla che possa vedere ciò che è reale. Quindi senza legame col mondo dell'Alto.
E' nella mia essenza che raggiungo colui che vede.
Se potessi restare lì, sarei alla sorgente di qualcosa di unico, di stabile, alla sorgente di ciò che non cambia.

 

 



Questo testo del 23 luglio 1958 è stato estratto da un quaderno di Jeanne de Salzmann
e pubblicato con l'autorizzazione del dottor Michel de Salzmann.


Tratto da George Ivanovitch Gurdjieff, Dossier H, vol. I, pagg. 13-15
Edizioni Riza



mercoledì 11 aprile 2012

Per renderci forti




Un giorno una piccola apertura apparve su un bozzolo. Un uomo si sedette a guardare la farfalla che per diverse ore lottò per far passare il suo corpo attraverso quel piccolo buco. Poi parve smettere di fare alcun progresso. Sembrava come se avesse ottenuto quanto avrebbe potuto e non poteva andare oltre.

Allora l'uomo decise di aiutare la farfalla. Prese un paio di forbici e tagliò la parte rimanente del bozzolo. La farfalla così emerse facilmente. Ma aveva un corpo gonfio e piccole ali avvizzite. L'uomo continuò a guardare la farfalla, perché si aspettava che, da un momento all'altro, le ali potessero aprirsi ed estendersi ed essere in grado di sostenere il corpo della farfalla. Ma ciò non accadde mai. 
Infatti, la farfalla passò il resto della sua vita a strisciare con un corpo gonfio e le ali avvizzite. Non fu mai in grado di volare. 

Ciò che l'uomo, nella sua bontà e la sua fretta, non aveva capito era che il bozzolo ristretto e la lotta della farfalla per passare attraverso la piccola apertura, era il modo di Dio di forzare il fluido dal corpo della farfalla fin nelle sue ali per renderle pronte per il volo, una volta uscita dal bozzolo.

A volte le lotte sono esattamente quello che ci serve nella nostra vita. Se Dio ci permettesse di passare attraverso la nostra vita senza alcun ostacolo, ci renderebbe storpi. Non saremmo così forti come avremmo potuto essere. Non potremmo mai volare.




*


Ho chiesto la forza, 
E Dio mi ha dato delle sfide per rendermi forte.

Ho chiesto la saggezza, 

E Dio mi ha dato problemi da risolvere.

Ho chiesto la prosperità, 

E Dio mi ha dato muscoli e cervello per lavorare.

Ho chiesto il coraggio, 

E Dio mi ha dato un pericolo da superare.

Ho chiesto l'amore, 

E Dio mi ha dato persone nei guai da aiutare.

Ho chiesto dei favori, 

E Dio mi ha dato delle opportunità.

Non ho ricevuto niente di quello che volevo, 

Ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno



Sei spirituale?


Sentiamo spesso dire cose del tipo: 
"Beh, io non sono religioso ma sono una persona molto spirituale" oppure 
"Lui è davvero molto spirituale". 
Ma cosa significa veramente "essere spirituale?"

E' molto semplice in realtà, la spiritualità è la nostra vera natura. Questo è perché, noi siamo spirito. I nostri corpi vanno via, i nostri beni materiali vanno via, i nostri coniugi, i figli, le famiglie e gli amici vanno via.
Che cos'è che rimane?
Qual è la costante aldilà del tempo e dello spazio?
E' il nostro spirito. E' l'essenza del potere infinito della nostra proiezione e della nostra creatività.

Quindi, come possiamo vivere in questo spirito?
Due cose sono necessarie: la consapevolezza e la resa.
La consapevolezza è anche conosciuta come "Simran": momento per momento, il ricordo della nostra vera identità, "Naam Chit Aavai". Attraverso il nostro respiro, ci ricordiamo che siamo vivi nell'estasi di nascere e morire in ogni momento. L'Infinito fluisce in noi come l'elettricità.
Vediamo e sentiamo la sacralità in ogni momento.
Chi sta lavando i miei denti? Dio.
Chi sta parlando? Dio.
Chi sta ascoltando? Dio.
Chi sta pranzando? Dio.
Chi è l'insalata che sto mangiando? E' Dio che sta mangiando Dio. 
Noi alleniamo noi stessi alla consapevolezza attraverso la Sadhana. Noi viviamo in consapevolezza attraverso il Dharma. Cosa è il Dharma? Il Dharma non è altro che il risveglio, tenere il passo e scorrere nella volontà di Dio.


Vi è poi la resa. Quello che è difficile per molte persone.
Perché dovrei arrendermi?
A chi mi dovrei arrendere?
Come posso fidarmi abbastanza per lasciare andare?
Se mi arrendo, sto rinunciando alla mia identità?
Chi si prenderà cura di me se non lo faccio io?
Siamo addestrati per andare dietro quello che vogliamo; per arrivare e per avere successo. Noi non siamo addestrati per la vigile accettazione, né per rimanere nella nostra immobiltà.

"Il Maestro agisce senza fare nulla e insegna senza dire nulla. Le cose nascono e lui le lascia venire; le cose scompaiono e lui le lascia andare. Ha tutto ma non possiede nulla. Lui agisce ma non ha aspettative. Quando il suo lavoro è finito, tutti dicono, "abbiamo fatto tutto da noi stessi". Questo è il motivo per cui dura per sempre"
Tao Te Ching

Ecco dove entra in gioco il Guru. Guru è il sistema di Guida Divina costruito in ogni essere umano. E' la bussola nella tua cabina di pilotaggio e punta sempre verso il "vero Nord". "E' arrendendosi a questa presenza cosmica interiore che la relazione più sacra nella nostra vita si stabilisce.

Ora, qui viene il problema con la religione. La religione in se stessa non è un problema. Essa significa semplicemente collegarsi consapevolmente alla nostra propria origine, alla nostra fonte. Ma nelle religioni organizzate, le persone si sono addormentate e semplicemente vanno avanti con la "scena" della resa. Senza l'esperienza reale del Guru, le persone ritualizzano l'arrendersi ma non è la resa incondizionata che è necessaria per la vera spiritualità. E' in questo stato di ipocrisia che "bontà" e "pietà", appaiono.

Arrendersi al Guru senza condizioni, accettando il Guru come il tuo, accettando il Guru intorno a te, accettando il Guru dentro di te e dentro tutti, questo è ciò che è richiesto.
Affinché ciò avvenga, è necessario che tu abbia una reale esperienza del Guru. Non uno spettacolo esteriore, ma quello divino, l'intimo contatto che si trova oltre le parole. Questa esperienza è insopportabilmente dolce e assolutamente personale. Questa esperienza viene dalla grazia e la grazia Divina si guadagna attraverso vite di lavoro.

Per lo più, tutti cercano il piacere e cercano di evitare il dolore. In questo stato di grazia, non vi è alcuna differenza tra piacere e dolore, tra perdita e guadagno o tra oscurità e fama. Il dolore ci sveglia e il piacere ci mette a dormire. E' nei momenti di grande dolore che impariamo ad arrenderci. Questo è ciò che ci dà profondità.

Vuoi migliorare il mondo? Io non credo che possa essere fatto. Il mondo è sacro. Non può essere migliorato. E' assolutamente perfetto così com'è. Sii contento di quello che hai. Rallegrati in ogni momento del modo in cui le cose sono. Quando ti rendi conto che non c'è nulla che manca, allora tutto il mondo ti appartiene.

Il Guru Granth Sahib dice: "In mezzo alla speranza, lo yogi rimane senza la speranza." Questo è perché la speranza e la paura sono due fantasmi che emergono dal pensiero di sé. Quando non vediamo più il Sé, come Sé, che cosa dobbiamo temere o sperare? C'è solo ora. Il passato non esiste più e il futuro sta nascendo ora. E sta nascendo dai nostri pensieri, parole e azioni.

Guarda il mondo intero ed ogni cosa in esso, come te stesso. Abbi fede del modo in cui stanno le cose. Ama il mondo così come è - perché è il tuo Sé.




La mia preghiera personale è molto semplice. E' quello che dico ogni giorno, come mi inchino al mio Guru:

"Amato Guru Ji, io sono Tuo e Tu sei mio.

Benedici tutti per farli vivere sani, felici e santi".

[Fonte: Guruka Singh - Traduzione di Onkar Singh]


Da: 
Sat Nam, la Via dello Yoga. http://satnamsatnam.blogspot.it/





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